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ATTRAVERSARE IL DESERTO
 

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CARI AMICI
L'editoriale di Mario De Maio

IL PAGINONE

L’ARTICOLO DI FONDO
Rinascere dal deserto
- di Arturo Paoli

• LETTERE A DON MARIO
- I problemi dei preti

• IN PRIMO PIANO
Il profumo del deserto
- di Giorgio Gonella

• DIZIONARIO
- Essenzialità

• Una società senza “senso”
- di Nora Habed

• IN PRIMO PIANO 3
Semplicemente vivere
- di Antonietta Potente

• Vi segnaliamo...
- a cura di Claudiu Hotico

• Passi nel deserto
- di Silvia Pettiti

• Dove fiorisce il deserto

• Dentro al deserto

• VISIONI:
Lo scafandro e la farfalla

• LETTURE: Lisa Genova Perdersi

•SOLIDARIETÀ
Il sogno di Mariana

• PSICOLOGIA & SPIRITUALITÀ:
Senza legge né desiderio
- di don Mario De Maio

     
RINASCERE DAL DESERTO

pensavo unicamente a resistere

di Arturo Paoli

Prima del deserto la mia vita era stata piena e interessante, naturalmente con qualche stanchezza e con l’amarezza degli ultimi eventi che ci avevano costretti ad abbandonare Roma e tutti gli impegni ai vertici della Gioventù cattolica. Vivevo l’attesa di vedere quale sarebbe potuto essere il mio futuro definitivo, orientato verso una scelta di vita più povera, più evangelicamente autentica. Allora si presentò l’incontro con la fraternità fondata da René Voillaume e ispirata dal pensiero e dagli scritti di Carlo de Foucauld, e capii che rispondeva alle mie aspettative. Secondo i metodi antichi che ora sono in parte modificati, l’ingresso nella fraternità era subordinata ad un tempo da trascorrere nel deserto del Sahara, non troppo distante dai luoghi dove Carlo de Foucauld aveva vissuto per diversi anni, facendo anche lunghe escursioni solitarie, e dove fu ucciso. Quando mi presentai al maestro dei novizi lui mi sconsigliò di restare nel deserto perché la mia vita passata gli pareva non fosse una buona prefazione alla vita nel deserto. Mi consigliò di aderire a un ordine più intellettuale, ma dopo qualche giorno mi chiamò e mi propose di restare, a condizione di non pensare a libri, a letture, a scrivere perché entrassi in un altro tipo di vita. La mattina avevo la distrazione di un lavoro manuale abbastanza serio che richiedeva un tempo piuttosto lungo, ma i pomeriggi dedicati alla preghiera e al silenzio diventarono presto pesanti. Tra le varie pratiche del noviziato vi era la consuetudine di trascorrere diversi giorni al mese in assoluta solitudine, in una grotta, in mezzo al silenzio totale che evocava il vuoto assoluto. Lì scoprii che il deserto è un mezzo di vita che ha un effetto prepotente: tutte le persone che hanno voluto incontrare Dio veramente, avevano sentito la necessità del deserto.
Nei primi tempi non sapevo come pregare, come rivolgermi a Dio perché non trovavo aiuti nei libri né nel dialogo con altri. Tutto questo cominciò ad agire in me in maniera quasi violenta, mi resi conto che la mia fede era sostenuta da tanti aiuti, mentre nel deserto, dove potevamo leggere soltanto la Bibbia, cominciavo a sentire lontana anche quella, non ero in grado di assimilarla. Mi sentii avvolto in una vita totalmente diversa da quella precedente, a cui avevo pensato con gioia, mentre ora nella realtà concreta, appariva come un trapasso troppo violento e troppo lontano dalla lunga vita che avevo trascorso fino ad allora. In quei momenti pensavo unicamente a resistere, perché non vedevo alternative possibili. Pensavo molte ipotesi di vita, per sottrarmi a quell’assoluto silenzio e a quell’enorme spazio vuoto, specialmente nei giorni di solitudine totale, cui non ero abituato. Se avessi intravisto un’alternativa nel tornare indietro, nel rientrare negli ambienti precedenti, ricominciando a svolgere gli incarichi che avevo avuto, forse avrei lasciato, ma tutte quelle situazioni non mi attiravano più, sentivo un profondo cambiamento dentro di me, un vuoto che non avrei potuto colmare con le attività che avevo vissuto nei primi anni del mio sacerdozio. Durante il tempo del deserto non riuscivo a pensare al rientro nella vita sociale, perché il deserto è il tempo in cui si sperimenta la morte, dove scompare ogni collegamento con il passato e non si ha nulla di concreto per progettare un futuro. Pensavo ai lunghi mesi trascorsi nel deserto da Carlo de Foucauld e alla sua preghiera: Dio se ci sei fatti sentire, e la sua divenne anche la mia preghiera perché Dio era come scomparso dal mio orizzonte. Quella preghiera accendeva una piccolissima, flebile, luce interiore che mi spingeva a pensare: forse un giorno capirò e questo mi dava la forza per continuare ad andare avanti.
Come abbia potuto resistere, ripensandoci, mi sembra quasi miracoloso. Non mi sentivo nato per quella vita, talmente insolita e impensabile rispetto a quella che avevo vissuto. Di lontano mi aveva attratto, ma lì dovevo ricorrere a tutte le risorse interiori che non sapevo di avere. Ammiravo il maestro dei novizi, che ci spiegava il vangelo ogni sera con parole a dir poco affascinanti, io pendevo dalle sue parole che risuonavano dentro di me, ma soprattutto lo osservavo e pensavo: anche lui è passato per un lungo deserto, e ora ha raggiunto questa gioia e questo entusiasmo, che forse possono valere anche per me. Pensavo che quella gioia potesse arrivare, un giorno, anche per me. Pensieri di questo tipo e il presentimento di poter trovare un motivo chiaro per continuare il cammino, anche se il tratto che stavo percorrendo era difficile, la speranza di incontrare infine qualcosa che desse senso alla mia esistenza, mi aiutavano a vivere. Cercavo di pregare, avevo avuto una fede lucida e integra, e questo ricordo mi aiutava: forse tornerà, si tratta di avere pazienza. Credo che in quei mesi si sia sviluppato il coraggio, perché il maestro dei novizi ci ripeteva sempre il motto di Carlo de Foucauld: jamais avoir peur, quindi perché dovevo avere paura? perché dovevo essere così vile, incapace di sopportare qualcosa che altri sopportano? Recitavamo una preghiera eucaristica che ci era di grande aiuto: Cristo è qui, anche se non lo sento, ma con la memoria della sua presenza potevamo sopportare quell’attesa.
Finalmente venne il viaggio di circa 600 km nel deserto, dalla casa del noviziato al luogo dove aveva vissuto Carlo de Foucauld. Avevo temuto di non essere ammesso al viaggio perché qualcuno veniva scartato, ma fui accettato e finalmente durante il cammino incontrai Dio, mi veniva in soccorso, si faceva vicino e la seconda parte del viaggio fu vissuto con entusiasmo e speranza. Il deserto è stato un passaggio fondamentale nella mia vita, nell’aver capito di non vivere più per me e che negli anni precedenti avevo vissuto con egoismo, anche se non me ne rendevo conto e magari venivo elogiato per il mio altruismo, ma dentro di me sentivo che agivo egoisticamente. La grande virtù del deserto è quella di spogliarti, di farti morire al passato e farti rinascere, come Gesù dice a Nicodemo: devi rinascere in spirito e verità. La vita cristiana è morire a te stesso e rinascere per l’altro. Abbandonare la fede astratta verso un Essere invisibile e orientarla verso l’amicizia con Gesù e il suo progetto di pacificare il mondo. Penso spesso che il deserto non è solo un luogo. C’è il deserto del cuore. Ma affermo che non esiste altro mezzo per liberare il nostro cuore, per farne l’abitazione dell’”ospite sacro” (1). Gesù è stato definito l’uomo per gli altri ed Egli è il modello unico di una esistenza che possa dirsi vera e positiva. Questo è il rinascere che Gesù propone a Nicodemo. E questa è l’offerta che trova nel vangelo chi sente il dolore di esistere senza vivere e decide di cominciare a vivere. Nicodemo, non meravigliarti se ti è stato detto: voi dovete rinascere dall’alto (Gv 3,7).


Nota 1: Luigi Zoja, Coltivare l’anima, Moretti & Vitali

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