Don Angelo, nato a Milano
il 9 maggio 1931, ordinato sacerdote il 27 giugno 1954 e diplomato
in Teologia, è stato insegnante nei seminari diocesani, quindi vicario
parrocchiale a San Giovanni di Busto Arsizio, poi parroco a San
Giovanni di Lecco.
Dal 1986 al 2008 è stato parroco della comunità parrocchiale di
San Giovanni in Laterano a Milano.
Le sue pubblicazioni:
- Sussulti di speranza, Ancora, 2009
- Ed essi non compresero, Servitium 2008
- Tracce per un cammino. Lettura spirituale del Deuteronomio tra
Antico e Nuovo Testamento, In Dialogo 2007
- Nel silenzio delle cose, Qiqajon 2007
- Il viaggio di Maria, Servitium 2005
- (con Valerio Righini), Via crucis, Servitium 2005
- Il seme nella città. Un parroco tra antenne e campanile, EDB 2005
- Preghiere dei fedeli per le domeniche e le feste, Anno A, Ancora
2004;
- Preghiere dei fedeli, per le domeniche e le feste, Anno C, Ancora
2003;
- Preghiere dei fedeli per le domeniche e le feste, Anno B, Ancora
2002
- Sulla soglia. Poesie 1984-1994, Servitium 2003
- Coro e fuori coro. Poesie 1995-2002, Servitium 2003
- E la casa si riempì del profumo, commento al lezionario festivo
romano e ambrosiano dell'anno B, Centro Ambrosiano 2002;
- Gli occhi e la gloria, commento al lezionario festivo dell’anno
C, Centro Ambrosiano 2003;
- Ricordare le sue parole, commento al lezionario festivo dell’anno
A, Centro Ambrosiano 2002
- La fede sottovoce, edizioni Paoline, 2002
- Il pane è per tutti, Fraternità di Romena 2006
- Diario di un curato di città, Centro Ambrosiano 1998
Link:
"Gesù
fuori da comune": articolo su Oreundici di aprile 2010
articolo
sul caso di Eluana Englaro
approfondimenti e contatti sul sito "Sulla soglia"
Di seguito un'intervista a don Casati di Angelo Bertani,
da "Jesus" di dicembre 2005.
DON CASATI: PRIMA DI TUTTO ASCOLTO E ACCOGLIENZA
Teologo e poeta, don Angelo Casati è parroco in un grande quartiere
della periferia di Milano. Continuamente a contatto con le nuove
generazioni, ci spiega che tra i giovani c’è voglia di spiritualità.
A patto che la Chiesa offra loro il suo volto più vero, quello della
nudità evangelica.
Arrivando in treno da est, prima di Milano Centrale s’incontra la
stazione di Lambrate. Non è una città satellite, ma piuttosto un
grande quartiere della grande Milano, abitato soprattutto da studenti
e lavoratori. Dalla stazione, in dieci minuti a piedi si arriva
in piazza Piola. Lì c’è la parrocchia di San Giovanni in Laterano.
Nome solenne e singolare per una moderna, semplice, chiesa di periferia.
Anche il parroco è un uomo singolare. Si chiama Angelo Casati, e
dimostra molti meno dei suoi quasi 75 anni. Parroco da decenni,
prima a Lecco e poi a Milano, è anche teologo e letterato, anzi
poeta; ed è conosciuto in tutta Italia per la sua cultura e sensibilità,
per i libri che ha scritto, per le relazioni svolte in convegni
importanti di pastorale, spiritualità ed ecumenismo. Aggiornato
e lucidissimo, è una risorsa della Chiesa ambrosiana, lombarda e
italiana. Ma sta nascosto come il tesoro sotterrato nel campo. Sono
entrato nel suo piccolo studio, illuminato da una fotografia di
padre Turoldo, passando dalla sagrestia.
• Don Angelo, mi hanno detto che lei è un uomo schietto.
La Chiesa di Lombardia è oggi testimone della speranza?
«La risposta dipende da quale immagine abbiamo di Chiesa. Se penso
a quella ufficiale, esteriore, mi viene spontaneo dire che essa
offre parole che rimandano, invitano alla speranza. Ma la Chiesa
che può essere davvero segno di speranza è quella che accompagna
ogni giorno i cammini delle persone, deponendo nel loro cuore una
parola che invita a sperare. Non credo che si possa parlare di speranza
senza aver prima ascoltato quel che c’è nel cuore dell’umanità,
altrimenti sono parole che vengono dall’alto e scivolano via come
acqua sul marmo».
• Padre Bevilacqua, il maestro di Paolo VI, citava spesso quella
frase terribile: «Guardandoli in faccia, i cristiani non hanno davvero
l’aspetto di quelli che si sentono salvati»! Ma i giovani, come
si sentono considerati?
«Secondo me, sentono prevalentemente il peso del giudizio e del
sospetto. Ma non sempre. Capita d’incontrare dei cristiani, magari
meno visibili e ufficiali, che lavorano in profondità, senza declamare;
sono loro che inducono a sperare. E poi ci sono nella vita occasioni
di grazia, momenti in cui, se l’altro si sente accolto, ti fa partecipe
delle sue scelte, a volte difficili, piene di interrogativi. Ma
se si riesce a condividere gli interrogativi, si scoprono anche
grandi aperture».
• Per esempio?
«Io sono innamorato degli incontri dei fidanzati. Dico "dei"
e non "per" perché si tratta di stare assieme, ascoltarsi,
non indottrinare. In quegli incontri possiamo confrontarci su quello
che abbiamo dentro, i nostri sogni. Vivere questa accoglienza dell’altro,
di cui il fidanzamento è segno. Io vedo nascere tanti avvicinamenti
alla fede, tante aperture a Gesù. In quelle occasioni vedo che c’è
una reale possibilità di annunciare il Vangelo come una "buona
notizia". Sapere che Dio mi fulmina se sbaglio: non so se è
proprio una buona notizia; ma che Dio mi ami e non mi perda anche
se io mi perdo: questa sì che è una buona notizia; che Dio mi abbia
sfiorato nella creatura che mi ama: questa sì che è notizia che
fa sussultare il mio cuore!».
• La Chiesa italiana cammina verso il Convegno ecclesiale
di Verona: come riuscirà a far trasparire questa speranza?
«Ecco: dove c’è ascolto, apertura e ricerca, c’è speranza. Spesso
sono gli altri che ci educano alla speranza! A me crea disagio talvolta
quella immagine di Chiesa secondo la quale siamo solo noi a vivere
la carità, solo noi a possedere la speranza e di conseguenza a elargirla
agli altri. Anch’io ho bisogno di speranza e, anche nel mio ministero
di prete, spesso ho ricevuto i segni della speranza dagli altri,
anche dai lontani».
• I giovani vedono i segni della speranza? E sono in qualche
modo interessati al discorso di fede?
«Sì, credo che sia così: a patto di spogliare la fede da tanti orpelli.
Insomma, se si ritorna al Vangelo. Raccontare di Gesù può aprire
alla fede. Ma la vita di Gesù è stata ridotta spesso a un’immaginetta.
Quello di cui si scrive e si parla spesso non è il Gesù del Vangelo
che scandalizzava perché andava a mangiare coi peccatori e le peccatrici.
Se si ritorna a questo Vangelo pulito, la gente ascolta. Quando
padre Silvano Fausti, gesuita, tiene a Milano la lectio settimanale
sul Vangelo, la chiesa di San Fedele è gremita. Ricordo quando ho
celebrato il matrimonio di un calciatore famoso e all’omelia ho
commentato il Vangelo delle beatitudini, che gli sposi avevano scelto:
ne furono tutti toccati proprio perché si era parlato del Vangelo,
e non di calcio o di cose alla moda. I germogli di questo cristianesimo
evangelico si trovano spesso nei luoghi più silenziosi, meno sbandierati».
• Ma com’è, secondo lei, che questa terra lombarda, così
ricca di cattolicesimo sociale, di istituzioni religiose, di volontariato,
di missionari, di beneficenza, adesso appare inquinata da tentazioni
razziste, da un egoismo diffuso, dall’ostilità verso i diversi,
gli immigrati...
«Direi che c’era la professione di un cattolicesimo, ma assai meno
c’era il confronto con il Vangelo. Pensiamo a come alcuni impostano
il tema delle moschee: ve le lasciamo costruire solo se voi islamici,
nei vostri Paesi, ci farete costruire le chiese cattoliche. Questa
idea della reciprocità farà forse parte del buon senso "politico",
ma non ha nulla di evangelico. Nel Vangelo Gesù ci invita a fare
del bene non solo a quelli che ci fanno del bene, ma anche a quelli
che ci fanno del male, che ci perseguitano. Altrimenti che merito
abbiamo, quale buona notizia di liberazione e salvezza portiamo?».
• E non c’è forse un peccato di omissione da parte di coloro – preti,
vescovi e mondo cattolico ufficiale – che avevano il compito di
richiamare le coscienze ai valori della solidarietà, della giustizia,
del dialogo, dell’amore che supera l’idea di reciprocità e ci obbliga
ad amare tutti i fratelli membri dell’unica, vera e indivisibile
famiglia umana?
«È vero, credo che sia mancata la vigilanza. Abbiamo lasciato che
si sviluppasse questa cultura più vicina al razzismo che alla fraternità,
un diffuso egoismo che diventa chiusura verso gli altri: viviamo
blindati, spesso armati per paura di tutti. Certo: ho fiducia e
speranza nei giovani, ma i nostri sforzi per offrire una educazione
positiva e valori religiosi autentici sono sovrastati da cattedre
molto più potenti. La televisione diffonde modelli fondati sull’egoismo
e l’interesse immediato, l’esteriorità, la competizione e il conflitto.
Devo riconoscere che gli studenti che avevo al liceo di Busto Arsizio
negli anni ’67-73 avevano più fantasia, fermento di idee, volontà
di impegnarsi a migliorare il mondo rispetto a quelli di oggi. Mi
sembrava quasi che ci fosse più vicinanza al Vangelo. Ma bisogna
saper leggere i segni, anche oggi, forse più nascosti: ci sono tanti
giovani che hanno la fiducia che un mondo diverso e più fraterno
sia possibile! Resisteranno?».
• Dunque, da dove ricominciare?
«Dall’ascolto. Don Luisito Bianchi – abita qui vicino, presso l’abbazia
di Viboldone – ha scritto una cosa mirabile e dimenticata: "Mi
parlavi dell’ascolto degli uomini come di un sacramento che non
era stato mai istituito solo perché era già stato conferito, prima
di Cristo a tutti e per tutte le epoche". E poi direi: dal
servizio, dall’accoglienza. Il nostro foglio parrocchiale, un ciclostilato
di poche pagine che esce ogni mese, si chiama Come albero. Con questa
immagine vogliamo dire che la parrocchia, la Chiesa, deve accogliere
chiunque e a tutti offrire una sosta, un riparo, un po’ di ombra
e di cibo, come l’albero offre una sosta, un riparo agli uccelli
del cielo. Senza chiedere carta d’identità, e senza giudicare né
sequestrare nessuno. Il Vangelo ci insegna che non basta dire di
sì, ripetere "Signore Signore!", o andare spesso in chiesa
per seguire l’esempio di Gesù. Bisogna piuttosto farsi prossimo
e non passare accanto all’uomo che soffre voltando gli occhi dall’altra
parte, come il sacerdote o il levita della parabola evangelica del
Samaritano».
• Una conclusione, don Angelo?
«Nessuna conclusione. Voglio però dire che io sono felice di fare
il prete. Mi permette di stare vicino alla gente, di condividere
tante storie, tanti piccoli segni che incoraggiano. Sono le meraviglie
dello Spirito nel cuore delle persone, sia di quelle che vengono
in chiesa, sia dei "lontani"».
|