Conferenza tenuta alla "Scuola di formazione della Rosa Bianca"
il 27 agosto 2010 a Roncegno (TN)
Il vento nella chiesa. Lego l’immagine del vento allo Spirito. Non è una legatura, frutto di fantasie o fuori le righe, è dentro la fantasia e le righe del vangelo, l’immagine l’ha usata Gesù: “il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va, così è chiunque è nato dallo Spirito” (Gv 3,7).
Mi sono chiesto dove annuso il vento? Lo annuso nella chiesa?
Forse sono impietoso, io l’ho respirato a pieni polmoni nella stagione del concilio, oggi mi manca l’aria. Come se faticassi ad annusare il vento ai piani alti. I documenti sono pesanti, logorroici. Sono tomi. Li confronto con i vangeli, quattro, poche pagine e stracolme di vento, di profezia, ti fanno alzare la testa. Oggi i documenti ecclesiastici vengono sfornati a gettito continuo e chi li legge? Hanno il linguaggio degli ambienti clericali, sono pallidi, non c’è vento.
Mi è capitato di pregare e di scrivere in vista di montagne:
A ondate piene
per voglia d’ amore
il vento,
disseppellendo
come da affreschi
ammalorati
luci e colori
delle case e dei boschi.
Non c’è vento
sui nostri volti smunti
nelle parole vuote
nelle liturgie senz’aria
nelle nostre vite grigie.
E sia vento, per grazia,
ondate di vento,
sui nostri volti smunti,
Signore.
La mancanza di vento e di fuoco, per una sorta di clonazione si riproduce, se lo Spirito non ci fa vigilanti, nelle fasce più basse. Dove si diventa esecutori di piani, di programmi, di strategie elaborate nelle stanze alte, là dove non c’è né il profumo del vento né l’odore della vita, quella reale. Riproduzioni dell’alto dove per di più domina incontrastato ed è esclusivo il maschile, nell’assenza assordante del femminile. Ambienti dove è come se si parlasse fuori dalla storia. Perdonate l’accenno personale. Ora che sono prete in pensione non mi arrivano più le convocazioni per gli incontri di Decanato. Da sprovveduto e ingenuo mi prese un giorno il desiderio di metterci piede, forse era curiosità. Vi devo confessare che durai fatica a rimanere, mi mancava l’aria. L’impressione era di essere in una bolla, vivere in una bolla, senza fessure o pertugi su ciò che si muove nella storia, nelle problematiche delle donne e degli uomini di oggi. Sembra di camminare su erbe di plastica e per reazione il cuore non smette di credere che la nostra è terra attraversata oggi da Gesù il Vivente e sfiorata dal suo vento, nel cuore a sfida la voce di una piccola inerme ma resistente sorella, piccola sorellina speranza. speranza. Forse per questo, venendo un giorno da erbe grigie di incontri incolori, mi succedeva di scrivere:
E venendo da cenacoli chiusi
in prati d’erbe
smunte
senza refoli di vento
l’avventura dei tuoi passi
su erbe bagnate,
colorate di ignoto
da un oltre che segna
il tuo passaggio di silenzio.
Andavi per pareti di vento.
Ed io a inseguire
per acuto di nostalgia
il tuo profumo di vento.
Dopo gli anni di vento del Concilio oggi si reagisce, in alto e per clonazione, in basso alla complessità che è una cifra del nostro tempo chiudendosi in una bolla. E quindi quando si si fuoriesce per lo più non è per condividere la vita comune ma per entrare a contrattare nella sfera civile.
Se tento di decifrare minimamente le ragioni della mancanza di vento, precisata e confessata la mia quasi totale incapacità di analisi documentate, da povero lettore dei segni dei tempi mi verrebbe da attribuirla, tra le molte, a due ragioni, che hanno in comune la mancanza di ascolto. Un non ascolto delle Scritture sacre. Oggi che il card. Martini non ha quasi più voce, chi parla o scrive a partire dalle Scritture Sacre? Da tutto meno che da quelle. Come se riproducessimo il modello di quei movimenti dove ti chiamano a meditare e guai che una volta si parta dai vangeli, si medita sul libro del capo. E così mi sembra, perdonate, di essere ritornato per certi aspetti alla vecchia teologia del mio Seminario, dove si costruivano elucubrazioni e poi si andava a scovare, per suffragarle, un versetto delle Scritture sacre. Se non si parte da quelle non c’è vento, il vento è nella parola. Non nei nostri idoli, per religiosi che siano, hanno bocca e non parlano! Fattura di mani di uomini.
Alla mancanza di vento darei un’altra causa: il non ascolto dei fedeli. Dello Spirito che li abita, quasi si sia creata una riserva esclusiva ed escludente dello Spirito, una riserva in alto o nel clero. Si è reagito alla complessità rafforzando l’istituzione, ricompattando, dilatando l’ossessione delle appartenenze, cercando di entrare nelle strategie dell’agone politico. Nella paura che qualcosa sfugga. C’è qualcuno che pensa per tutti, un unico movimento dall’alto in basso, mai dal basso in alto. Il laicato dove è consultato? Le donne dove? I piccoli, quelli che cui sono rivelati i segreti del Regno, quelli che facevano esultare Gesù, mi dite dove? Sono loro la nostra frequentazione? O siamo sui terrazzi alle cene con coloro che contano, che contano molto in potere e poco nello Spirito? Di qui una chiesa monocorde, che canta a una sola voce, che ha un solo colore e pensa che questa uniformità sia ricchezza. Una chiesa che non entra nelle case e pensa di essere la depositaria del vento, mentre se c’è qualcosa di imprendibile è il vento. Una chiesa immobile prevedibile. Sai già dov’è e che cosa ripeterà. Mentre dei guidati dallo Spirito è detto che sono come il vento che “non sai di dove viene dove va”.
E poi c’è un sommerso della chiesa. Dove respiri. Io, vecchio come sono, vengo chiamato di qui e di là in comunità, parrocchie, gruppi e me ne ritorno, un po’ stanco la sera per via che sono consumato dagli anni, ma sorpreso:spazi, donne e uomini, dove vedo la passione del vangelo, la passione della terra, uomini e donne nel mondo, ma non arresi alla mondanità. In ascolto di Dio e della carovana dell’umanità in cui camminano, donne e uomini in ascolto del cielo e della terra.
Questa è la chiesa dimenticata, di cui non si parla né si scrive, di cui Don Michele Do diceva la bellezza, ma anche la possibile depravazione, quando scriveva: La chiesa è il mondo che va faticosamente trasfigurandosi nella bellezza. Sentirsi umili e appassionati servitori della bellezza, in un dono di sé fino all’estremo, è davvero l’ideale più alto e la più alta proposta che possa essere fatta a chi vuole fare della propria vita un atto di poesia. Se al contrario il segno della mediazione religiosa è del tutto estrinseco e non lascia trasparire la realtà santa, insorgono inevitabilmente antiche, diffuse e sempre incombenti tentazioni. La tentazione del mercato. Se nel segno si perde la sostanza religiosa, il segno non resta che una cosa, nuda cosa, senza alcun mistero. Una chiesa vuota di Spirito e gremita di “oggetti” religiosi, quasi inevitabilmente finisce per diventare “mercato”. Nasce il sacramentalismo, che rende cosa anche lo Spirito e oscura la grandezza del sacramento. La tentazione del potere. Caduta la trasparenza, che è frutto dell’esperienza interiore, essa viene sostituita dal potere spirituale. Un potere che si illude di supplire il vuoto dell’esperienza spirituale. Supplet ecclesia. Si altera il senso del sacerdozio ministeriale. Non è il potere che crea la trasparenza, al contrario, è la trasparenza che crea il potere. È stato un giorno di grazia quello in cui è caduto il potere temporale della chiesa, ma giorno di grazia ancora più grande sarà quello in cui cadrà il potere spirituale, assai più insidioso e deleterio. Perché la chiesa, invece che spazio e voce della libera coscienza religiosa di fronte a tutti i Cesari, finisce per diventare il Cesare essa stessa e al posto della grande mediazione nasce la grande inquisizione. La tentazione della magia.
Vorrei sfiorare l’immagine del fuoco.
Un’ immagine che mi richiama la profezia, la voce rovente dei profeti, una dimensione a cui in piccola misura ho accennato: vedo troppo calcolo, inchini ai potenti, poco profezia.
Ma il fuoco mi richiama anche l’amore: un fuoco di amore. E non un amore senza passione. E fa ritorno al cuore la parola del Cantico dei cantici: “le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo”.
L’amore vuole la cura, la cura della relazione.
Mi vado chiedendo fino a che punto il modello costantiniano di una chiesa piramidale cui il concilio aveva opposto il modello della circonferenza, in cui al centro c’è Cristo e solo lui e in cui tutti i punti sono tutti a uguale distanza dal centro sia stato superato. Diceva don Germano Pattaro: “L’immagine – dalla piramide alla circonferenza – fa capire che si è passati da una ecclesiologia della “decisione e della “dipendenza” ad una ecclesiologia della “compartecipazione”. Nella chiesa, cioè, nessuno è “più chiesa” di un altro e la chiesa non è più degli uni e meno degli altri. La chiesa è di tutti. Tutti ne sono responsabili”. “Siamo passati” dice don Germano “da un modello all’altro”. Ma siamo veramente passati? Questo nuovo modello è passato nelle vene e nella carne della chiesa o resiste e si sta rafforzando l’altro, il modello di chi è sopra e chi è sotto, a sconfitta della parola di Gesù che tutti ricordiamo: “chi è più grande sia il servo di tutti” e “non fatevi chiamare maestri”?
E mi chiedo anche fino a che punto questo modello piramidale, che vorrei chiamare, nel senso deteriore del termine, maschile, non abbia determinato un impoverimento non solo di compartecipazione, ma anche un impoverimento delle relazioni nella chiesa. Prevale il ruolo, prevale l’organizzazione, disattendendo gravemente la parola di Gesù che invitava: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato … e io non vi ho chiamato servi, ma amici”. Lontani dunque da ogni forma dl domino da un parte e da ogni forma di servilismo dall’altra. Vi chiedo, vedete questa amicizia, uno stare seduti alla pari da amici intorno alla stessa tavola, un volersi bene, un dirsi ciò che abbiamo nel cuore, senza reticenze né paure, un parlarsi al di là delle maschere dei ruoli, in una parola vedete una vera comunione? Non è forse vero che c’è più istituzione che comunione? Un prete che mi è diventato amico in questi giorni e che è impegnato nelle carceri mi confessava che non esistono condizioni oggi di un’amicizia vera e sincera tra i preti, che trova invece tra i laici e non necessariamente tra i laici cattolici. E mi raccontava come il dirsi prete crei già un barriera, mentre in un’amicizia dove non diventi predominante il ruolo ci si confida anche nelle dimensioni spirituali più profonde.
E così vengo all’ultimo frammento delle mie osservazioni. Vi dicevo che io non ho competenze sociologiche, ma quello che a me sembra un fatto nuovo è l’allargarsi di una fascia sempre più consistente, oggi numerosissima, di persone che non si identificano più con la chiesa eppure sono profondamente appassionate di Gesù e del vangelo, donne e uomini della soglia. Mi sembra di rivedere, certo in piccolo la situazione di Simone Weil, che per fedeltà alla sua coscienza non può entrare nella chiesa, ma è appassionata di Gesù e del suo vangelo.
Vorrei citarvi alcuni pensieri di Susanna Tamaro che sembrano raccontare questa che è una situazione di molti, l’artiolo è apparso in “Corriere della sera” il 2 agosto:
Se la Chiesa non ha più padri di Susanna Tamaro in “Corriere della Sera” del 2 agosto 2010 Poche settimane fa il Papa ha istituito un nuovo organismo, nella forma di «Pontificio Consiglio», con il compito di promuovere una rinnovata evangelizzazione nei Paesi che stanno vivendo una «progressiva secolarizzazione» e una sorta di «eclissi del senso di Dio». Da cosa, da chi dipende questa «grave crisi del senso della fede cristiana e dell’appartenenza alla Chiesa» di cui parla Benedetto XVI e a cui questo nuovo dicastero vorrebbe porre rimedio? Da anni mi trovo a vivere in una posizione di confine. Non ho avuto, in famiglia, un’educazione cattolica, anzi, provengo da un ambiente ateo, anticlericale e massone ma avendo una natura inquieta, nel corso della mia vita, ho fatto un lungo cammino spirituale che mi ha riavvicinato al Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e di Gesù Cristo. Non è stato un cammino lineare né sempre luminoso, la via interiore, infatti, è un continuo confronto con il male. Se la mia fede esiste — e resiste — è perché continuo a studiare, a leggere, a interrogarmi e ad accettare anche giorni in cui mi sembra di non credere. Negli ultimi dieci anni molte altre persone della mia generazione hanno intrapreso un percorso simile, lasciandosi alle spalle ideologie politiche, new age e vari movimenti orientali per tornare alla fede del Vangelo ma, nella maggior parte dei casi, questi figli prodighi non hanno trovato nessun padre ad attenderli. Così, dopo un periodo di grande trasporto, non trovando interlocutori né accoglienza, si sono nuovamente allontanati. La Chiesa infatti — nonostante i molti dibattiti tra laici e credenti — continua a essere autoreferenziale, a respingere chi è in ricerca e a diffidare profondamente di chi ha fatto un percorso spirituale diverso. Come mi disse un giorno un prete irritato — al quale stavo spiegando il sentito e tardivo riavvicinamento alla fede di un’amica di cui avrebbe dopo poco celebrato il funerale — «gli ultimi mesi non contano niente, bisogna stare da sempre nella Chiesa», dimostrando così un’ammirevole pienezza evangelica. Malgrado tutti i discorsi sull’apertura, sulla nuova evangelizzazione, la Chiesa continua a essere una struttura solo apparentemente accogliente, accoglie giustamente i poveri, si prodiga con generosità per alleviare le sofferenze degli ultimi, ma spesso, in questa bulimia di buone azioni, si dimentica delle inquietudini delle persone normali. Mancano i padri e le madri spirituali, persone credibili, che abbiano fatto un cammino, che conoscano la complessità e la contraddittorietà della vita e che, con umiltà e pazienza, sappiano accompagnare le persone lungo questa strada, senza giudicare e senza chiedere risultati. Nel padre o nella madre spirituale non c’è niente di nuovo, bensì qualcosa di straordinariamente antico: la sete di un’anima che incontra un’altra anima in grado di aiutarla a cercare l’acqua. Non occorrono nuovi «input», nuovi dicasteri, nuove sfide, nuovi raduni oceanici. Occorre soltanto ricordarsi che nell’uomo esiste una parte di mistero e che questa parte va nutrita. La natura umana è sempre uguale e, per crescere interiormente, richiede le stesse cose oggi come ai tempi dei padri del deserto. Se così non fosse, non si spiegherebbe il fascino che ancora ha, ad esempio, San Francesco che da più di ottocento anni continua a parlare e a commuoverci con le sue parole e la sua vita. San Francesco infatti era un Santo. E cosa vuol dire Santo? Essere una persona integra, totale, una persona che non ha doppiezze, fraintendimenti, che conosce solo il «sì sì, no no» di evangelica memoria. Sono così la maggior parte delle persone di Chiesa che ci vengono incontro, che parlano dai pulpiti delle parrocchie, in televisione, sui giornali? Hanno sguardi luminosi? Le loro bocche parlano davvero della pienezza del cuore? Sono forze di santità? E se lo sono, perché non arrivano, perché le loro parole lasciano per lo più indifferenti, se non irritati? Perché non faccio altro che incontrare persone buone, rette, etiche, che si sono allontanate per sempre dalla Chiesa dopo esperienze deteriori con i suoi rappresentanti? Dove «deteriore» non è solo il caso estremo del pedofilo, ma anche quello più semplice del sordido, dell’ignavo, del gretto, comunque del doppio? Perché, nel cattolicesimo, è concessa questa doppiezza? La bocca si riempie di parole alte, ma la vita, spesso, non le manifesta. La coerenza non sembra essere richiesta. Eppure, dove la coerenza c’è, dove c’è testimonianza della pienezza della vita di fede, le chiese sono piene, i nuovi eremiti sparsi sull’Appennino hanno il problema di gestire il flusso delle persone che ininterrottamente va da loro. Già, perché questi sono tempi di grande inquietudine e di grande ricerca. L’uomo in cammino non si accontenta più di formule, di luoghi comuni, di convenzioni sociali, è molto più esigente, cerca risposte vere e profonde alle domande che ha dentro. Questa sete di verità e bellezza non può venire soddisfatta dalla mediocrità delle vite e delle testimonianze né da una liturgia che ha abbandonato il sacro diventando sempre più simile a una sorta di intrattenimento televisivo. Se una nuova evangelizzazione ci deve essere, dovrebbe dunque riguardare prima di tutti gli uomini e le donne della Chiesa, responsabili purtroppo — in molti, troppi casi — dell’allontanamento dalla fede di tante persone di valore. Forse è il momento di capire che non è la quantità dei sacerdoti, ma è la qualità a fare la differenza. E la qualità non dipende dalla preparazione teologica, dai convegni, dai master accumulati, ma dalla purezza dell’anima che si arrende alla Grazia. Un ‘anima arresa è un’anima che converte, che disseta. Un’anima che traffica, organizza, o si assopisce sui suoi privilegi , è un’anima che allontana. Viene il sospetto che questo nuovo dicastero rischi di diventare soltanto l’ennesimo coperchio messo sulla pentola, per non guardare quello che bolle dentro. Nuove cariche, nuovi poteri, nuovi segretari, nuovi bilanci. C’è davvero bisogno, è questo che avvicinerà la gente? O c’è bisogno piuttosto di una grande cura di umiltà? Cancellare i moralismi, i pregiudizi, la pigrizia, la sete di potere e tutta quella zavorra che nulla ha a che vedere con la fede e appesantisce e rende tanto ostile il cattolicesimo agli uomini contemporanei. I nostri tempi hanno bisogno estremo di santità, come ha detto il Papa di recente all’anno sacerdotale, perché davanti alla cosificazione dell’uomo, è l’unica condizione che lo riporta alla straordinaria grandezza per cui è nato. Santità non è un’inerme arrendevolezza, ma è una forza di pienezza, un essere dell’uomo nella totalità compiuta dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti, capace così di compiere ogni suo atto nella luce dell’amore”.
A me sembra che quanti nella chiesa sono condotti dal fuoco, e dunque hanno anche un cuore, dovrebbero avere sensibilità per questa nuova condizione, di sorelle e fratelli che per debito di coscienza, non entrano. Dovremmo di conseguenza chiederci come vederli, come relazionarci con loro, come accogliere la loro provocazione. Forse una direzione di senso l’aveva allusa il Card. Martini con la proposta della sua cattedra dei non credenti.
E dal momento che mi è uscito, per debito di cuore, il suo nome. Vorrei finire con una sua immagine che alludeva al fuoco.
Ai parroci di prima nomina in un suo confidava a quale immagine di chiesa avrebbe dovuto ispirarsi una parrocchia, non quella del parroco padrone, la piramide né, diceva, sul modello di comunità totalizzanti, dove tutti sanno tutto di tutti, dove tutti sono corresponsabili. Ma poi in realtà i veri corresponsabili, diceva, sono il due per cento. E continuava. “Porto nei consigli pastorali l’immagine del fuoco, acceso dagli scout nella notte, ai margini del bosco, alcuni di loro si lasciano arrostire, buttano la legna sul fuoco, lo attizzano; altri si avvicinano per scaldarsi; altri ancora stanno lontano, hanno paura di avvicinarsi, però sono attratti. È molto importante che questo fuoco ci sia, perché oggi o domani si accosteranno tutti e alla fine aiuteranno a mettere la legna. Il Signore vuole la salvezza di tutti, la comunità opera anche a favore di chi vaga nel bosco e di chi è un po’ fuori, ai margini”.
Vento e fuoco. A noi tocca in tempi in tempi avari di vento e di fuoco,creare cenacoli aperti di resistenza e soffiare. Soffiare sulla brace.