• IN PRIMO PIANO - L’amicizia ci fa umani – di Roberto Mancini
• DIZIONARIO - Delusione
• L’INTERVISTA - L’amicizia è un fiore raro – di Luigi Sonnenfeld
• IN PRIMO PIANO 2 - Amicizia e Amore – di Letizia Lombardi
• L’ARTICOLO DEL MESE: La tavola, luogo di amicizia - di Enzo Bianchi
• STORIE DI VITA - Un’amicizia asimmetrica – di Silvia Pettiti
• PERSONE: SIRIO POLITI - La gioia dell’insicurezza
• PERSONE: SIRIO POLITI - Don Sirio, uomo degli opposti - di Maria Grazia Galimberti
• VISIONI: Ermanno Olmi - Il villaggio di cartone
• LETTURE: Ettore Masina - L’arcivescovo deve morire
• SOLIDARIETÀ: Al via la falegnameria. Incontro con Maurizio Baccelli
“VI CHIAMO AMICI” - di Arturo Paoli
L’amicizia non ha un luogo e un’occasione che sempre debba essere la stessa. La scuola, un luogo di divertimento, persino un funerale che accompagni alla sepoltura un maestro comune: ti colpisce uno che salutando il commiato di questo maestro molto amato metta in evidenza delle qualità che sono le stesse che hanno colpito te. La scoperta di fondo delle amicizie, la costante presente in tante varietà, è un sentir nascere una certa affinità con l’altro o l’altra. L’attrazione istintiva amorosa sessuale può illuderci, anche se molto forte, spesso è illusoria. Ormai è diventato comune non attendere, non avere la pazienza di lunghi tempi; ma bruciare le tappe, capovolgere la successione di queste tappe. Non vedo altra spiegazione alle separazioni troppo frequenti e talvolta con conseguenze molto dolorose. Penso che l’unica causa sia dovuta all’impazienza: non attendere che questa attrazione talvolta violenta possa essere il punto di partenza di un cammino al raggiungimento di una vera e solida amicizia. Per me è essenziale un’affinità nella scelta politica. Un caso che ho conosciuto nei miei studi universitari e che fu molto noto per la dichiarazione stessa del soggetto, è quello di Benedetto Croce che confessa in uno scritto che sua moglie aveva un irresistibile passione per la musica, che per lui rappresentava unicamente dei rumori; eppure confessa che non avrebbe mai abbandonato la sua coppia, non solo per la fedeltà ad una legge ma per avere scoperto una complementarietà quasi totale. Il che vuol dire che non necessariamente i due debbano avere gli stessi gusti, ed essere uno la copia dell’altro in tutto. Oggi la struttura meccanica della società cancella la pazienza dell’attesa. Spesso certe discordanze non essenziali non permettono la ricerca paziente di trovare l’armonia. Eppure un direttore d’orchestra parte proprio sempre dalle discordanze. Conobbi per caso un bravissimo direttore che definiva la musica una concordia discors – concordia discorde.
Ifigli spesso provocavano l’attesa paziente e la ricerca seria dei motivi per continuare a stare insieme. Oggi, e non sono io per il lungo tempo della mia esistenza che osservo questo, c’è una distanza forse mai conosciuta fra l’adulto e il giovane. E l’unica causa è quella di non trovare il tempo per cercare degli accordi. Incontro spesso degli anziani che rimpiangono un passato che non torna più. E in questo squarcio di tempo mi rendo conto che importanza hanno avuto per me le relazioni di amicizia che sono sempre state l’aiuto alle lacerazioni causate da quelle che Maria Zambrano definisce le “morti” che soffriamo nel nostro cammino. Oggi è messa in evidenza dagli studiosi della condi z ione umana l’ostilità tra gli adulti e i giovani che è la tragedia di questa generazione che l’amico Balducci definiva come “terra del tramonto”. L’avvento della tecnica rende quasi impossibile una vera e profonda amicizia. Si considera che le relazioni oggi si possono mantenere, coltivandole a distanza; io sono assolutamente convinto, e non sfuggo nessuna occasione per cercare di convincere i soggetti della generazione attuale, che la relazione di amicizia non si coltiva unicamente con le parole che possono essere trasmesse in lontananza. La vicinanza fisica trasmette delle onde che sfuggono al nostro controllo, eppure ricorrono fra noi ancora le parole simpatia e antipatia, parole greche che significano accoglienza o rifiuto. È molto probabile che due persone che si incontrano o addirittura che convivono provino in maniera molto forte questi due sentimenti opposti. Forse qualcuno pensa che oggi il vivere le relazioni fra gli uomini a distanza, con i metodi della tecnica, impedisca dei conflitti; ma non pensano che possano impedire anche la durata di una convivenza o dell’amicizia. Non si considera abbastanza che la costruzione di una personalità normale non può darsi senza relazioni umane: l’amicizia vera non è qualche cosa di superfluo, si può dare o può non esserci. Gesù ha rotto il tipo di relazioni che creava la religione ebraica. Ha voluto che i suoi
discepoli diretti si chiamassero fra loro e si rivolgessero a lui con la parola “amico”. Ci chiama amici ed è consapevole del senso pieno di questa parola assolutamente insolita nei rapporti religiosi. Essere religiosi vuol dire accettare la dipendenza di una legge e praticare dei riti ben lontani dagli impegni ordinari a cui dobbiamo sottoporci per lavoro o per i bisogni essenziali che dobbiamo soddisfare. L’amicizia che ci propone Gesù è addirittura quella familiaritas magna nimis, definita così dall’autore di un antico libro detestato da molte persone non credenti come il poeta Carducci, un libro antiumano che pure termina in questa definizione così calda e così completa. Gesù non chiede di avere con gli uomini una relazione distante e puramente razionale, ma una conoscenza diretta che può arrivare a quella sorridente confidenza di santa Teresa d’Avila che si lamenta con il suo Amico e Maestro di esigere troppo dalle persone umane che sono fragili. Gesù si giustifica con lei dicendole così io tratto i miei amici. E la risposta della monaca spagnola non tarda: per questo ne hai pochi.
Credo che la crisi così diffusa tra i giovani oggi possa risolversi solamente se scoprono che il Figlio di Dio non attende un culto ma un’amicizia. Un amico mi ha rivolto una domanda interessante che ha messo in movimento tutto il mio io psichico: perché considero che l’amore di coppia sia strutturalmente il modello dell’amore di amicizia? La mia risposta è questa: spesso i due soggetti della coppia non sono consanguinei, spesso i due appartengono a popoli diversi e a culture dissimili. Mentre sto scrivendo un giovane accanto a me mi parla della fidanzata che è una giovane brasiliana. Lui si serve della tecnica per comunicare con lei nella parola e nell’immagine: tutti i giorni? chiedo al mio vicino. Quasi, mi risponde. È possibile si siano conosciuti e immediatamente abbiano sentito questa grande attrazione tra loro. Lui stesso è consapevole che questa distanza può causare quel tempo che è necessario all’amicizia, ma questo mio amico pensa alla possibilità di un lungo tempo di prossimità che permetta una conoscenza più profonda. Approvo questo suo progetto conoscendolo capace di dialogo. Vorrei convincere tutti i giovani con cui ho relazione di amicizia, che l’amicizia ha bisogno di tempi. Tornato dai lunghi anni (quarantacinque) della mia attività in Paesi assai lontani dall’Italia e dalla nostra cultura, condivido l’impressione espressa da un uomo di Chiesa sul momento che stiamo vivendo qui: siamo avvolti da un’aria mefitica. Il mio esistere è diventato un’attesa che la gioventù scopra una novità. E la novità sento che può venire solo dalla scoperta della parola dello Spirito Santo. La generazione degli adulti oggi è priva assolutamente della possibilità di dare consigli perché è proprio quella che ha causato questa atmosfera irrespirabile. I giovani che gravitano sulla mia casa stanno scoprendo in diretta il messaggio della bibbia e sentono l’emozione che non ha dato loro nessun altro libro. Quello stesso Gesù che ci ha permesso di chiamarlo “amico” è presente in mezzo a loro. Nessun dottore deve pretendere di dare loro il senso dottrinale di queste parole. Io mi ritiro in preghiera e attendo da loro di conoscere il messaggio che il Maestro trasmette loro. La gioventù salverà questo occidente cristiano che noi abbiamo condotto verso il tramonto e affidato a loro diventerà un’aurora. Questa è la mia speranza, o meglio la mia certezza.
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MIEI CARI GIOVANI - di Arturo Paoli
Èa voi che penso di dirigere questo messaggio. So che in questo momento sono apparsi dei segni conflittivi nella relazione adulti – giovani: questa rivalità è stata segnalata più volte. Nella mia lunga esistenza credo di essere stato fedele alla generazione ascendente nel tempo, nonostante il decorrere degli anni. Ho sempre cercato di informarmi sui cambi e le novità che il tempo necessariamente ci porta accogliendo anche le conseguenze dolorose, cercandone le cause perché non voglio sfuggire l’impegno preso che porterò avanti fino alla mia fine. Sento il dovere di mantenere in alto il prestigio della nostra patria, erede di un passato nobile e ammirato. E non posso nascondere gli attentati a questo prestigio con comportamenti osceni, inaccettabili, attribuibili a qualità umane più che scadenti. (...)
Ma questo passaggio oscuro della nostra storia non deve scoraggiare voi giovani. Ogni generazione della gioventù è stata raggiunta da sfide altrettanto dure ma meno avvilenti, come le guerre che lasciavano delle ferite profonde che ci richiamavano a portare speranze e a mettere le nostre esistenze giovanili a disposizione di coloro che volevano ricominciare a vivere un’esistenza senza rimpianti. (...) È tempo che l’Italia passi nelle mani della gioventù e che questa generazione di giovani si senta sfidata da un’urgenza di riportare l’Italia alla sua dignità perduta, che una storia gloriosa e anche marcata di sacrifici e sofferenze le aveva meritato nel consesso delle Nazioni sorelle d’Europa. - Estratto del messaggio scritto per l’inaugurazione del Fondo Documentazione a lui dedicato dalla Fondazione Banca del Monte di Lucca (3 dicembre 2011) -
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PAROLE CHE SPRIGIONANO
Questo libro-documento é un messaggio di energia e di speranza, un omaggio all’inesauribile capacità dell’essere umano di reagire e di rinascere ogni volta. È il risultato di un progetto dell’Associazione Sesta Opera San Fedele, attiva dal 1923 nel settore del volontariato penitenziario per costruire un ponte tra la realtà della città e quella carceraria. A due passi dalla affollata realtà milanese e dai rumori della città, vita rumorosa di qua, attività silenziosa di là, in mezzo un muro in cemento simbolo dei muri impalpabili che costruiamo ogni giorno tra noi e quello che non vogliamo vedere: le parole raccolte in questo libro fanno breccia esprimendo quella libertà presente in ogni essere umano. La libertà del pensiero che può manifestarsi in forma di ricordo, riflessione, aneddoto, rivolta, sogno, sempre dimora nel profondo del nostro spirito.