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IL DIO IN CUI NON CREDO
 

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CARI AMICI
L'editoriale di Mario De Maio

IL PAGINONE

L’ARTICOLO DI FONDO
Armonizzare la ragione e il cuore
- di Arturo Paoli

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• LETTERE A DON MARIO
Bisogno o desiderio di Dio?

• CONVEGNO INVERNALE
“Che Dio mi liberi da Dio”
di Carlo Molari

• DIZIONARIO
Mistero

• CONVEGNO INVERNALE
Il Dio in cui non credo e...
... il Dio in cui credo

• L’INTERVISTA: Vito Mancuso -
Dio: da soggetto a predicato

• NOVITÀ EDITORIALI
Vi segnaliamo...
a cura di Claudiu Hotico

• CONVEGNO INVERNALE
“Come se Dio non ci fosse”
di Ezio Maria Izzo

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• LETTURE: José Castillo, Fuori dalla righe

• CONVEGNO INVERNALE
I mille volti di Dio
di Riccardo Larini

• SOLIDARIETÀ:
Progetti a Madre Terra

 

     

ARMONIZZARE LA RAGIONE E IL CUORE

cominciamo con l'essere più umani

di Arturo Paoli

Il Dio in cui non credo: che cosa vuol dire? Quando ci rivolgiamo a Dio, abbiamo bisogno di sapere a chi ci rivolgiamo. Abbiamo bisogno di un cammino di liberazione perché senza avvedercene abbiamo costruito degli dei: dei bisogni, delle illusioni, dei progetti che in un certo senso adoriamo. Per arrivare al Dio vero è necessario passare attraverso rinunzie, abbandoni, cambiamenti essenziali. Il primo idolo dal quale dobbiamo liberarci è la ricchezza. Il ricco descritto da Gesù nella parabola del ricco epulone è un uomo solo e disperato perché è bloccato nell'adorazione della sua ricchezza. Non ha amici, non ha parenti, non ha donne, è il tipo classico dell'avaro. Forse oggi non esistono più persone così perché tutti spendono e investono, ma per mandare avanti questa società monetaria e consumista tutti vi dobbiamo concorrere, diventando schiavi del consumismo, che ci impedisce di avere il cuore libero. Se vogliamo arrivare alla contemplazione di Dio, a relazionarci con il vero Dio, dobbiamo sgombrare il nostro cuore. Il cristiano si trova davanti a una proposta che non è tanto quella di adorare, di pregare, ma di conoscere Dio. Gesù ci invita a guardare i gigli dei campi e gli uccelli dell'aria, ad ascoltare il loro canto gioioso: ci invita a collocare il nostro cuore in cose che non siano quelle di cui ci impossessiamo con il denaro.
In questi giorni una madre è venuta a dirmi che i suoi due figli hanno ottenuto un grande trionfo: si sono liberati del computer. Evidentemente questi strumenti della tecnica hanno un loro valore, ci liberano dalla fatica materiale però ci impediscono la comunicazione vera, ci impediscono di coltivare le amicizie, di andare incontro ai bisogni degli altri. Quello che stiamo attraversando è un processo lento e fatale di perdita dell'umanità, di disumanizzazione: noi italiani abbiamo il vanto di avere dato origine a un tempo chiamato Umanesimo, Rinascimento, abbiamo dichiarato di essere il Paese più umanista dell'Europa. Ora mi domando se veramente siamo un paese umanista, se abbiamo personalmente il progetto di crescere in umanità e di abbandonare molte cose che soffocano i progetti umanitari. Per umanizzare la famiglia, i figli, la relazione di coppia occorre tempo: c'è bisogno di cura, di tempo, soprattutto di umiltà per modellare la nostra sensibilità in modo che non sia così irta ed esigente da rendere impossibile il dialogo. Il processo di umanizzazione vuol dire creare armonia, e insisto sulla parola creare, perché non viene da sé: si tratta di due differenze che non devono diventare uguali ma devono entrare in armonia. Oggi l'attenzione alla televisione, la passione per il c o m p u t e r che dà tutte le informazioni di cui ho bisogno, che dà tutte le sugges t ioni per migliorare la mia condizione economica, tutto questo mi impedisce il faccia a faccia, o direi meglio il cuore a cuore, l'incontro con quelli a cui sono unito da un vincolo di sangue o da un legame amoroso.
Èemblematico l'incontro di Gesù con Zaccheo, uomo molto occupato, capo dei pubblicani. Zaccheo è uno che riscuote le tasse e che si riempie le tasche come succede anche oggi, e quindi il denaro è diventato per lui l'unica occupazione e l'unico desiderio, l'unica aspirazione e l'unico amore. A un certo punto sente parlare di Gesù, vorrebbe vederlo e si arrampica su un albero a lato della strada dove Gesù deve passare, e lo vede. Immediatamente da Gesù esce un fascino così irresistibile che Zaccheo ne è colpito e trasformato. Da quel momento diventa appassionato di Lui e sa che c'è una sola condizione per poterlo amare ed esserne amato: la condizione è spogliarsi, e Zaccheo lo fa senza esitazione e senza misura. È come l'innamorato che dimentica i limiti, disposto a tutto per poter essere amato da questo essere che è entrato in casa sua e che lo ha sconvolto con la sua presenza. Noi oggi dobbiamo ritrovare la formula per essere la patria dell'umanesimo. Non vi dico: cominciamo con l'essere cristiani, andiamo a monte, cominciamo con l'essere umani, con il ritrovare il soggetto coscienza, il soggetto amore, il soggetto perdono e soprattutto il soggetto umiltà, che forse è quello più doloroso e difficile da riconquistare.
C'è un secondo idolo che minaccia la nostra vita, il più sottile, il meno evidente, quello che i greci chiamavano hybris, che vuol dire tracotanza, non ho bisogno di Dio, faccio da me, sono abbastanza potente. La lotta più grande che l'uomo deve affrontare nella propria vita è contro questo idolo che abbiamo dentro come peccato originale, nel senso che sta all'origine della nostra vita. Oggi stiamo scoprendo che cos'è questo peccato originale: è una parola molto familiare: il catechismo ce lo ha presentato come una macchia che viene lavata attraverso il battesimo e quindi dovrebbe scomparire come tutte le macchie, anche le più dure, invece ce lo portiamo dietro. Non è vero che il battesimo ci pulisce e quindi ce ne libera. Non è vero neanche che Gesù abbia pagato per tutti attraverso la durissima passione a cui è andato incontro, che ci viene raccontata nei suoi dettagli soprattutto da Isaia quando ci parla delle umiliazioni orrende subite dal servo sofferente. Non soltanto la tortura della croce, ma gli sputi, gli scherni, il disprezzo supremo subito da Colui che è venuto per dimostrare amore, sollecitudine, attenzione all'uomo che soffre, per portare al mondo il più grande regalo che è la fraternità. Gesù subisce non solo la sofferenza fisica portata all'estremo, ma soprattutto il disprezzo supremo, tu sei fallito. Perché questo accanimento verso di Lui? Perché è venuto per sradicare la radice di tutti i mali, la radice della perdizione dell'uomo. Allora dobbiamo domandarci che cos'è per noi la religione? Che cosa vuol dire essere cristiani?
Quelli che hanno veramente scoperto il cristianesimo hanno parlato di imitazione di Cristo, più modernamente Carlo de Foucauld ha parlato di Lui come modello unico. Non soltanto seguire Lui, fare di Lui il nostro amico, ma addirittura essere Lui, essere una persona capace di fare dell'amore l'unica guida che dirige tutte le nostre scelte e azioni. Paolo dice che l'uomo è un altro Cristo, e ci piace ripeterlo: sono un altro Cristo, ma il Cristo è sceso all'ultimo posto, ha scelto non soltanto la tortura della croce ma la tortura dell'anima: Dio è la bellezza e la perfezione, e tu sei ridotto nulla.. sei un brandello di carne, niente altro. Attraverso questo disprezzo, Lui che è figlio di Dio, indica all'uomo che se vuole seguirlo, se vuole ottenere la pienezza dell'amore del Padre, sentirsi avvolto nello sguardo amoroso del Padre, bisogna che passi attraverso questa sofferenza. Ha bisogno di questa operazione. Ha bisogno di sradicare la hybris. Pensate come sarebbe bello se due genitori, invece di dire ai figli che devono essere grandi, migliori degli altri, dicessero che devono trasmettere l'amore. Capisco che non si può, dobbiamo accettare di portare la radice del male, ma dobbiamo sapere che non possiamo dirci veramente figli di Dio, non possiamo aspettarci le carezze del Padre se non sradichiamo questa radice dell'hybris.
Solo nel deserto uno scopre veramente chi è e che essere amato da Dio è qualcosa di grandioso, di cui non sono degno, ma bisogna toccare il fondo, arrivare alla morte per comprenderlo. Quando si arriva alla morte per un fallimento, per la perdita di una persona cara, per l'impotenza raggiunta attraverso la vecchiaia o la sofferenza per la caduta dei nostri sogni, può essere veramente il momento in cui muore l'hybris e nasce l'amore. Allora la relazione con il Cristo diventa vera e viviamo la pace e la gioia, nulla ci farà del male. Questo è l'unico destino dell'uomo, la riproduzione di Lui nel mondo. Sempre penso all'orchestra: quando entrate a teatro, prima che cominci lo spettacolo c'è una gran confusione, il violino cerca di mettersi in accordo con il pianoforte, il flauto con il violino, e non si sente altro che rumore, poi quando arriva il direttore tutto diventa armonia, canto, bellezza. Così noi dobbiamo diventare armonia partendo dalla discordia seguendo il direttore Gesù: affidarci a Lui, farci prendere per mano, chiedergli consiglio. La vita è bella, siamo noi che la rendiamo brutta, triste, agitata perché siamo dominati da questa radice negativa che c'è in noi e che separa le nostre qualità positive, il pensiero dall'amore; dobbiamo metterli d'accordo, formare armonia e pace tra la ragione e il cuore. La nostra verità e la nostra pace ci viene dallo stare in questo cammino, dal cercare veramente l'imitazione di Cristo: bisogna sempre alzare gli occhi e guardare il volto di Cristo. Io non voglio sparire, non voglio distruggermi, voglio essere come Te, e per imitare Te, il Tuo volto che mi seduce e mi chiama, è necessario bere questo calice amaro. Ma la sofferenza non è fine a se stessa, il fine dell'uomo è la gioia, l'esaltazione, la pienezza. Pensate a Cristo, cercate tutte le mattine di dire: rivelami il Tuo volto, dimmi che cosa vuoi e che cosa non vuoi che io faccia. E allora in questa obbedienza si incontra il cammino della verità e diventiamo veramente un altro Cristo.

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