La mia giovinezza ormai lontana è stata un tempo vissuto con gioia e anche con tristezza. Le gioie erano la mia famiglia, dove ho vissuto una condizione felice fino ai vent’anni, e soprattutto le amicizie che mi sono sempre state facili, sentivo forte l’attrazione verso l’amicizia con i miei compagni di età e qualche volta ricevevo i rimproveri di mia madre perché vi dedicavo troppo tempo. Confrontate con la realtà di vita dei giovani di oggi, queste due dimensioni sono cambiate profondamente, e il cambiamento è avvenuto in peggio. L’individualismo del giovane nasce già in famiglia, dove non vive quella scuola di dialogo, di scambi che possano fare di lui quasi insensibilmente una persona c o r d i a l e . Prima di tutto spesso i figli sono soli, e magari neppure desiderati, per la crisi della maternità e della paternità che ha spento quell’atmosfera sognata di famiglia che accompagnava la crescita dei figli. Assistiamo a una rottura violenta del calore familiare, è diventato quasi impossibile ritrovarsi uniti a pranzo o a cena, dialogare attorno al tavolo e non esaurire la conversazione in monosillabi stanchi e ripetitivi. Certamente il bisogno del giovane di incontrarsi con i suoi coetanei, di parlare dei suoi problemi e del suo futuro non è spento del tutto ma le occasioni si fanno più rare. Difficilmente un ragazzo ha la possibilità di svolgere la propria psiche, la propria intelligenza e le proprie facoltà interiori perché il tempo in cui vive è pieno di oggetti che non gli consentono di far crescere la sua originalità. È venuta meno quella calma meditativa che permette al giovane di sviluppare le sue migliori qualità. Esiste in alcuni una specie di solitudine patologica, di coloro che non amano unirsi agli altri e assumono atteggiamenti solitari, come il mangiare da soli, la paura di prendere qualche infezione, per cui perdono anche l’allegria della gioventù. Sono casi che incontro abbastanza di frequente, di fronte ai quali penso sia necessario creare occasioni di incontri che aiutino a sviluppare il gusto di stare insieme, come spesso accade nella nostra casa dove i giovani si sentono attratti perché trovano un clima di accoglienza e allora si abbandonano, sono loro stessi a farsi il nido.
Ricordo un episodio della mia giovinezza che mi colpì molto. Una vedova con due figli all’incirca della mia età fu trasferita a Lucca come direttrice di una scuola materna e all’arrivo in città conobbe la professoressa di matematica del ginnasio che era non solo una ottima insegnante ma anche una donna attenta ai bisogni dei suoi studenti. La prima cosa che la madre chiese alla professoressa fu: quali sono i ragazzi con cui i miei figli potrebbero s t r i n g e r e buone amicizie? Lei indicò alcuni alunni, tra cui io e infatti diventammo molto amici con quei ragazzi che erano molto intelligenti e si ambientarono bene dopo il primo momento di disorientamento. Quella madre aveva riconosciuto che la comunicazione tra ragazzi della stessa età è una base indispensabile per un giovane, e non viene da sé ma va pensata e curata. Poi credo che un giovane debba anche avere qualche adulto come punto di riferimento. Il fascino dei romanzi di Dostoevskij sono proprio i dialoghi dell’adulto con l’adolescente, che ho sempre trovato così essenziali, così psicologicamente necessari e deliziosi alla lettura.
Il passaggio dalla giovinezza all’età adulta avviene per ognuno in tempi e in modi diversi. Ci possono essere passaggi che avvengono senza ostacoli, senza avvenimenti sconvolgenti e al finale non so se siano i migliori. Tra i venti e i ventidue anni nella mia vita ci furono degli sconvolgimenti terribili che mi hanno segnato profondamente. Due eventi in particolare furono drammatici. La morte di mia madre avvenne improvvisamente e violentemente, in età ancora giovane e distrusse la nostra famiglia che si trovò sprofondata nel lutto; lasciammo anche la casa grande e bella che abitavamo. Contemporaneamente si verificò una catastrofe economica che ci fece passare da una condizione agiata al dover lottare per vivere, per cui tornare a casa non era desiderabile, non si trovavano altro che lamenti e problemi. Mio padre aveva un’attività di artigianato e commercio, come molti a Lucca dove erano fiorenti alcuni artigianati di pregio. Ricordo molto bene la via Calderia, dove erano riuniti gli artigiani del rame, ricordo il bagliore d’oro che dava l’impressione di essere in una città regale e nutriva molti sogni. L’avvento della grande industria inghiottì molto rapidamente questo mondo e cambiò radicalmente la condizione di vita di tante famiglie, tra cui la mia. Fu in quel periodo che io maturai la scelta di diventare prete, una scelta che confidai a pochi amici soltanto negli ultimi giorni prima di entrare in seminario. Scelsi il sacerdozio perché mi sentivo portato a essere educatore di giovani, che sentivo indubbiamente come la mia vocazione. Ed è quello che ha reso serena e combattiva la mia vita. Il disfacimento della società attuale rende difficile per un giovane coltivare una vocazione, incanalare la vita verso una meta che attragga le energie e gli ideali che lo animano.
Comunemente lo spazio della gioventù è definito il più felice, ma se lo pensiamo nella sua realtà soggettiva non si arriva facilmente a questa conclusione. Gli studi letterari ci fanno ritornare ai versi di Lorenzo dei Medici, il Magnifico, quant’è bella giovinezza – che ci fugge tuttavia – chi vuol esser lieto sia – del domani non c’è certezza. Ho davanti a me un giovane che mi rivolge questa domanda: davvero lo spazio della gioventù è il più bello? La mia risposta è che la gioia è doppiamente ferita: è proprio vera una gioia che fugge? Ed è questa la prima ferita, la seconda è questa apertura alla morte che può avvenire domani. Ho sempre cercato di essere vero e di non farmi delle illusioni e ho meditato a lungo se, scartando una gioia che fugge e che non mi dà nessuna sicurezza di continuare domani, può essere quella sola oppure rifiutandola ne troviamo un’altra? Trovai in questo tempo delle letture profonde che mi parlavano di una saggezza che non temesse di guardare in faccia la caducità del tempo e l’inevitabilità della morte. E incontrai il saggio in un piccolo amico ben lontano dall’immagine della persona imponente con la barba bianca, il piccolo siciliano Giorgio La Pira. I brevi tempi che mi poteva concedere erano compensati da un libro di cui ho spesso parlato, ed era Les sources, di uno sconosciuto Gratry. Arrivato alla maturità mi colpì molto una preghiera che il parroco recitava al letto di mia madre morente: si pregava il Signore Gesù che mia madre passata all’Eternità potesse trovare sulla soglia col volto sfavillante di gioia hylarem vultum. E questa speranza ha rallegrato la mia lunga esistenza.