• LA BONTÀ DI DIO E LA DIFFICOLTÀ DI VIVERE – di Carlo Molari
• L’ANTINOMIA DEL MONDO E IL DESIDERIO DI BENE – di Vito Mancuso
• LA SOFFERENZA È IL LATO OSCURO DELLA GIOIA - di Carlo Molari
• DIZIONARIO: FELICITÀ
• CARI RAGAZZI, LA POVERTÀ È LA VERA RICCHEZZA – di Ermanno Olmi
• MADRE TERRA: TANTI RICONOSCIMENTI
• VISIONI: IL RAGAZZO CON LA BICICLETTA – di Silvia Pettiti
• LA GIUSTIZIA SECONDO DIO - di Gherardo Colombo
PERCHÉ LA SOFFERENZA?
di Arturo Paoli
Come sacerdote nei molti luoghi in cui ho svolto il mio progetto di vita, mi sono trovato di fronte all’enigma del dolore. Sempre la stessa domanda e sempre la difficoltà di trovare una risposta: perché soffriamo? Perché tanto dolore? Fra i poveri delle favelas piuttosto che la richiesta di chiarire il perché, si attendevano da me parole di conforto, di incoraggiamento e anche la manifestazione di buon umore permanente. In un libro scritto molti anni fa avevo confrontato l’atteggiamento di fronte al problema del dolore di due donne di condizione ben diversa, la donna ricca e la donna povera. La donna ricca non pareva che avesse di che dolersi della vita eppure non cessava di lamentarsi, soprattutto avendo abbastanza cultura non mancava di sottopormi l’eterna domanda: perché si soffre? E naturalmente rivolgeva a Dio questa domanda. La donna povera era come una che non manifestava la sorpresa della sofferenza. Si sa che chi nasce povero deve affrontare molte difficoltà di vivere. E notavo che la mia presenza bastava a consolarla e a convincerla che l’amicizia è un gran conforto nella vita. Chi ha la possibilità di compensare le proprie sofferenze con delle iniziative come viaggi turistici, assistere a spettacoli, ricevere e rendere delle visite quasi quotidianamente, in una parola riempire di compensazioni il vuoto della sofferenza, apparentemente evita la tristezza di vivere. Mentre alle persone povere basta una variante che intervenga nelle loro giornate per portare la gioia di vivere. Il sabato del villaggio del nostro grande poeta non è del tutto vero, non è vero che il giorno di festa non abbia giovato a nulla, è che tristezza e noia recheran l’ore future. Il povero coglie le gioie che presenta la vita, una piccola variante, per dimenticare la sofferenza e godere pienamente la vita. In conclusione devo dire che ho trovato più gioia, più speranza, più voglia di vivere nelle favelas che negli ambienti ricchi. Il che vuol dire che le sofferenze e i dolori non sono solamente legati ad avvenimenti esterni a noi, ma sono anche frutto di un condizionamento psicologico. Il cuore del ricco sente quasi un diritto alla felicità e quindi rifiuta per principio il dolore. Considera il proprio dolore come un’ingiustizia. Devo dire che spontaneamente questo atteggiamento messo in confronto con l’atteggiamento della persona che porta con sé delle vere sofferenze un po’ mi irritava. È vero che esistono degli avvenimenti drammatici che sono veramente “troppo” per la pazienza dell’uomo, ma ci sono anche degli atteggiamenti sbagliati di fronte alla gioia e al dolore. Credo che le condizioni economiche siano un grande mezzo per mettere l’anima in condizione di scoprire e di godere la sorgente della vera gioia e quella del vero dolore. Leggendo attentamente e cercando di assimilarne il senso, le beatitudini del Vangelo hanno un immenso valore per trovare la verità delle due realtà opposte, la gioia e il dolore. Credo che la gioia e il dolore abbiano un fondamento esistenziale, si trovano persone fondamentalmente pessimiste e altre ottimiste. Il che mi fa pensare che la sofferenza e la gioia sono in gran parte affidate all’apparato psichico della coscienza che ciascuno di noi si porta dietro. Lo psicoanalista si fa raccontare le vicende che il suo paziente ha vissuto come spettatore o come soggetto, talvolta il terapeuta riesce a neutralizzare il negativo ma spesso non basta il metodo del dialogo e allora si ricorre a terapie farmacologiche che certamente sono solamente dei calmanti temporanei.
Arrivato all’epilogo della mia esistenza sono spesso portato a un ripensamento del mio lungo passato. Devo dire che lo ripenso come una successione di episodi, piuttosto che a una sofferenza che sia stata particolarmente pungente. Certo le morti di persone care a cui mi sentivo molto legato mi hanno lasciato un ricordo vivo ma indolore per la lontananza nel tempo. Ma soprattutto per il fatto che non sono state segnate da forme di morti particolarmente drammatiche. Prendendo a prestito le parole del beato Carlo de Foucauld che definisce come il più grande dolore sofferto l’allontanamento, ripensando circostanze diverse che periodicamente mi hanno allontanato da luoghi e da persone con cui mi accorgevo di avere un legame molto profondo, considero questo un vero grande dolore. Queste sofferenze periodiche non hanno nessuna parentela con le delusioni che frequentemente rendono amara la vecchiaia con il loro ricordo. La delusione è il risultato di una speranza tanto attesa, tanto coltivata che si può pensare come una pianta a cui abbiamo prestato tanta cura e troviamo improvvisamente secca. Queste separazioni da persone amate, da condivisioni di ideali comuni, possono produrre sofferenze profonde ma non intristiscono la vita, non rendono pesante la vecchiaia, ma sono pensate con gioia. Ritornano spesso alla mente generando commozione, ma si scopre che sono quelle che rendono più umani e più capaci di consolare. Portare il ricordo degli allontanamenti posso dire che è uno splendido ricordo.
Esistono sofferenze necessarie, senza le quali è impossibile crescere o trovare il veramente nuovo e originale. Spesso questa sofferenza che ha un aspetto anche sconvolgente, diventa capace di trasmettere veramente pace. Ho spesso trovato persone, specialmente donne anziane, col volto scavato da molte privazioni e sofferenze, veramente capaci di trasmettere una pace non superficiale, non frutto di una buona vita ma frutto di esperienza, di un dolore spesso molto profondo e inconsolabile. Ne ho avuto spesso la prova compartendo il dolore di madri ferite dalla morte per incidenti dei loro figli, capaci di accogliere nel loro cuore questa pace che può donare chi porta con sé il dono frutto della vittoria su un dolore prodotto da rinunzie e allontanamenti senza aspetti negativi di ingiustizie che lascino sapore amaro nel loro ricordo. La mia missione, nell’attesa della fine del tempo stabilita dal Padre, è piuttosto di testimonianza che di impegno. Sento di essere entrato nello spazio contemplativo. Affermo che in questo spazio la gioia e il dolore appaiono liberati da quelle deformazioni causate dal nostro uso spesso scorretto dell’uno e dell’altra. Questa consapevolezza basta per scoprirle e testimoniarle nella loro verità. Questo svelamento basti per rassicurare che si può sperare, nello spazio di questa notte fonda che attraversiamo, in uomini veri e in una era di pace vera.