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ASCOLTARE LA VITA
quelle scelte non volute... le migliori
di Arturo Paoli
Sento l’esistenza come un dono estremamente prezioso, in costante ricerca di equilibrio tra due eccessi: o venire riempita di cose vane e inutili, oppure essere lasciata troppo nel vuoto, tanto da suscitare domande del tipo: perché vivo? qual è il senso che devo dare alla mia vita? La fretta, l’agitazione, il dover fare molte cose e non sapere come darvi ordine, possono ingombrare la mente e il cuore; ma anche l’ozio, il non sapere che cosa fare possono essere pericolosi. Personalmente, dopo una vita trascorsa nel rischio di eccedere nella prima direzione, oggi sento talvolta la tentazione di cedere al secondo versante: in questa situazione mi pare che la cosa essenziale sia mantenere il controllo della propria vita, anche quando si è liberati dalle incombenze del fare, per non lasciare che il proprio intimo sia occupato dal nulla e ti faccia cadere nell’insulso. La vita è una successione di avvenimenti che danno consistenza, valore alla persona: esisto per qualcosa, per qualcuno. Il vero senso della vita è quello di prepararci all’immortalità: quali sono le cose vere cui mi devo dedicare, i valori essenziali della vita? che senso devo dare alla mia esistenza? Questa ricerca costante è utile non soltanto perché alimenta l’area religiosa, ma anche perché consente di vivere con più serietà, di avvertire minore ostilità nei confronti della vita, di guardarla con più distacco, senza lasciarsi dominare e scoraggiare da certi avvenimenti che inevitabilmente ci toccano e ci turbano. Ora che sono giunto all’epilogo, ciò che mi dà serenità è il non avere fatto scelte di cui oggi mi debba pentire, anche perché sono state determinate da circostanze esterne, di cui ho visto con il tempo l’importanza e anche l’utilità che hanno avuto. Le scelte fondamentali, come quella del deserto che ho fatto con molta esitazione e anche sofferenza, e che si è rivelata una profonda rivoluzione nella mia vita, sono avvenute contro la mia volontà diretta. Ma si sono rivelate le più importanti e positive della mia vita.
Ho parlato della tentazione del nulla tante volte commentando e ripensando all’esperienza del deserto che ho vissuto: il deserto è il luogo dove soltanto il tempo avviene, in cui mi trovai disarcionato dal cavallo del tempo, alla cui guida ero diventato abile, senza altra occupazione che osservare la distesa infinita e uniforme del tempo, rappresentata dalla sabbia ondulata dal vento e dal ritmo luce-oscurità. Quel tempo ha generato in me la dimensione contemplativa cui ho cercato poi di restare sempre fedele, riservandole le albe delle mie giornate anche quando tornarono ad essere affollate di impegni, progetti, viaggi, incontri. Il nulla scoperto nel deserto è quello che contiene in sé la ricchezza dell’origine, e la si scopre a patto di non riempirlo, di non sfuggirlo, di fermarsi a guardarlo nella sua essenza di nulla. Come ho scritto in un libro nel quale ho raccontato alcuni tratti della mia esistenza1, in quel nulla ho scoperto i valori fondamentali che hanno sostenuto la mia vita: il non giudizio, il non possesso, la solidarietà con gli ultimi. Quel vuoto aveva la caratteristica di essere guidato da un uomo di rara profondità, il maestro Milad, che aveva capito benissimo, al solo guardarmi, che la mia vita aveva bisogno di trovare un fondamento, il più profondo e radicato possibile. L’esercizio dell’attesa appreso sotto la sua guida ho cercato di praticarlo sempre, qualunque fossero le circostanze della mia vita esteriore. E debbo riconoscere che la mia attitudine non era quella del vivere lentamente, il mio carattere tende all’agitazione di fronte agli impegni e soprattutto alle urgenze. Ma la vita spirituale ha bisogno di tempi lunghi e liberi per far sì che i messaggi che do e quelli che ricevo possano riposare.
Credo che una persona spirituale debba abituarsi a trovare questi spazi che sono assolutamente necessari, perché la vita spirituale è fatta soprattutto di attesa e di ascolto e se si impedisce all’Essere Infinito di ispirarti la Sua vita in noi non può crescere e non può esprimersi nelle azioni che compiamo. Bisogna riconoscere che non tutti coloro che frequentano la messa, che partecipano ai pellegrinaggi sono persone spirituali, ma io credo che un sacerdote abbia bisogno urgente di diventarlo perché il ruolo che egli ha nella società di oggi non è più quello di indicare dottrine e impartire comandamenti, ma soltanto di dare consigli e ascoltare. Un giovane può essere tolto dalla frenesia della vita consumista nella quale è indotto a disperdersi, solamente se si rende conto che c’è qualcuno che ha tempo di ascoltarlo. La vita senza respiro che gli strumenti della tecnica accentuano a ritmo incessante riducono lo spazio e il tempo che sono necessari per assumere responsabilmente la propria esistenza. Il sacerdote e la Chiesa sono i primi incaricati di questo compito essenziale nei confronti della gioventù.
Quando penso alla responsabilità che questa generazione ha verso la gioventù, mi viene spontaneo il rimprovero che Gesù rivolge ai responsabili religiosi di non conoscere i segni dei tempi (Mt 16 e Lc 12). L’evangelizzazione è un incontro fra l’eternità della parola di Dio che non muta e la variabilità dell’uomo che cambia nel tempo e deve accogliere questa parola. Il centro della evangelizzazione è il regno di Dio: che venga il tuo regno sulla terra ci ha insegnato Gesù a pregare. Nel nostro parlare religioso si è sempre messa l’anima al centro: salva la tua anima. Il risultato è stato che quella parte dell’umanità nata e vissuta su quello spazio di terra definito cristiano è al centro della tecnica caratterizzata dal fai da te. Quindi siamo esposti a un progresso continuo di individualizzazione in contrasto con la predica del vangelo il cui centro è l’incontro, la carità. La nostra società finanziaria e capitalista è di per se stessa l’antitesi del cristianesimo comunione di uomini e di beni. I primi cristiani sono rappresentati come una comunità che aveva tutto in comune. Una coppia “troppo furba” che ha pensato di sottrarre una parte del patrimonio perché non si sa mai, le cose possono cambiare, viene castigata con la morte. Gli strumenti che la tecnica crea in continuazione disumanizzano progressivamente l’uomo se è vero che l’affettività è la qualità più importante del nostro esistere. Pietro Barcellona lancia spesso delle grida2 denunziando questo processo che velocemente porta l’uomo alla perdita progressiva di umanità. Ma chi è responsabile della evangelizzazione non tiene conto dell’ammonizione di Gesù: l’uomo cambia e cambia la sua cultura. Se pensiamo all’anima come un essere a parte, invisibile, possiamo pensare a un messaggio interessato soprattutto all’Aldilà, ma l’incarnazione stessa dello Spirito indica che l’uomo vive nel tempo, che lo modifica sostanzialmente creando dei bisogni sempre nuovi a cui la Chiesa ha la responsabilità di andare incontro con la parola eterna perché capace di rispondere al cambiamento dell’uomo e della società.
1. Arturo Paoli, Facendo verità, Gribaudi 1984
2. Pietro Barcellona, L’epoca del postumano, Città Aperta 2007