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ANGELO CASATI
   
   
carlo molari

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ARTICOLI:
"Togliti i sandali dai piedi" (luglio 2010)

   

Don Angelo, nato a Milano il 9 maggio 1931, ordinato sacerdote il 27 giugno 1954 e diplomato in Teologia, è stato insegnante nei seminari diocesani, quindi vicario parrocchiale a San Giovanni di Busto Arsizio, poi parroco a San Giovanni di Lecco.
Dal 1986 al 2008 è stato parroco della comunità parrocchiale di San Giovanni in Laterano a Milano.

Le sue pubblicazioni:

- Sussulti di speranza, Ancora, 2009
- Ed essi non compresero, Servitium 2008
- Tracce per un cammino. Lettura spirituale del Deuteronomio tra Antico e Nuovo Testamento, In Dialogo 2007
- Nel silenzio delle cose, Qiqajon 2007
- Il viaggio di Maria, Servitium 2005
- (con Valerio Righini), Via crucis, Servitium 2005
- Il seme nella città. Un parroco tra antenne e campanile, EDB 2005
- Preghiere dei fedeli per le domeniche e le feste, Anno A, Ancora 2004;
- Preghiere dei fedeli, per le domeniche e le feste, Anno C, Ancora 2003;
- Preghiere dei fedeli per le domeniche e le feste, Anno B, Ancora 2002
- Sulla soglia. Poesie 1984-1994, Servitium 2003
- Coro e fuori coro. Poesie 1995-2002, Servitium 2003
- E la casa si riempì del profumo, commento al lezionario festivo romano e ambrosiano dell'anno B, Centro Ambrosiano 2002;
- Gli occhi e la gloria, commento al lezionario festivo dell’anno C, Centro Ambrosiano 2003;
- Ricordare le sue parole, commento al lezionario festivo dell’anno A, Centro Ambrosiano 2002
- La fede sottovoce, edizioni Paoline, 2002
- Il pane è per tutti, Fraternità di Romena 2006
- Diario di un curato di città, Centro Ambrosiano 1998

Link:

"Gesù fuori da comune": articolo su Oreundici di aprile 2010

articolo sul caso di Eluana Englaro

approfondimenti e contatti sul sito "Sulla soglia"

 


 

Di seguito un'intervista a don Casati di Angelo Bertani, da "Jesus" di dicembre 2005.

DON CASATI: PRIMA DI TUTTO ASCOLTO E ACCOGLIENZA

Teologo e poeta, don Angelo Casati è parroco in un grande quartiere della periferia di Milano. Continuamente a contatto con le nuove generazioni, ci spiega che tra i giovani c’è voglia di spiritualità. A patto che la Chiesa offra loro il suo volto più vero, quello della nudità evangelica.


Arrivando in treno da est, prima di Milano Centrale s’incontra la stazione di Lambrate. Non è una città satellite, ma piuttosto un grande quartiere della grande Milano, abitato soprattutto da studenti e lavoratori. Dalla stazione, in dieci minuti a piedi si arriva in piazza Piola. Lì c’è la parrocchia di San Giovanni in Laterano. Nome solenne e singolare per una moderna, semplice, chiesa di periferia. Anche il parroco è un uomo singolare. Si chiama Angelo Casati, e dimostra molti meno dei suoi quasi 75 anni. Parroco da decenni, prima a Lecco e poi a Milano, è anche teologo e letterato, anzi poeta; ed è conosciuto in tutta Italia per la sua cultura e sensibilità, per i libri che ha scritto, per le relazioni svolte in convegni importanti di pastorale, spiritualità ed ecumenismo. Aggiornato e lucidissimo, è una risorsa della Chiesa ambrosiana, lombarda e italiana. Ma sta nascosto come il tesoro sotterrato nel campo. Sono entrato nel suo piccolo studio, illuminato da una fotografia di padre Turoldo, passando dalla sagrestia.

• Don Angelo, mi hanno detto che lei è un uomo schietto. La Chiesa di Lombardia è oggi testimone della speranza?
«La risposta dipende da quale immagine abbiamo di Chiesa. Se penso a quella ufficiale, esteriore, mi viene spontaneo dire che essa offre parole che rimandano, invitano alla speranza. Ma la Chiesa che può essere davvero segno di speranza è quella che accompagna ogni giorno i cammini delle persone, deponendo nel loro cuore una parola che invita a sperare. Non credo che si possa parlare di speranza senza aver prima ascoltato quel che c’è nel cuore dell’umanità, altrimenti sono parole che vengono dall’alto e scivolano via come acqua sul marmo».

• Padre Bevilacqua, il maestro di Paolo VI, citava spesso quella frase terribile: «Guardandoli in faccia, i cristiani non hanno davvero l’aspetto di quelli che si sentono salvati»! Ma i giovani, come si sentono considerati?

«Secondo me, sentono prevalentemente il peso del giudizio e del sospetto. Ma non sempre. Capita d’incontrare dei cristiani, magari meno visibili e ufficiali, che lavorano in profondità, senza declamare; sono loro che inducono a sperare. E poi ci sono nella vita occasioni di grazia, momenti in cui, se l’altro si sente accolto, ti fa partecipe delle sue scelte, a volte difficili, piene di interrogativi. Ma se si riesce a condividere gli interrogativi, si scoprono anche grandi aperture».

• Per esempio?

«Io sono innamorato degli incontri dei fidanzati. Dico "dei" e non "per" perché si tratta di stare assieme, ascoltarsi, non indottrinare. In quegli incontri possiamo confrontarci su quello che abbiamo dentro, i nostri sogni. Vivere questa accoglienza dell’altro, di cui il fidanzamento è segno. Io vedo nascere tanti avvicinamenti alla fede, tante aperture a Gesù. In quelle occasioni vedo che c’è una reale possibilità di annunciare il Vangelo come una "buona notizia". Sapere che Dio mi fulmina se sbaglio: non so se è proprio una buona notizia; ma che Dio mi ami e non mi perda anche se io mi perdo: questa sì che è una buona notizia; che Dio mi abbia sfiorato nella creatura che mi ama: questa sì che è notizia che fa sussultare il mio cuore!».

• La Chiesa italiana cammina verso il Convegno ecclesiale di Verona: come riuscirà a far trasparire questa speranza?
«Ecco: dove c’è ascolto, apertura e ricerca, c’è speranza. Spesso sono gli altri che ci educano alla speranza! A me crea disagio talvolta quella immagine di Chiesa secondo la quale siamo solo noi a vivere la carità, solo noi a possedere la speranza e di conseguenza a elargirla agli altri. Anch’io ho bisogno di speranza e, anche nel mio ministero di prete, spesso ho ricevuto i segni della speranza dagli altri, anche dai lontani».

• I giovani vedono i segni della speranza? E sono in qualche modo interessati al discorso di fede?
«Sì, credo che sia così: a patto di spogliare la fede da tanti orpelli. Insomma, se si ritorna al Vangelo. Raccontare di Gesù può aprire alla fede. Ma la vita di Gesù è stata ridotta spesso a un’immaginetta. Quello di cui si scrive e si parla spesso non è il Gesù del Vangelo che scandalizzava perché andava a mangiare coi peccatori e le peccatrici. Se si ritorna a questo Vangelo pulito, la gente ascolta. Quando padre Silvano Fausti, gesuita, tiene a Milano la lectio settimanale sul Vangelo, la chiesa di San Fedele è gremita. Ricordo quando ho celebrato il matrimonio di un calciatore famoso e all’omelia ho commentato il Vangelo delle beatitudini, che gli sposi avevano scelto: ne furono tutti toccati proprio perché si era parlato del Vangelo, e non di calcio o di cose alla moda. I germogli di questo cristianesimo evangelico si trovano spesso nei luoghi più silenziosi, meno sbandierati».

• Ma com’è, secondo lei, che questa terra lombarda, così ricca di cattolicesimo sociale, di istituzioni religiose, di volontariato, di missionari, di beneficenza, adesso appare inquinata da tentazioni razziste, da un egoismo diffuso, dall’ostilità verso i diversi, gli immigrati...
«Direi che c’era la professione di un cattolicesimo, ma assai meno c’era il confronto con il Vangelo. Pensiamo a come alcuni impostano il tema delle moschee: ve le lasciamo costruire solo se voi islamici, nei vostri Paesi, ci farete costruire le chiese cattoliche. Questa idea della reciprocità farà forse parte del buon senso "politico", ma non ha nulla di evangelico. Nel Vangelo Gesù ci invita a fare del bene non solo a quelli che ci fanno del bene, ma anche a quelli che ci fanno del male, che ci perseguitano. Altrimenti che merito abbiamo, quale buona notizia di liberazione e salvezza portiamo?».

• E non c’è forse un peccato di omissione da parte di coloro – preti, vescovi e mondo cattolico ufficiale – che avevano il compito di richiamare le coscienze ai valori della solidarietà, della giustizia, del dialogo, dell’amore che supera l’idea di reciprocità e ci obbliga ad amare tutti i fratelli membri dell’unica, vera e indivisibile famiglia umana?

«È vero, credo che sia mancata la vigilanza. Abbiamo lasciato che si sviluppasse questa cultura più vicina al razzismo che alla fraternità, un diffuso egoismo che diventa chiusura verso gli altri: viviamo blindati, spesso armati per paura di tutti. Certo: ho fiducia e speranza nei giovani, ma i nostri sforzi per offrire una educazione positiva e valori religiosi autentici sono sovrastati da cattedre molto più potenti. La televisione diffonde modelli fondati sull’egoismo e l’interesse immediato, l’esteriorità, la competizione e il conflitto. Devo riconoscere che gli studenti che avevo al liceo di Busto Arsizio negli anni ’67-73 avevano più fantasia, fermento di idee, volontà di impegnarsi a migliorare il mondo rispetto a quelli di oggi. Mi sembrava quasi che ci fosse più vicinanza al Vangelo. Ma bisogna saper leggere i segni, anche oggi, forse più nascosti: ci sono tanti giovani che hanno la fiducia che un mondo diverso e più fraterno sia possibile! Resisteranno?».

• Dunque, da dove ricominciare?
«Dall’ascolto. Don Luisito Bianchi – abita qui vicino, presso l’abbazia di Viboldone – ha scritto una cosa mirabile e dimenticata: "Mi parlavi dell’ascolto degli uomini come di un sacramento che non era stato mai istituito solo perché era già stato conferito, prima di Cristo a tutti e per tutte le epoche". E poi direi: dal servizio, dall’accoglienza. Il nostro foglio parrocchiale, un ciclostilato di poche pagine che esce ogni mese, si chiama Come albero. Con questa immagine vogliamo dire che la parrocchia, la Chiesa, deve accogliere chiunque e a tutti offrire una sosta, un riparo, un po’ di ombra e di cibo, come l’albero offre una sosta, un riparo agli uccelli del cielo. Senza chiedere carta d’identità, e senza giudicare né sequestrare nessuno. Il Vangelo ci insegna che non basta dire di sì, ripetere "Signore Signore!", o andare spesso in chiesa per seguire l’esempio di Gesù. Bisogna piuttosto farsi prossimo e non passare accanto all’uomo che soffre voltando gli occhi dall’altra parte, come il sacerdote o il levita della parabola evangelica del Samaritano».

• Una conclusione, don Angelo?
«Nessuna conclusione. Voglio però dire che io sono felice di fare il prete. Mi permette di stare vicino alla gente, di condividere tante storie, tanti piccoli segni che incoraggiano. Sono le meraviglie dello Spirito nel cuore delle persone, sia di quelle che vengono in chiesa, sia dei "lontani"».

 


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