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“Anch’io voglio bene al papa”. Mi son venute alla
mente le pagine di don Primo Mazzolari leggendo la lettera di papa
Benedetto ai vescovi per spiegare le ragioni e lo spirito con il
quale ha “rimesso la scomunica” ai quattro vescovi lefebvriani.
In altre pagine affrontiamo e affronteremo i problemi implicati
nella complessa vicenda. Qui vorrei soltanto esprimere un’idea che
sa di coscienza: nella chiesa è necessaria (e dovrebbe esserci realmente)
una grande libertà di dibattito, di giudizio e di critica. E c’è
una altrettanto grande, inviolabile necessità di comprensione e
di amore. Anzi: la comprensione e l’amore dovrebbero essere così
sovrabbondanti da non fermarsi mai dentro il recinto ecclesiale,
ma da diffondersi sempre e comunque al di là, specialmente verso
quelli che ci appaiono i lontani, i peccatori. In queste settimane,
in questi mesi (in questi secoli…) siamo stati infedeli, abbiamo
dato scandalo su questo punto decisivo. E dovremmo davvero chiedere
perdono. Abbiamo condannato i movimenti di liberazione e assecondato
oppressori e colonialisti, abbiamo dimenticato i poveri e corteggiato
i potenti… abbiamo condannato quelli che cercavano, come potevano,
di aiutare i morenti… abbiamo dato scandalo in tanti modi anche
se, forse, talora con buona intenzione. Abbiamo messo il Codice
sopra il Vangelo. La nostra colpa principale, spesso, non è quella
di sbagliare; lo fanno tutti. È piuttosto quella di credere sempre
di aver ragione noi, e di dar la colpa agli altri…
Per questo a me è piaciuta molto, e mi ha commosso,
la lettera di Benedetto XVI ai vescovi. È un gesto del tutto singolare.
Non usano così gli uomini di potere, naturalmente, perché difendono
se stessi. Ma non usano così neppure gli uomini che si sentono al
servizio dell’autorità e della verità fino a immedesimarsene. E
nella difesa di quelle finiscono spesso col difendere anche, e forse
soprattutto, se stessi. Invece Benedetto stavolta ci ha sorpresi
davvero. Ha riconosciuto problemi ed errori di comunicazione (sia
nel senso di come percepire sia nel senso dell’esser percepiti).
Un tale gesto, da una tale autorità e da una tale
persona, merita credito e sincerità. Perciò lo ringraziamo e speriamo
che davvero possa aprirsi un colloquio sempre più sincero e familiare,
e tuttavia non falsato da ossequi cortigiani e opportunisti. Gli
risponderemo che quegli “errori” apparivano prevedibili e quasi
inevitabili a causa dei meccanismi di governo troppo verticisti
(come accadde ad altri bravi e santi Pontefici), e che dunque ci
auguriamo che si possa in futuro porvi rimedio. E aggiungeremo che
il dialogo si è aperto forse anche per la parresia con la quale
una parte della gerarchia e del laicato (e di credenti e non) hanno
sollevato le domande: come? perché?
Le domande, come papa Benedetto sa bene, vanno un
po’ al di là della vicenda dei “tradizionalisti”. Toccano anche
quelli che appaiono troppo “progressisti”: perché verso di loro
sembra esserci maggior severità? Riguardano gli “atei devoti”, ma
anche i “credenti critici”: i primi sembrano avversari benvoluti,
i secondi amici sgraditi. Riguardano il rispetto delle coscienze,
la comprensione verso la vita e le scelte delle persone, l’atteggiamento
verso il mondo moderno nel suo complesso, il primato dell’amore,
della misericordia sulla legge. E riguardano – come dimostra la
polemica su aids e profilattici – non solo ciò che si vuole affermare,
ma anche il linguaggio per renderlo comprensibile.
Noi speriamo che con tutti, fra tutti, si possa riallacciare
un circuito di rispetto e di dialogo sotto il vento dello Spirito.
E speriamo che si moltiplichino le occasioni e le sedi in modo che
tale dialogo avvenga ovunque: nelle comunità ecclesiali locali,
a livello nazionale e universale, con la partecipazione delle diverse
“componenti ecclesiali”. Dentro la Chiesa e tra le Chiese, con le
religioni e con tutti gli uomini.
Infine al Papa vorremmo dire, non per criticarlo,
ma per incoraggiarlo: non creda che le tante critiche o perplessità
di questi mesi siano state espresse per odio – per ferire, per lacerare
– o anche solo per antipatia o incomprensione. Spesso c’è più fedeltà
e sofferenza per la Chiesa, più amore per il Signore (e anche per
i vescovi e i papi) in quelli che discutono, si espongono con passione
e magari con imprudenza, piuttosto che in quelli che dicono di sì,
magari per opportunismo, o per quieto vivere. Mazzolari insegna
anche oggi! (ab)
Tratto da "Adista Segni Nuovi" del 28
marzo 2009.
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