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CARI AMICI
L'editoriale di Mario De Maio

IL PAGINONE

L'ARTICOLO DI FONDO
Gesù uomo per gli altri
- di Arturo Paoli

• LETTERE A DON MARIO
- Sono stanco e insoddisfatto

• CONVEGNO INVERNALE
Cercatori del volto
- di Rosanna Virgili

• DIZIONARIO
- Intelligenza

• CONVEGNO INVERNALE
- Il Dio in cui non credo e...
...il Dio in cui credo

• CONVEGNO INVERNALE
Se Dio fosse una domanda?
- di Vito Mancuso

• CONVEGNO INVERNALE
il Dio in cui credo
- di Carlo Molari

• NOVITÀ EDITORIALI
Vi segnaliamo
- a cura di Claudiu Hotico

• LETTURE
L'altra parte del mondo
- Rita Levi-Montalcini

• PSICOLOGIA & SPIRITUALITÁ:
Mio nonno Giovanni Bollea
- intervista con Ilaria Arbarello

     

GESÙ, UOMO PER GLI ALTRI

viviamo in un mondo anticristiano

di Arturo Paoli

Quali sono gli idoli in cui non credere? Abbiamo parlato del denaro e del potere. Il terzo idolo è la legge, che ci dovrebbe liberare e di fatto ci assoggetta, ci impedisce quella libertà che Dio ha dato a ogni uomo. La posizione di Gesù è in contrasto netto con quella di Mosé, anche se ricalca la scena della salita al monte in cui il profeta dell’antico testamento ricevette le tavole della legge. Anche Gesù salì sul monte, e come fu seduto si accostarono a lui i discepoli, allora aprì la sua bocca per ammaestrarli e proclamò il famoso discorso della montagna, il nuovo codice delle beatitudini. Beati vuol dire felici o meglio gioiosi, perché quelli che metteranno in pratica il codice delle beatitudini raggiungeranno la felicità della persona realizzata, di chi è veramente diventata persona. Quando Gesù parla di felicità non intende la gioia spensierata, il voler essere contenti a costo di tutto, intende la persona che ha trovato finalmente come stare bene al mondo, che si sente realizzata nella verità, che ha raggiunto l’adesione a quel progetto di Dio che ci dà la garanzia di arrivare in fondo alla vita senza recriminazioni. Bisognerebbe che di ciascuno si potesse dire: questa persona ha veramente vissuto la vita che doveva vivere.
Il progetto di Gesù non è strettamente religioso. Non si è limitato a dire: c’è un Padre che sta nei cieli, che vuole essere pregato e sono venuto a dirvi che cosa fa piacere a Lui. I vangeli ci riferiscono che i discepoli sono meravigliati dal comportamento di Gesù: vedono che ogni tanto si allontana a pregare e allora gli chiedono: Signore perché non ci insegni a pregare? Gesù insegna loro la famosa formula del Padre nostro, ma non prende con sé i discepoli quando si ritira la notte a pregare. La lettera agli ebrei ci dice che in quelle notti piangeva, gemeva, gridava, si metteva in contatto con il Padre, il suo lamento saliva verso il Padre. Il progetto delle beatitudini non sopprime i dieci comandamenti, li rispetta trasformandoli, perché Gesù non chiede obbedienza ma rassomiglianza, imitazione. Gesù usa la parola obbedienza soltanto quando comanda alla natura, ma agli uomini e in particolare ai suoi seguaci non chiede obbedienza, promette loro che praticando le beatitudini staranno bene al mondo, realizzeranno quello che devono essere. La vera missione di Gesù è sintetizzata dalle parole di Teilhard de Chardin: amorizer le monde, perché questo mondo è stato pensato nell’amore e dall’amore dovrebbe essere governato. E allora perché nasce il male? perché emerge la contraddizione? perché l’uomo preferisce la tenebra alla luce? Proprio nel mondo cristiano è nato un progetto di distribuzione di beni che ha prodotto ottocento milioni di affamati. Noi siamo i responsabili di ottocento milioni di nostri fratelli che sono alla soglia della morte per fame. Basterebbe pensare questo per dire: che cosa posso fare?
Bisognerebbe meditare profondamente la prima beatitudine: beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli. Non vuol dire non avere un soldo in tasca, ma vivere per realizzare relazioni di amore, di fraternità, di responsabilità perché la mia vita, le mie scelte, il mio indirizzo influiscono sugli altri e parlare di povertà non vuol dire indigenza, ma preoccuparci degli altri, impostare la nostra vita sulla linea della fraternità e dell’amore. Perché quella parte del mondo dove è stata seminata la parola del vangelo è diventata la causa diretta di questo flagello che ancora incombe sulla terra, che è il tradimento della fraternità? A questa domanda si risponde con il codice dell’evangelo, con questo progetto di vita, che non è un programma cui obbedire, ma un miraggio di gioia e letizia perché Gesù non è venuto a portare al mondo il lutto ma la vita piena. Le beatitudini sintetizzano l’impegno dell’uomo sulla terra: non viviamo per noi stessi, bisogna vivere per gli altri. È vero che molti genitori ormai si sono alleggeriti della responsabilità educativa dei figli, ma coloro che hanno ancora il progetto di guidare i loro figli e i loro bambini, devono ricordare che fin da bambini bisogna combattere l’egoismo. Gesù è essenzialmente l’uomo per gli altri, e quindi la caratteristica fondamentale dei suoi seguaci è quella di essere persone per gli altri. È molto comodo dire: Signore ti amo con tutte le mie forze e con tutta la mia anima, non è questo che Dio vuole. Il Padre ha mandato Gesù uomo sulla terra per insegnarci a diffondere l’amore tra gli uomini, e questo amore che fa scendere su di noi non dobbiamo rimandarlo indietro a Lui, dobbiamo trasmetterlo agli altri. Amare Dio vuol dire amare i fratelli, distribuire il Suo amore, renderlo efficace, moltiplicarlo. Questo è l’ideale cristiano. Noi oggi viviamo in un mondo anticristiano anche se esso nomina continuamente il nome di Gesù, anche se quasi tutti professano una religione senza però farsi uomini per gli altri: l’assoluto disimpegno da una politica costruttiva e giusta è segno di indifferenza verso il progetto di Gesù. Essere cristiani non vuol dire ridurre la fede a atti religiosi, perché la religiosità si manifesta anche, e forse di più, nella laicità quando il laico opera con il credente e qualche volta lo supera nella chiarezza di idee, nella responsabilità e nell’impegno. Bisogna che i momenti di preghiera e di incontro ci aiutino efficacemente a cambiare vita, ci aiutino a uscire dal nostro torpore e dai nostri lamenti, perché questa parte del mondo tenti di essere più giusta di quanto non sia oggi.
Gesù ci indica il cammino delle beatitudini per realizzare la nostra felicità: quando dice beato pensa all’uomo che ha trovato la sua pace, che sta bene dentro di sé, che vive senza rimorsi, senza agitazioni, senza angosce, che assume coraggiosamente le sue responsabilità. In una parola pensa all’uomo vero, felice perché è quello che doveva essere, quello che Dio ha pensato fosse, che realizza quello che Lui si attende da me. Questo si deve attendere da un cristiano che si dice credente e che abbia letto e accettato il codice delle beatitudini.

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