| Ivo Lizzola - Aver cura della vita |
Creare una casa nel mondo
"Siamo consegnati", come dire: sotto il segno della cura. Come non ricordare che l'essere umano è educabile, cioè in grado di realizzare la sua forma propria attraverso l'apporto determinante di azioni di cura? Anzi che "l'essere-nel-mondo è essenzialmente Cura", che l'uomo è preposto alla cura: è oggetto di cura ed, insieme, ha cura di. "Preoccupandosi di molte cose, prendendosene continuamente cura", può infine "creare una casa nel mondo" [H. G. Gadamer, 1996]
Vien da chiedersi quanto nei processi di formazione ci si impegni a sviluppare
le disposizioni a prendersi cura della vita, di quella della propria mente e
della vita con gli altri. Cioè al costituirsi come soggetti dei propri atti.
[L. Mortari, 1999] E quanto questo venga invece eluso o evitato da una concentrazione
sulle discipline, sui curricula e sullo sviluppo di una razionalità tecnica
e strumentale. Delegando in toto alle "agenzie educative", ai soggetti sociali
e alle "famiglie spirituali" esterne alla scuola quella dimensione.
Ma nessuno di questi soggetti esterni alla scuola ha le potenzialità di sviluppare,
insieme, la cura: per quelli cui siamo vicini e legati; per quanti non ci sono
immediatamente prossimi; per la biosfera; per gli artefatti umani; per il mondo
delle idee. Facendo praticare in movimenti autoriflessivi la presa in esame
di pensieri, di rappresentazioni, di criteri di giudizio, delle forme e delle
sedimentazioni della memoria acquisita, delle emozioni e delle attenzioni… che
strutturano la vita della mente. Attraverso cui diamo consistenza al nostro
essere con altri nel tempo. È una consistenza che può permettere alle giovanissime
e ai giovanissimi di ricomporre, di attraversare le tante e diversificate storie,
relazioni, appartenenze a mondi che portano dentro di sé arrivando a scuola.
A volte non reggendone tensioni e conflitti interiori. È una consistenza che
può crescere: con il crescere della presenza (a sé, agli altri, al mondo), della
distanza critica (consentita dai saperi, dai linguaggi, da uno sguardo interculturale),
dalla "competenza affettiva" (di cui parlava Franco Fornari invitando a curare
la dimensione emozionale del pensiero).
Presenza, distanza critica e competenza affettiva crescono in storie di formazione
che intrecciano due movimenti: quello dell'elaborare conoscenza dall'esperienza
e dal contatto con la vita del mondo; quello del sostare in prossimità dei pensieri
e delle emozioni, seguendo l'andamento costruttivo delle idee, decostruendo
e ricostruendo le storie, le memorie, i mondi delle idee.
Non dimentichiamo che pensiamo sempre a partire da un contesto noologico definito,
che respiriamo fin da piccoli un'aria densa di parole ("nasciamo in un mondo
in cui s'è già parlato"), quindi da dentro una consegna. E che crescere è partecipare
sempre più attivamente alla costruzione dello stesso orizzonte simbolico a partire
dal quale diamo significato alla nostra esistenza. [P. Ricoeur, 1993; E. Lévinas,
1998]
Pensare a una scuola in cui s'apprenda a vivere è pensare a scuole delle lingue,
della qualità poetica e dell'emozione estetica, della scoperta di sé, della
complessità umana, della comprensione-traduzione. Non evitando il contatto con
il mondo, anzi facendo spazio, contrastando il narcisismo dell'uomo occidentale
che pensa: "tutto sta in me". Scriveva Simone Weil alle sue allieve: "attraverso
la gioia, la bellezza del mondo penetra nelle nostre anime, attraverso il dolore
essa penetra nel nostro corpo". [S. Weil, 1984, 1998]
Apprendere non è solo assimilare, inglobare, acquisire, portar dentro e metabolizzare
nozioni, classificazioni, linguaggi (che è, poi, essere assimilati dalle loro
forme e costituzioni). Vi è un apprendere come coltivare la mente e come relazione
dialogica con altri: un apprendere che è assunzione di responsabilità, che è
consapevolezza del dovere del sapere.
Ogni conoscenza è una traduzione e, insieme, una ricostruzione: a partire da
segnali, segni, simboli; sotto forma di rappresentazioni, teorie, discorsi.
La riforma del pensiero cui questo avvia è una sfida a rompere l'attitudine,
rafforzata dalla scuola stessa,a organizzare la conoscenza prevalentemente in
modo pragmatico, piuttosto che in modo paradigmatico e strategico. [E. Morin,
2000, 2001]
E rendendosi conto di ciò che altri vivono.
"Rendersi conto" è esperienza particolare, anche cognitivamente Rendersi conto
della gioia o del dolore, di un amico o di persone lontane e rese presenti alla
mia vita, non è solo frutto della ricerca di spiegazioni e di ragioni o dell'indagine
di cause e diversi fattori intervenuti. Rendersi conto è anche, forse soprattutto,
accostarsi al dolore e alla gioia nella sua immediata interezza, nel suo essere
vissuto particolare e irripetibile (né deduzione, né intuizione, né assimilazione
a mie simili esperienze). [E. Stein, 1986, 1996; L. Boella - A. Buttarelli,
2000]
Accade: rompe la continuità della mia esperienza cognitiva e si dà "nella forma
del corpo e dell'anima di chi mi chiama all'incontro con ciò che esiste, che
accade fuori di me" .
Acquisizione preziosa è quella che si coglie nelle immagini e nelle lettere
che ci arrivano da coetanei o contemporanei lontani-presenti, nel riverbero
in noi del loro terrore o del riaprirsi della loro gioiosa speranza: sapere
non ha solo la forma della conoscenza intellettuale, ma anche la forma del sentire
relazione, del rendermi conto della gioia e del dolore dell'altro.
Pratiche di libertà
Per prepararsi ad esercitare "pratiche di libertà" occorre far esperienza, nella
scuola come nei gruppi, di uno studio, di relazioni e di parole che segnino
dimensioni di affidamento, di separazione e di attesa. Cosa che può avvenire
in un contesto di consegna reciproca, in cui i saperi, le tradizioni culturali,
le abilità e le competenze siano seriamente visitati e appresi per rendersi
presenti e per rendere presenti altri, costruendo il senso, la ricerca, la continua
rifigurazione di compiti e di impegni da assumere nel tempo, nelle relazioni,
nell'evento quotidiano. Individuando le responsabilità e le possibilità sui
grandi nodi problematici del futuro, e rivisitando le memorie, "tornando a prendere"
(il "rescatar" di Maria Zambrano) capacità, sensibilità e testimonianze resistenti
per nuovi inizi. [M. Zambrano, 2000]
Non è facile questo per le stesse generazioni adulte, quindi per le donne e
per gli uomini che insegnano nella scuola o educano ragazzi.
I ragazzi e le ragazze incontrate, per parte loro, si rifugiano non di rado
nella rivendicazione del "diritto all'accudimento". In credito continuo, in
piena sindrome da sicurezza: non fidarsi di nessuno, leggere i rapporti tra
persone in società come mezzi per l'autorealizzazione individuale. [G. Mazzoli
- M. Braida, 2000]
Ci si può chiedere se anche la scuola non sia coinvolta in quel silenzioso "slittamento
di senso e di intenzionalità" che alcune esperienze formative e di ricerca paiono
avere messo in luce per i servizi e per le politiche giovanili negli ultimi
dieci, quindici anni. [R. Balbo, 2001]
Uno slittamento di senso di e intenzionalità tra la presente stagione e quella
precedente: uno "slittamento" da una cultura dell'emancipazione (della rimessa
in gioco, della individuazione, della liberazione di energie e risorse personali
anche di uomini e donne portatrici di disagi o svantaggi) a una cultura della
protezione e della rassicurazione (o della assicurazione, dei diritti acquisiti).
È una protezione anestetizzante e illusoria. Perché è inter-dipendendo, recuperando
senso e tratti di una a-ventura, di esperienze condivise; è ri-componendo tempi
e trame del vivere personale e del vivere con altri, che si cresce, che faticosamente
si cresce. La "pretesa di accudimento" di molte ragazze e ragazzi (con un singolarissimo
rovesciamento del debito tra le generazioni: "non ho scelto io di nascere",
ora tu mi accudisci!), o la ringhiosa chiusura in piccoli spazi da non toccare
presenti nei mondi adolescenziali e giovanili, segnalano una tendenza alla "fuga
dalla libertà".
Fuga che troviamo anche in una più diffusa "zona grigia" tra giovani e adulti.
Una zona in cui potrebbe crescere una sorta di anestetizzazione della relazione,
una sua immunizzazione etica e civile attorno a questo "scambio": ti accudisco
senza porre interrogazioni o pro-vocazioni al tuo desiderio, all'immediatezza,
al vitalismo, all'accidia… e tu non metti in discussione valori e modi di questo
vivere, di questo sviluppo, di questo presente. Né lo sforzo fatto per arrivarci.
Non proietti ombre sulla stagione passata con cui io, adulto, fatico a fare
i conti.
Non resterebbe che una scuola ipermercato, "servizio a domanda individuale"
in cui trovare offerte diverse per le preferenze e per le tattiche competitive
di ragazze e ragazzi "in carriera", o trovare assistenza e strategie di riparo
per quelli destinati all'adattamento alle dinamiche dei mercati del lavoro.
Una scuola "non luogo", casuale crocicchio di percorsi di vita.
Ma la scuola può essere un micro-contesto vivo, un centro di lettura della realtà
sociale, in cui provare a pensare bene, interconnettendo, consapevoli dell'ecologia
dell'azione. I caratteri delle città in cui viviamo oggi, le fenomenologie che
le attraversano, i problemi che vi si creano, le energie vitali che vi si possono
incontrare sono maggiormente coglibili se vi è una messa in circolo e in comunicazione
di una pluralità di punti di osservazione e di sensibilità. La scuola e i giovani
che la frequentano rappresentano uno degli osservatori che possono entrare in
gioco in una costruzione di letture che possono supportare processi di comprensione,
dialogo, progettualità. [R. Massa, 1999, 1997; W. Tarchini, 2000]
La partecipazione dei giovani e la messa in gioco delle loro rappresentazioni
sulla città e sui suoi spazi è possibile partendo dall'incontro "con loro" proprio
negli spazi e nei luoghi "da loro" frequentati e vissuti, nella quotidianità
e nel formarsi alla vita adulta.
La scuola è uno di questi spazi di vita, uno dei più ampi, spesso uno dei più
critici. Le scuole superiori rappresentano, infatti, il luogo "abitato" e "transitato"
dalla maggior parte dei giovani. Sono sia "luogo" dei percorsi di vita giovanili
sia potenziali "centri di lettura" sulla città. Possono essere degli importanti
"centri di lettura" a più livelli. Innanzitutto perché sono un luogo ove è possibile
sviluppare incontro, ascolto, conoscenza tra diverse generazioni e diverse istituzioni;
ma anche perché la scuola, e soprattutto i giovani che la frequentano, possono
essere risorse che si attivano per "produrre letture" della realtà sociale.
Possono essere soggetti che portano in gioco un punto di vista, un punto di
osservazione che spesso fatica ad esprimersi o ad essere considerato e valorizzato.
Questo attraverso un lavoro interattivo degli studenti verso la città e verso
le sue componenti che permetta non solo di studiare ma anche di entrare in relazione,
di visitare "dal di dentro" i loro funzionamenti. Al fine di conoscere le loro
ipotesi e le loro azioni; fare un'esperienza di ricerca sul campo con la scuola
e dentro il territorio; interagire con operatori, con esperti, con decisori;
interrogarsi come cittadini e come giovani e restituire letture e ipotesi.
Lo specchio della disabilità
Sviluppare un progetto formativo e di ricerca nelle cinque quinte di un Liceo
Scientifico su "Lo specchio della disabilità" è stato, ad esempio, un mettersi
sul confine. Anche quello degli statuti e degli usuali approcci disciplinari.
E sul limite fare incontrare linguaggi, logiche professionali e organizzative
diverse come quelle di un Istituto scolastico e di un Centro socio-educativo
per portatori di handicap. Limite sul quale si toccano e si visitano codice
pedagogico e codice medico, discorso tecnico e discorso socio-educativo.
Sorprendente, per molti versi, questo de-finirsi ed ospitarsi di identità, ruoli,
persone in ricerca. Tutte (ecco il fuoco!) all'incontro con la fragilità, con
la diversità, di ragazze e ragazzi, donne e uomini che non sappiamo definire
meglio che "disabili". E già così manchiamo di ospitalità verso di loro. Con
un limite che segnala il nostro limite.
Studenti, insegnanti, operatori, medici, persone "disabili, ci si è come messi
sulla soglia. Ognuno con i propri saperi, le tecniche, le funzioni proprie.
E le proprie motivazioni e domande. Facendosi visita per alcuni mesi.
Sulla soglia si incontrano gli ospiti, invitati o arrivati a sorpresa, graditi
e ben conosciuti, o non conosciuti, un po' stranieri, magari imprevedibili.
E il comunicare si fa sospeso, il conoscere aperto. Lo "statuto epistemologico"
dei nostri saperi incerto.
Nel report finale dell'esperienza, dopo le ore passate al Centro Socio Educativo
e l'approfondimento sviluppato in classe e attraverso lo studio personale sul
tema della comunicazione e dei linguaggi non verbali, Eleonora scriveva: "Nel
rapporto con un handicappato bisogna essere capaci di ascoltare ciò che lui
ci comunica ed i messaggi che manda e che noi percepiamo e sentiamo nella misura
in cui li attendiamo. Uso il verbo attendere poiché il suo significato è molto
profondo; la radice della parola attesa è identica a quella di attenzione; un
pensiero attento è diverso dalla pura ricezione. Dice Simone Weil: "l'attenzione
è lo sguardo oltre, dove c'è attesa di assoluto". Vivere l'attenzione significa
cogliere il movimento che fa prefigurare la forma della realtà, l'ordine giusto".
"Il modo di percepire ciò che l'handicappato trasmette ha radici nella conoscenza
collettiva e personale - si sottolinea nelle conclusioni - ma ne ha di profonde
anche nell'inconscio di ognuno di noi dove si muovono energie e pulsioni, di
attrazione e di repulsione, la paura e il desiderio. La percezione del linguaggio
altrui si ha nel momento in cui vi è comunicazione che tiene sempre in gioco
tutto questo".
Solo se siamo convinti di questo riusciamo a dare all'altro la "forma di cui
lui ci informa" e, aggiungerei io, "non la forma di cui vogliamo ci informi".
Proprio per questo "la comunicazione con un handicappato credo debba avere dei
tratti di "atemporalità" - osa dire Eleonora. E chiarisce: "Durante il rapporto
con un handicappato è come se la comunicazione risalisse alle origini in modo
tale da rompere gli stereotipi semplificanti che la società si è creata anche
per le comunicazioni normali e "feriali". Occorre un po' "uscire dal tempo"
e cogliere "ciò che resta" e "ciò che è in gioco" una volta per tutte."
Occorre riconoscere talvolta "l'impossibilità di percepire ciò che l'handicappato
comunica perché spesso il suo linguaggio è misterioso e complesso.
Lèvinas dice che a volte il soggetto si "sottrae alla luce" col suo pudore e
questo ritrarsi deve essere accettato per non mettere a rischio la vita di altri;
è giusto talvolta sospendere una domanda, per evitare che l'eccessiva luce con
cui pretendiamo di illuminare tutto ciò che incontriamo rischiari quella parte
di buio che è riserbo dell'altro. Volto di cui non possiamo fare esperienza,
poiché esso torna ad essere velato, avvolto da una dimensione di mistero, "si
ritrae nel mistero".
Simonetta con un altro gruppo doveva riflettere su materiali riguardanti lo
statuto delle "professioni sociali". E questo coglie: "Credo che la professione
sociale, proprio in quanto lavora direttamente sulla trasformazione delle relazioni,
sia difficile poiché non trova nei metodi e nelle tecniche il fondamento esclusivo
e rassicurante del proprio lavoro. Questa è una professione in cui ciò che conta
molto è la propria responsabilità: un uomo si rapporta con un altro uomo; due
persone in quanto tali, a confronto.
Hans Jonas ha detto che la responsabilità dell'agire tecnico-professionale spesso
risponde solo agli effetti dell'azione stessa. Il risultato ottenuto, dunque,
basta a definire la bontà dell'azione. Invece nelle professioni sociali la responsabilità
si esercita durante l'azione e addirittura prima che il gesto venga compiuto."
Giovanissime donne e giovanissimi uomini che hanno la possibilità di essere
accompagnati a "stare in presenza" della fragilità e della mortalità, come dell'organizzare
saperi, risorse e narrazioni sociali a queste, colgono in sé e tra di loro non
solo preziose capacità di analisi e di tenuta di connessioni. Incontrano parti
di sé in ombra, e insieme qualche elemento di fiducia, di promessa possibile:
"è stato bello nascere".
Su questa via un percorso particolarmente delicato pare riguardare il sostenere
un lavoro su di sé che permetta alle giovani donne e ai giovani uomini di "farsi
campo". Scriveva la giovane Etty Hillesum, ebrea nell'Olanda occupata del 1941,
"mi sento come un piccolo campo su cui si combattono i problemi, o almeno alcuni
problemi del nostro tempo. L'unica cosa che si può fare è offrirsi umilmente
come campo di battaglia. Quei problemi devono pur trovare ospitalità da qualche
parte, trovare un luogo in cui possano combattere e placarsi, e noi, poveri
piccoli uomini, noi dobbiamo aprir loro il nostro spazio interiore, senza sfuggire."
[E. Hillesum, 1985]
E più avanti, nel 1943 dal campo di smistamento di Westerbork: "Se noi salveremo
i nostri corpi e basta dai campi di prigionia, dovunque essi siano, sarà troppo
poco. Non si tratta infatti di conservare questa vita a ogni costo, ma di come
la si conserva. A volte penso che ogni situazione, buona o cattiva, possa arricchire
l'uomo di nuove prospettive. E se noi abbandoniamo al loro destino i duri fatti
che dobbiamo irrevocabilmente affrontare - se non li ospitiamo nelle nostre
teste e nei nostri cuori, per farli decantare e divenire fattori di crescita
e di comprensione -, allora non siamo una generazione vitale." [E. Hillesum,
1990]
Sono preziose indicazioni per le nostre storie di formazione: "creare campo"
per le parti in conflitto dentro di noi; accettare la pressione di ciò che avviene
nella vita delle donne e degli uomini vicino a noi e nel mondo per vedere plasmati
pensieri, e saperi, e volontà; sentire la risonanza dei sentimenti, delle ragioni,
dei desideri, delle memorie, dei conflitti in parti di noi, dei nostri sentimenti,
dei nostri pensieri, dei nostri desideri, delle nostre memorie.
Quella che prende forma dove avviene, quasi sotto-traccia ma intensamente, è
una scuola in cui si lavora, si potrebbe dire, anche attorno ad una "ermeneutica
esistenziale"che sostenga nella difficile rappresentazione di sé, e nella capacità
di entrare protagonisti responsabili dentro un futuro prossimo dominato dall'incertezza.
E che, quindi, sia capace di accompagnare adolescenti capaci di ospitare nel
loro corpo, pienamente avvertito come corpo vitale e mortale, le sofferenze
del mondo e di un mondo che desidera e che teneramente genera.
Esperienze formative dentro un Centro Socio Educativo per l'handicap grave,
o in relazione con una Casa circondariale con alta percentuale di detenuti immigrati,
collaborazioni con progetti di cooperazione internazionale, o scambi culturali
con l'est europeo ed il nord Africa, percorrono e definiscono una soglia comunicativa
tra i ragazzi e tra loro e gli adulti su cui si fa "accoglienza degli ospiti
stranieri che stanno/si fanno alla porta della nostra esistenza" (ne parla con
parole frammentate ed evocative e con dense narrazioni Edmond Jabès ne Il libro
dell'ospitalità). [1991] Soglia provata anche nei momenti formativi in cui si
assume la provocazione dell'incontro con l'esperienza della morte e della malattia
e si prova, con delicatezza, a cercar parole per vissuti feriti e scossi.
Soglia che è anche quella d'un nuovo rapporto (una nuova "giustezza", una capacità
di misura) con il mondo della vita.
Un sapere che non ne vuol sapere
Conoscere nella carne
Vivendo con studenti percorsi di riflessione e comunicazione sui vissuti di
fronte alla morte si scopre una forma di pensiero nuova, per la quale c'è scarsa
ospitalità a scuola. Un pensiero non separato dal cuore, dal corpo. Si conosce
una cosa "nella carne", la si conosce sentendola nella carne, nell'interezza
nostra: essa ci prova (cioè ci misura), non la si prova (cioè la si assaggia).
È un conoscere come provare, come subire; un conoscere come sentire, e prendere
posizione (e ri-posizionarsi, su posizioni impreviste); un conoscere come ascoltare,
ascoltare una mancanza, una assenza. Conoscere nella carne fa lasciare sogni
e assumere determinazioni, fa nascere impegni con se stessi che contengano desideri
ed evanescenze.
Come possiamo, noi adulti, sostenere un conoscere nella carne?
È richiamato uno stile di ricerca più raro di quelli solitamente praticati nei
luoghi formativi, specie nella scuola. Dove le ricerche sono spesso o speculative
o pratiche. Si può dare una ricerca anche narrativistico-ermeneutica, che cerca
raccontando(si) storie, costruendo nuove interpretazioni. La relazione, la dimensione
relazionale è luogo formativo: per persone la cui esistenza tende, è modulata,
ascolta secondo fini e valori.
È una ricerca che non arriva a una meta, a una soluzione, a una spiegazione.
In cui è fondamentale ciò che avviene tra noi, nei pensieri e nei silenzi. In
questo "processo" aperto dentro ognuno: chiamati in giudizio, a testimonianza
e a misura.
Non è semplice ingaggiarsi in questa ricerca: sia i ragazzi che gli adulti possono
resistervi. Ma anche volendo ri-stabilire, al più presto, dopo le fratture di
una morte le relazioni prevalentemente funzionali e di indifferenza e i climi
precedenti neutralizzati cognitivamente e affettivamente ("la vita deve riprendere,
occorre andare avanti") la frattura resta. La cicatrice resta ben visibile e
su di essa vi è iper-sensibilità.
Prima che la morte sospendesse sul vuoto le relazioni, le ragioni, le parole
tra noi, le distanze e le consolidate rappresentazioni reciproche, le strategie
di difesa erano vissute, tollerate, non dette né problematizzate. Era una "normalità"
di mondi separati, legati solo da norme, regole, valutazioni. Normalità coperta
e reciprocamente assicurata.
Ma, dopo la spaccatura, ritornare a quello chiede una scelta (decidere di non
affrontare, di non parlare, di non domandare): occorre decidere la (nostra)
anestetizzazione. Di quella "normalità" resta la recita: che dietro la maschera
non ci sia il volto lo si è visto e sentito. Nulla è più uguale a prima.
Sui confini della vita di ogni organizzazione si incontrano "movimenti di confine"
delle identità: quando il tempo e la comunicazione si fanno insaturi, e dove
si aprono "crepe" e punti di non compattezza nel funzionamento di servizi, gruppi,
progetti, si scopre un nesso possibile (e una possibile separazione). Il nesso
(e la separazione) tra la mission formale, l'esercizio di ruolo da un lato e
le funzioni reali e possibili, le relazioni responsabili e aperte dall'altro.
Nesso nuovo: capace di un non ancora detto "cercato di volta in volta" ridefinendo
i diversi sistemi di riferimento e incontrando le persone.
Occorre, però, fare i conti con i modelli educativi tradizionali. Ad esempio,
con quello che riconduce ciò su cui è lecito porre domande, soprattutto a scuola,
al solo mondo dell'esperienza, visibile, controllabile, misurabile.
Il soffrire e la morte, come vissuto ed esperienza personale, sono considerati
da questo modello come propri del sentire, del credere, del "religioso": non
attengono al campo dello scientifico, delle oggettivazioni proprie della trasmissione
culturale, dei curricula formativi e addestrativi. I vissuti, le ricerche di
senso, gli smarrimenti non possono essere ospitati in un "luogo pubblico" come
il lavoro scolastico. Secondo un approccio diffuso, deve essere "privato" il
luogo dell'accoglimento e dell'elaborazione: devono essere "luoghi caldi" (per
quelli che ne hanno). Nella scuola vi sarebbe "diritto" a lasciare intoccate
e inespresse le convinzioni di ognuno.
Corpo bello e mortale
Torniamo al rinvio tra vita ferita, vulnerabilità e oggi storico. Rinvio che
ci fa cogliere la "sospensione sul quasi nulla". La persona ferita, come il
tempo presente (sarebbe, forse, meglio dire: l'uomo di fine secolo), vive la
crisi d'un senso compiuto e garantito. Per questo il senso va colto di nuovo
e ridetto da dentro i luoghi vitali (le lacerazioni o gli squarci di luce) resi
visibili dal crollo di sicurezze passate. Ci sono tempi in cui (oppure in ogni
tempo?) la speranza ed il credere è "nidificare nella profondità della spaccatura"
come la colomba del Cantico dei Cantici tra le macerie, verrebbe da dire.
Tempo finito e vulnerabile ed età presente si scoprono di attesa e di astinenza,
ma anche tempo ed età di pienezza e di rivelazione; sono un presente e una età
che "sperano di sperare". In essi si può provare a dire che cosa resta e da
dove ripartire: è forse una responsabilità. Sperare di sperare di corpi offesi,
o davanti a corpi offesi, ancora.
"Il corpo è bello, eppure mortale: il corpo è mortale eppure bello", dice il
poeta: bellezza e mortalità, giustizia e mortalità, bontà e mortalità. La morte
è la rivelazione della non-potenza: la mortalità diventi allora fonte di non
violenza, memoria del limite e del non potere. Perché ciò che può essere possibile
all'uomo (e nella pietà, nell'amore, non nel sapere e nel potere) è di umanizzare
non di possedere la morte. "È inutile la guerra" dice la nonna di Srebrenica
(nel sud della Bosnia), "perché ci colpiscono? ci fan violenza: non vinceranno
la morte".
In ogni ideologia della morte, che nasce sempre dal fatto che non si vuole accettare
che la nostra sia una narrazione a termine (una storia dicibile solo in un tempo
in una situazione), si occulta il corpo.
Il corpo è evidenza del tempo e del morire. Solo attraverso questo, grazie a
questo, all'uomo si aprono il segno e la possibilità dell'attesa e dell'ospitalità
di ogni altro e di altro. Appunto: a partire da corporei gesti di lavoro e fatica,
di cura e amore, di preghiera ed arte. Occultare il corpo è occultare la storia
del corpo che si disfa e si spezza. Il corpo è bellezza (per momenti definiti)
e ombra (sicuramente).
Si prova a nascondere il corpo mortale, ed esaltare il corpo bello e vitale.
Ma senza l'uno non si dà l'altro: il corpo va accolto nella sua "doppiezza",
nella sua ambiguità, nel dubbio e nella prova che porta in sé. Non è facile:
lo prova il tentativo di nascondimento del "doppio", anche prima della vecchiaia.
Perché la "stortura" del corpo è vissuta e fatta provare come esclusione? O
salutata da troppo enfatiche accettazioni? Per non affrontare la finitezza e
la deteriorabilità che è in noi, che è la nostra carne.
Da tempo la psicologia mostra come fantasie e angosce, deliri e paure, possano
essere detti e affrontati o possano divenire origine di nevrosi, di penose fughe
da sé, a seconda dell'accettare limite e mortalità come possibilità di dire
sé, di narrare l'unica e concreta, irripetibile (anche fisicamente) storia personale.
Sono le fisiche esperienze della malattia, della sofferenza e del morire alfine,
che aprono la persona al suo costituirsi come soggetto, come singolarità unica
e irripetibile. In una sua dignità che non ha bisogno di lotta, di confronto,
di distinzione con altri, o di identificazione per costituirsi e reggere.
La malattia, specialmente in-fine, chiede ed impone il primato del soggetto
che soffre, l'ascolto del lamento. Che anzitutto chiede: "perché?", di un dolore
che è scandaloso. E che così svela una verità della condizione umana, che non
può essere cancellata, né risolta: può essere solo ascoltata. Paul Ricoeur indica
le tre forme possibili di questo ascolto. Che, anzitutto, è pensare: intendere
il senso, non spiegare, comprendere la prova, non descrivere o sanare. Che,
poi, è agire: fare senza potere, senza forza plasmatrice, salvatrice, onnipotente.
Fare nel limite, non "fare e disfare", agire umano nel limite, dialogico e sollecito,
carico di rispetto e di gesto che accompagna. Infine, ascolto che è sentire:
attendere, invocare, sperare la speranza, non oltre ma nella malattia. Non contro,
ma attraverso. Sentire che è dire la vita nel suo re-interpretarla, raccontarla
affidandola ad altri, ad altro.
Nel finire, sull'impossibilità, vi è la frontiera ultima e decisiva, la prova
della libertà. Che non è potere nostro, delle nostre opere come le prove del
desiderio. Il senso non si dà ai giorni appropriandoci dei giorni; il "mio senso",
o uno qualsiasi. Il senso si riceve, lo si fa proprio. Come una grazia: anticipato
e promesso è, fragilmente, venuto a noi nei giorni. Il senso della vita è irriducibile
al soggetto stesso, lo si sente e ad esso ci si affida. Non vi sono, certo,
discorsi o prove possibili per questo: semmai una pratica d'esistenza che vive
tutto questo, e vive la libertà ed il senso cui questo apre.
La fuga dal corpo mortale, non fa più cogliere neppure l'essenzialità del corpo
bello, proprio e altrui. Il vitalismo narcisistico e disperato dell'uomo moderno,
la sua voglia d'essere del tutto e tutto, di poter e di volere, non può che
operare una riduzione dell'altro a sé stesso, facendone un oggetto della propria
conoscenza, dell'organizzazione, perfino un oggetto del proprio amore. Ma non
regge più la esperienza del fine, dell'in-fine. Va, allora, nascosto il malarsi,
il portare deficit. l'invecchiare, l'avviarsi nell'ombra. L'ambiguità, la doppiezza
del corpo "bello e mortale" va vissuta e narrata nelle stagioni della vita:
allora il finire non è estinzione, ma dire le cose in-fine, e può far tornare
alle radici. Le radici dell'origine. "In realtà l'albero è radicato nel cielo"
scrive alle allieve Simone Weil [1970]
Curare sé, sentire l'altro
La cura di sé di donne e uomini anziani
È un'esperienza particolare quella di vivere momenti di formazione e di riflessione
con donne e uomini anziani. Vivere una vita nella abbondanza degli anni è esperienza
di tante persone nella nostra convivenza. Ed è diventato abbastanza diffuso
il ritrovarsi di persone anziane in occasioni culturali di confronto, di formazione
per iniziative di gruppi ed associazioni. A volte le occasioni hanno il carattere
della riflessione e della ricerca, altre della formazione e del reciproco racconto.
In questi momenti pare di cogliere quell'attesa di vita nuova e di una essenzialità
che smuove, sotto, rompendo e aprendo la terra indurita del presente e delle
sue ragioni. Tempo (presente) ed età (anziana) si scoprono e colgono a volte
come tempo ed età di attesa e di astinenza.
Forse perché, come si diceva in una di quelle occasioni di incontro, le donne
e gli uomini anziani più di altri e di necessità "devono adeguare il desiderio
alla realtà, più che provare ad adeguare la realtà al desiderio". In una società,
la nostra, che continua a spingere perché gli individui ad adeguare la realtà
al desiderio (di cose, d'esperienza, di status e di potere, di sensazioni).
O a illudersi di poterlo fare.
Con il risultato d'avere reso incerto il contorno del buono e del giusto, la
distinzione fra mezzo e fine, l'interdipendenza tra libertà e responsabilità.
E d'aver rilegittimato disuguaglianze ed esclusioni, e un modo di vivere l'istinto
nell'immediatezza, non indagandolo circa la sua umanità.
Certo, è giusto che i poveri continuino a spingere perché si adegui la realtà
al desiderio. Ma, appunto, lo possono fare i poveri, che sono nel deserto! [A.
Rizzi, 1990]
Ma l'adeguare il desiderio alla realtà, al senso del limite, al non sprecare
gesti (se non è vissuto rancorosamente come perdita d'occasioni...) può svelare
i tratti di una nuova e attualissima saggezza del desiderio. Quella che cerca
e ascolta, e trova la bontà nelle relazioni, nelle parole, nei gesti del presente
curati e preservati per non scivolare consumisticamente e aggressivamente sul
presente.. Per trovare buono ciò che ci è già donato, scoprendo la destinazione
buona cui è inteso, o cui possiamo dirigerlo. È possibile provare a insegnare
ai giovani questa saggezza dal desiderio: poi con essi si potrà aprire una nuova
utopia di cuori pacificati.
Questa saggezza del desiderio fa contenere la seduzione della vitalità, sa cogliere
l'amore come avvenimento nella relazione, perché sa essere essenziale, intelligente,
paziente.
La pazienza è spesso evocata in riferimento alla vita anziana. Pazienza con
l'anziano, pazienza dell'anziano. In ogni caso pazienza come modo d'essere.
Una presenza "riposante": che non impegna, non inquieta, pur se è presenza.
[L. Angelini, 1994] Presenza mite, che non chiede come prima cosa, che non si
impone. Che soprattutto coglie, attende, trova interesse, accorda attenzione
alla nostra persona. Grazie a lei noi torniamo, con l'anima, a noi stessi.
La pazienza è esperienza della diversità, anzi dell'insondabilità del mistero
dell'altro; ma anche della lieta sorpresa di potere sperare e confidare il lui.
In ciò che in lui si dà e può darsi.
La persona anziana capace di questa essenziale povertà è come il pastore di
Heidegger, una risposta alla chiamata a custodire l'essere. [I. Lizzola, 1997]
Qualche tempo fa, in un piccolo ciclo di colloqui con alcune decine di persone
anziane, colloqui intensi e sospesi sulla malattia e sulla condizione anziana
si è provato a mettere a fuoco qualche "qualità decantabile" dalla propria esperienza.
Ne sono emerse cinque.
La prima è proprio la nuova evidenza delle radici: del dove è radicato il senso
e il gusto del vivere, il vivere fisico di respiro e cura, di sguardo e cibo,
di parola e debolezza. Il buono e il giusto, il desiderio e la paura sono umanizzati,
sono colti in essenza nel momento della prova del corpo che fatica e finisce.
La seconda "qualità " è la nuova evidenza dello "scenario" della vita quotidiana
che è la casa. "Dove vado? - mi narrava una non più giovane insegnante rumena,
dalla vita tormentata e fatta di tanti sradicamenti - "Sempre vado alla mia
casa, a Sibiu, la casa dell'infanzia e del lavoro".
"La casa delle prime parole e dei primi gesti che hanno orientato per sempre".
Gesti e parole quotidiane, eppure orientamento per scelte coraggiose, per la
forza di un difficile lavoro educativo. "Mi chiedevo sempre: dove vado? E mi
dicevo: a casa, a Sibiu... Spero di andarci davvero, adesso, per morirci e tornare
nella mia terra."
La terza qualità è il senso del viaggio, quello vero, verso e dentro la propria
casa, non quello della "reversibilità" di scelte. Occorre non risparmiarsi,
vivere con persuasione. Non vi è neppure "accumulo" di tappe, di itinerari:
io sono in quello che sto ora percorrendo.
Per quello va vissuto bene, come occasione di importante scoperta, di incontro,
di visita.
La quarta qualità è la scoperta di una memoria particolare e nuova: una memoria
con "utile" e, soprattutto, non solo "cognitiva". Una memoria che non si preoccupa
di conservare informazioni, dati, conoscenze tecniche al solo fine di riuscire
a descrivere, a risolvere, a controllare e trasformare. Una memoria di vita:
che coniuga le emozioni con le esperienze, con le relazioni e le conoscenze.
Un sapere della vita. Memoria delle sorprese, degli incontri, dei sentimenti,
e non di meno, memoria dei dolori, dei sensi di vuoto, delle sospensioni.
L'ultima qualità che si decanta nel narrare una storia nel tempo del proprio
vivere è il senso di una comunanza profonda nell'avventura umana. Che è consapevolezza
di una storia comune cui si è appartenuti e di cui si è testimoni in modo unico
e originalissimo. Che è senso della umanizzazione ricercata nella propria storicità.
Le cinque qualità che si è riusciti a lasciar decantare hanno anche orientato
lo sguardo sul tempo presente. Questo ciò che se ne è colto.
Evidenza delle radici: noi ne viviamo la nostalgia e la necessità nel tempo
delle migrazioni che sradicano e delle omologazioni televisive che dissolvono
e superficializzano. Serve una evidenza di radici più profonde degli spostamenti
nello spazio, e di tradizioni più vitali nelle omologazioni e nelle eguaglianze
consumistiche.
Senso della casa: tanti vivono il tempo del vuoto e della miseria; della chiusura
e della reclusione nello spazio domestico, in solidarietà "perimetrate" e recintate.
Prova di un viaggio, cammino senza ritorno e nuovo, originale, da provare: sono
i tempi per troppe persone del correre e correre a vuoto, del viaggio nei farmaci,
o nei fanatismi.
Cura di una memoria di vita: i ricordi di troppi sono di macerie, di muri scheggiati,
di storie che non si riapriranno nei luoghi e nelle vicinanze passate. E serve
una memoria di vita che è nostalgia della vita che ha svelato qualità e amore,
magari solo per brevi lampi, un'attesa di vita restata senza soddisfazione,
senza la possibilità di germogliare da un passato interrotto magari brutalmente.
Gusto di una storicità piena, mentre tanti si sentono nell'impossibilità di
protagonismo e fanno dell'esclusione una delega e rinunciano al tempo, quando
non alla speranza.
Quante volte nei colloqui quelle donne e quegli uomini mi han detto: "adesso
capisco".
Le cinque qualità di cui si è detto possono permettere di cogliere ciò che già
ci ha potuto sorprendere nei momenti in cui è rinata o si è spezzata la nostra
vita: "veniamo dal ricevere; andiamo al consegnare".
Non vi sono, certo, discorsi o prove possibili per questo: semmai una pratica
d'esistenza che vive tutto questo, e vive la libertà ed il senso cui questo
apre.
"Adesso capisco" diceva Beniamina, mia nonna ormai anziana, riferendosi a un
gesto che le avevo visto ripetere da sempre, fin da piccolo, prima di coricarsi.
Il gesto di sua madre: chinarsi e baciare la terra tre volte pregando. "Adesso
capisco" diceva in età avanzata, quando ormai si chinava a fatica con il suo
corpo.
Terra fertile e buona, terra donata, così evidentemente per una contadina.
Terra materna, che mi accoglierà, ancora, nel suo ventre.
Terra destinata: è da prima di me, e mi sopravviverà. Terra di tutti, terra
delle donne e degli uomini. Terra da umanizzare col lavoro e terra che ci attende
donne e uomini buoni e giusti.
Le storie di vita, come le diverse stagioni che ospitano feconde si compiono
non come si compie o si finisce un'opera: questo è delle cose, che si chiudono
o che si interrompono. Neppure il compimento avrà in sé i caratteri di un gradino
di passaggio in un destino che evolve: come se le vite e le razioni umane progredissero
per accumulo. Sarebbe non attendere novità e creazione, o possibilità di conversione
a vita nuova.
Il compimento di un racconto, di una nascita si ha nella semina, nella sua semina:
finire per far vivere, dopo aver operato profondamente, con attenzione; macerando
e smuovendo, aprendo, facendo spazio.
Compiere è seminare, lasciarsi seminare: sussulti di vita nella terra, corpo
che si ricorda concepito. I raccolti sono lasciati ad altri, come riconsegnati.
Da dove viene l'ascolto di chi ci chiama alla presenza, all'amicizia, alla cura?
Dalla nostra mortalità, dal riaprire i nostri corpi che vorrebbero rannicchiarsi
e rinchiudersi, non dalla nostra forza volitiva.
Sul margine d'ombra
L'incurabilità, svelata come condizione dell'esistenza, svela anche il rischio
e la sospensione dell'intersoggettività, dell'incontro tra donne e uomini, mai
dati per garantiti una volta per tutte. L'incurabilità è stata relegata, nella
storia moderna, fuori dalla possibilità di presenza e di condivisione, e ha
segnato a lungo i confini dell'esclusione sociale. Non di rado della reclusione,
o dell'abbandono negli spazi del privato o del familiare. Esclusione e reclusione:
le parole calano come inferriate, qui la lezione di Foucault. [1963; 1976] Se
non è possibile la salute non c'è diritto alla salute: al più c'è l'assistenza,
ma reclusa nel cono d'ombra di istituzioni e di tempi non sociali. Assistenza
diversa dal "porsi in presenza". C'è coerenza tra questo e l'uso delle tecniche
e dei saperi di cura per sfuggire al confronto interno con ciò che l'altro "ferito"
ci rimanda di noi stesse e di noi stessi.
Il dibattito filosofico attorno all'etica della cura come sapere della vita
quotidiana, dovuto in particolare al pensiero femminile, ha ormai un respiro
ampio. Prendersi cura pone l'attenzione sui bisogni, sulla volontà come assunzione
di responsabilità, sulle conseguenze dell'azione. Sostiene una razionalità sociale
che non si limita ai criteri di economicità ed efficacia ma punta allo sviluppo
di qualità relazionali, di fiducia reciproca, di rispetto delle differenze,
di promozione del rispetto di sé. Di riproduzione del legame sociale e dello
spazio comunicativo e intersoggettivo.
Il richiamo, pratico, è a una razionalità sociale plurima e complessa in cui
si ricompongono significati strumentali e morali dell'agire di donne e uomini.
Istituendo un luogo in cui il gesto assume rilevanza per ri-elaborare il significato
delle situazioni di bisogno, di sofferenza, di mancanza nella relazione tra
soggetti, tra colui che dà e colui che riceve cura. [F. Bimbi, 1993, 1995] Si
possono visitare i luoghi in cui donne e uomini aprono "spazi comuni" di vita,
e non si limitano a pensare gli spazi sociali come l'ambito della giustizia
redistributiva
Porsi in presenza, dicevamo, è esperienza di limite tra vita e morte, tra senso
e non senso: è non di rado riconoscere vissuti negati: lavoro su di sé, "farsi
campo di battaglia". [E. Hillesum, 1990] Ma porsi in presenza è anche, non di
rado, collocarsi sul confine, sul margine d'ombra che circonda l'orizzonte di
vitalità e senso della convivenza delle nostre città. Sulla soglia, nell'ombra,
curante e incurabile insieme, per non mettere a rischio con una visibilità sociale
l'elusione dell'insicurezza e della sofferenza.
Curare l'incurabile è dismisura, vivere sofferenza e finitudine. È squilibrio
e dis-ordine. Pone domande, "dà a pensare": comporta fedeltà a donne e uomini
concreti e non a razionalità forti, a immagini e rappresentazioni. A costo di
finire ai margini. Perché starci, a rischio di ostracismo, dunque? Forse perché,
come ci indicano alcuni grandi "cuori pensanti" sul finire del secolo concluso,
"comprendiamo il nostro cuore imparando ciò che ci sta a cuore". E perché "la
intelligenza della cura, la familiarità con il dolore, subito in obbedienza",
con attenzione, pazienza, sopportazione, apre a un "sentimento di realtà" e
ad un rapporto con se stessi più autentico. [L. Boella, 1998]
Simone Weil scrive nei Quaderni (I) [1982] dell'importanza di "lasciare libero
gioco alle proprie facoltà di azione e sofferenza", e di desiderio. L'importanza
di "un agire secondo perfezione e non secondo una regola": confronto con ciò
che si è. Esporsi, dunque, ora con la nostra singolarità essenziale chiamata,
dice Simone, ad essere "impersonale", cioè sovrapersonale in "un'azione simbolo
d'assoluto".
Essere giusti è un agire: il presente si apre ad un altro da sé e al suo mistero
grazie ad una azione che vale per la sua forza qualitativa, la sua verità, la
sua efficacia (non quella del procurare vantaggio, ma quella dell'essere compresa).
Azione che conserva "la forza simbolica dell'assoluto" e sa di essere sotto
la pressione della necessità, compromessa nel male e nel dolore. Azione come
passaggio. Lo segna una evidenza: "c'è in ogni essere umano qualcosa di sacro.
Ma non è la persona. Neppure la persona umana. È lui proprio qui nella sua singolarità,
semplicemente". [S. Weil, 1983] Giungiamo, curanti e feriti, a offrire ciò che
ci appartiene e ciò che non ci appartiene, nel medesimo tempo.
Nel mio vissuto se ne manifesta un altro
Creare lo spazio interiore per un'adesione all'altro ed alla sua condizione
chiede un buon tirocinio. Anzitutto chiede di non evitare il contatto con il
mondo di ascoltare chi vuol comunicare qualcosa di nuovo e inedito (siamo, invece,
più propensi a ascoltare ciò che ci aspettiamo d'ascoltare, e in occasioni previste),
di vedere l'altro come tale, nella sua esistenza reale.
La capacità di fare e di restare dentro domande vere (non già "chiuse", nella
ricerca solo di conferme) si acquisisce con la capacità di lasciare, di uscire
all'aperto cognitivamente ed emotivamente, di esporsi e di partire dalla propria
mancanza. In caso contrario, ed è il caso più frequente nei percorsi di formazione,
si cercano solo "assimilazioni" a percorsi che chiamiamo di ricerca ma che di
fatto sono già tracciati.
Ci sono realtà che posso conoscere soltanto non restando presso di me, solo
rompendo la continuità della esperienza cognitiva nella quale sono presente
a me stesso. È proprio la "presenza a sé" la forma della coscienza moderna dell'uomo
occidentale, quella che lo ha guidato nella conquista del mondo attraverso la
scienza e la tecnica, e attraverso le navi dei mercanti e le cannoniere.
Questa continuità dell'esperienza cognitiva mi fa cercare spiegazioni, ragioni,
mi fa verificare cause e trovare misure, mi fa riconoscere l'altro a partire
dalle mie reazioni, come simile a me, o radicalmente diverso nel confronto con
me.
Interrompendo questa continuità ci sarà spazio per porsi accanto al vivere unico
e irripetibile di un altro ("di chi mi chiama a un incontro con ciò che esiste,
che accade fuori di me"). Perché se il dolore e l'ansia, o il pudore e la gioia,
o la malinconia sono ben note anche a me come stato d'animo, quando sono il
dolore e l'ansia suoi, quando gioia e pudore traspaiono dai suoi gesti, o la
malinconia della sua espressione, allora entro nell'ignoto, nell'irripetibile
e unico modo in cui gli stati d'animo si vivono in ognuno. Il gesto, l'espressione,
il corpo dell'altro sono qui ma la totalità cui rinviano è, se così si può dire,
invisibile e irraggiungibile, celata mentre si espone. [R. De Monticelli, 2001]
La totalità che esprimono e cui rinviano, nei loro modi totalmente personali,
il corpo debilitato, inabile, sofferente, il corpo recluso o quello accudito,
il corpo con le stigmate della diversità e dello sradicamento. "Scoperchiando"
sia la mia relazione con l'altro che le "guide" dei pregiudizi, delle scienze
umane e delle idee convenzionali. Sono portato fuori da riconoscibilità e somiglianze,
da funzionalità e scambi, da esempi che posso trarre dalla biografia o dagli
affetti del passato.
E resto "con occhi spalancati" - diceva Edith Stein - come i bambini nella gioia
di una scoperta e nell'affidarsi fiducioso allo spettacolo del visibile. Ci
vuole uno stile di pensiero commisurato, rigoroso, rispettoso ed umile. Si resta
"con occhi spalancati" non neutralizzando gli affetti, coltivate "competenze
affettive". E ci viene in soccorso la fenomenologia con la sua rivalutazione
dell'intera esperienza sensoriale e di tutta l'esperienza affettiva. Con la
"dedizione" alla cosa, all'evento.
"Pensare con il cuore" - come indica la Stein - significa provare un sentire
come cono d'ombra, rovescio, sotto traccia: "il nocciolo di patimento e di abbandono
interno a ogni avvertimento (…) la sua verità nascosta e mai interamente disvelabile
(…) al fondo di ogni evento."
L'unicità e l'irripetibilità non blocca la comunicazione anche quando c'è imitazione
d'esperienza passata, o deduzione per analogia da vissuti precedenti, o qualcosa
che ci somiglia. Anche quando si è di fronte a qualcosa che non si dà come oggetto
esterno o estraneo: i suoi occhi parlano, il suo cuore freme, lei/lui "si sente"
così, debole, ferito, carico di speranza. Mi rendo conto di qualcosa ma "nella
forma del corpo e dell'anima" di chi mi chiama "a un incontro con ciò che esiste,
che accade fuori di me". [L. Boella, 1998]
Accade, affiora davanti a me, rompendo la centratura su di me che percepisco
e conosco, svelando "l'ambiguità di un vissuto proprio, in cui se ne manifesta
un altro". [E. Stein, 1986]
Io mi trasformo per effetto dell'entrare nel mio vissuto delle emozioni e del
sentire d'altri , e non nella forma dell"immedesimarmi" o del "condividere".
Tra me e l'altro, tra noi, si dà lo spazio di una reale e nuova esperienza:
ospito il vissuto di altre donne e altri uomini, non "come se" fosse il mio
ma proprio in quanto d'altri. Questo mi trasforma, allarga la mia esperienza,
il mio sentire e la mia capacità di riflettere. "Io so del dolore dell'altro",
non riprendendo il mio, e non solo per un atto di memoria: so anche di un "nuovo"
dolore, mai provato da me. Pure - se "ne so qualcosa anch'io" - devo non restare
presso di me, altrimenti la mia comunicazione si fa subito falsa, non c'è, e
si fa insopportabile il suo limite.
"Acquisizione emotiva della realtà del sentire altrui" che fan cogliere che
esiste altro: un'altra donna, un altro uomo. E grazie a lei/a lui io trovo altro
di me, mie dimensioni di responsabilità e cura, e pure segni del limite mio,
dell'autocentratura, della violenza. Ancora mi trovo, come in origine, "per
amore di altro".
Per Edith Stein l'empatia è proprio questo "atto mediante il quale l'essere
umano si costituisce attraverso l'esperienza dell'alterità". Ripercorrerne la
riflessione, così densamente intrecciata alla biografia, pare prezioso in un
tempo in cui l'incontro, anche il conflitto non distruttivo con l'altro pare
"la sfida più sottilmente evitata", l'incapacità più profonda e serbata. "È
sempre più frequente leggere l'allarme per la 'scomparsa' della comprensione
di ciò che accade all'altro. L'altro, l'altra rimane il desiderio e la mancanza
più profonda; l'altro, l'altra è l'idolo padroneggiato dalla scienza, dalla
tecnica, dall'economia in un mondo che non vuole più avere confini. Le fondamentali
esperienze della condizione umana - le guerre, la religione, la politica, l'amicizia,
l'amore, la poesia, la natura e le sue catastrofi - richiedono per essere vissute
e comprese un'unica cosa: che il senso che ciascuna/o dà ad esse abbia un significato
nel linguaggio dell'altro, che lo sguardo dell'altro abbia rilevanza e fondatezza
e sia implicato in ciò che accade". [L. Boella - A. Buttarelli, 2000]
E sono proprio le politiche di intervento umanitario, o di cooperazione, sono
le modalità della comunicazione dei nuovi "mediatori universali" e degli strumenti
informativi, come le regolazioni delle relazioni tra i generi che producono
reali fallimenti e cancellazioni dell'alterità. Proprio mentre affermano di
mirare alla tutela dell'alterità, al riconoscimento e alla distribuzione di
opportunità per differenze e diversità, a offrire contesto per l'emozione dell'incontro.
La rinuncia a ciò che può costituire l'essere umano, allo scavare in sé lo spazio
per l'altro, anche quando la vicinanza si fa così forte, si esprime in troppo
facili inviti all'immedesimazione emotiva. È una rinuncia non priva di conseguenze:
la "posta in gioco" nell'apertura all'altro è rappresentata dalla apertura alla
gioia e al dolore, alla vergogna e al pudore, all'innamoramento, alla rabbia,
al senso della vita e della morte.
Non c'è vissuto empatico nelle indifferenze, nella confusione, neppure nell'identificazione.
Non c'è energia di vita e di pensiero, non c'è "conoscenza della carne". L'esperienza
conoscitiva che si dà nella malattia, nell'incontro con biografie dell'abbandono
è diversa dalla immissione di senso da parte del soggetto in un dato di esperienza
(può farlo nella sua unilateralità il diagnosta o il sofferente nella pienezza
di alcuni momenti di raccoglimento o di coping). E forse non è neppure accoglienza
di senso da parte dell'io per contatto immediato con la vita, con l'essere,
con Dio: come nell'esperienza estetica. Anche se può esserlo nel silenzio di
fronte al mistero, nella memoria, oppure nella testimonianza.
Nell'empatia in atto
Nell'incontro si è piuttosto condotti ad uscire dai confini degli atti cognitivi
ed intenzionali dell'io: superamento della "prigione della nostra particolarità".
[L. Boella, 2000] In questa esperienza può apparire una empatia in atto osservabile
in sei caratteri, quasi sei quadri. Il primo riguarda l'arricchimento del nostro
sentire: colgo dell'esperienza gioiosa o sofferta altrui lati fino ad ora nascosti
alla mia propria gioia e alla mia propria sofferenza. Un secondo quadro è una
più chiara conoscenza di conoscente e senziente: è una particolare esperienza
di percezione interna.
Una terza acquisizione è che posso vivere valori anche se il mio vissuto non
ha o non ha ancora offerto alcuna occasione al loro delinearsi o al loro realizzarsi.
Scopro comunque livelli correlativi della mia persona. Posso essere, ad esempio,
non credente e capire che qualcuno sacrifichi la vita, o i suoi beni o le sue
capacità per una fede che io non possiedo. Ma "empatizzo in lui" un'assunzione
di valore che motiva il suo agire. Per questa via si incontrano ambiti di valore
a noi preclusi o estranei.
Con due preziosi effetti: di poter risvegliare dimensioni di valore o motivazioni
sopite; di potere chiarire ciò che non siamo pur non essendo a ciò assolutamente
estranei, tanto da non concepirlo. Esperienza conoscitiva preziosa contro il
fondamentalismo che s'annida in ognuno quando pensa di conservare nel profondo
la verità come un possesso. E che di sé e dell'altro costruisce immagini come
simulacri.
"Gli uomini divengono pietre" ci dice Simone Weil, quando sono annichiliti e
pietrificati dallo sguardo dei "guardiani della verità e del bene". E la storia
diviene allora "storia sacrificale" luogo di vittime e di idoli: sacrificati
i primi sugli altari dei secondi. Da sempre gli uomini abitano immagini e rappresentazioni
in cui fissano "ciò che vale" . Attraverso le immagini hanno aperto all'abitabilità
un mondo comune, una promessa di futuro desiderabile. Queste sono le rappresentazioni
della speranza, o della rinascita, dell'attesa che abitano in forma diversa
diverse biografie, storie, tradizioni.
Certamente le rappresentazioni della speranza (che è sempre, per essere tale,
speranza dell'improbabile ma giusto), del "sogno di una cosa", possono avere
la capacità generativa del convocare sull'a-venire. A tutti noi occorre, dice
Maria Zambrano, rifare la nostra nascita , tutti noi siamo qui a "rimettere
al mondo il mondo" che noi stessi siamo. Desnacer, disnascere, nuovo essere
al mondo, diverso modo di costruire e pensare la storia. L'immagine, la rappresentazione
è, allora, capacità di avere/tenere in sé anche altro/i. Come è delle madri,
e degli artisti, dei pensatori, dei poeti.
Le rappresentazioni degli uomini, però, hanno anche com-preso e rinchiuso il
mondo riportandolo continuamente a una "origine", che include il noi ed esclude
gli altri. Queste sono le rappresentazioni della totalità che nega l'altro e
la comunità dei diversi. Abitare un mondo di immagini, espone la rischio di
abitare un mondo virtuale. Ma gli effetti (i gesti, le decisioni, le parole…)
dell'abitare un mondo virtuale sono, comunque, sempre ben reali. A volte tragicamente
reali.
Nella post modernità delle comunicazioni e della tecno-scienza, della razionalità
critica e del mercato, si dà una nuova, tragica, produzione di miti e di rappresentazioni
della purezza e dell'origine. Per ri(con)durre le realtà a queste immagini inventate,
per mancare il rapporto con la realtà e con le persone, serve la forza.
Questo racconto, questa rappresentazione sacrificale della storia conserva e
sostiene la follia della ricomposizione del totale, dell'identico e del puro
originario. "Lucidamente" chiede nuovi sacrifici.
Abitiamo rappresentazioni, frammenti di rappresentazioni, mondi un poco sempre
distanti dai mondi reali. Più la realtà è dilatata e complessa, più ci chiede
pudore e visita attenta.
Non è un approccio "teoretico" all'altrui dottrina, piuttosto è un accostamento
all'umanità che si manifesta a noi quello cui siamo chiamati. Quello che ci
rivela a noi stessi. [E. Stein, 1977; 1986]
Un quarto elemento di questa particolare esperienza conoscitiva consiste nel
disporre a vivere e a leggere il mondo come esperienza "degli atti con cui gli
esseri umani si scambiano significati ed emozioni" (moti d'animo, investimenti
d'energia, "moventi" direbbe la Weil). Con ciò che si fa, e si è, si "va verso"
gli altri, ciò che loro fanno, e ciò che sono.
Viene alla mente il saluto che ci si scambia a Dakar e nel Senegal di lingua
wolof quando si saluta qualcuno si dice: "che cosa fai qui?". Ma non vuol dire
che qualcuno è definito solo per la sua attività. Infatti si risponde: "sono
qui"; talvolta, anzi, si dice "sono qui e basta". È ciò che si fa che ci avvicina
gli uni agli altri, ci muove, ci rende utili, ci fa scontrare anche. Ma ciò
che si è è fondamentale, è ciò che viene riconosciuto nel saluto. Ed è l'essenziale
nell'incontro, e ci fa stare "in presenza". Non è facile "essere qui", veramente
presenti, ma è quello che ci chiediamo reciprocamente. È da allenati allo scambio
reciproco, alla co-costruzione di significati ed emozioni che possiamo contemplare
e non solo riconoscere il valore di un'opera, che possiamo indignarci e non
solo riconoscere la bassezza di un'azione, che possiamo amare e non solo riconoscere
il valore di un uomo e di una donna. Nella verità del limite proprio, anche
della propria pochezza. Che chiede l'altro presente, il suo sguardo buono e
accogliente. Che mi accetta così e mi considera buono, benedizione, comunque.
La bellezza abita la differenza, lo spazio, la divisione: non è armonia, è sorpresa!
Non è equilibrio ma meravigliosa dissonanza! Luce nascosta nel buio, spiraglio;
raggio che attraversa l'ombra. Quando si incontra la bellezza ci si può adagiare
nel buio senza paura, perché il desiderio ha trovato casa, e ci si sente a casa
in ogni momento. Si trasfigurano gli elementi della vita quotidiana: lo sguardo
porta il corpo a vedere oltre il corpo.
È la bellezza che ci abita e trasfigura. Chi ama nell'intimità e nel pudore
viene accolto e sorpreso dalla forza e dalla delicatezza della bellezza, ogni
tratto, fisico e spirituale, viene valorizzato. Come se l'altro prendesse casa
dentro di me e io dentro di lei: campi reciprocamente seminati.
Meravigliosamente ogni creatura sente su di sé un'attenzione unica. Bellezza
vulnerabile che non ci invita a dare un senso, ma che ci muove ad essere buoni,
non solo giusti. "Non mi ucciderai": la bellezza è esperienza etica, non solo
estetica, sguardo buono da noi e su di noi, benedicente. È, poi, responsabilità
accogliere la vulnerabilità del creato, come pure di ciò che prende vita tra
noi. Ricevere la grazia è stato bello, portarla a termine è infinitamente più
difficile.
Un quinto elemento dell'empatia pratica è, quindi, la scoperta che da stanco
e arido non faccio trovare spazio dentro di me a ciò che vivo: "non è semplice
vivere ciò che si vive", serve un movimento di recettività.
Anche il sesto tratto dell'esperienza del conoscere nel corpo è l'attenzione,
il "restare nel vivo" delle risposte in atto per una situazione data: lì ciò
che veramente avvertiamo fremere o gemere può emergere e sorprenderci. Prendiamo
contatto con ciò cui siamo chiamati. In tutti alberga una quotidiana e "banale"
inattenzione e distrazione che dobbiamo sorvegliare perché non diventi l'istanza
che decide. Cedere a questa neutralizzazione nella semi-oscurità della propria
coscienza, disattivando l'incontro, è non far vivere parti di sé, vivere alla
superficie di se stessi, quella plasmata dal "si dice" e dal "si fa", dalle
connivenze e dalle convenzioni.
Mantenere aperte le strade sulle quali conservare i sei tratti della "empatia
pratica" è cammino verso ciò che non conosciamo. Andiamo verso ciò che ignoriamo
non per conoscerlo ma per lasciarci formare da esso, per lasciarci da esso possedere.
Ciò che possediamo ci è dato, arriva a noi come una sorpresa: il sapere non
è un sapere ma un affidarsi. Come è per i bambini: capaci di conoscenza immediata,
i bambini "sanno vedere quello che gli adulti non sanno vedere", quello che
è invisibile. Come il piccolo Giordano vede nel sole e nel mio riso che glielo
indica, in un tramonto bellissimo: "Guarda il sole, papà, come è buono!" Buono,
non bello. Benedizione e dono, come il riso.
"Non vedono se stessi e, attraverso se stessi, il mondo; vedono il mondo fuori
di loro, nella sua identità." [M. Bertin, 2002] I bambini rispetto all'adulto
hanno il vantaggio di "non dover giustificare la loro esistenza": il bambino
vive e ciò basta a riempirgli la vita. Nell'esperienza della bellezza come in
quella della sofferenza donne e uomini si lasciano irradiare dal mondo e non
sentono l'esigenza di appropriarsene. Cuore e mente coincidono, come con gli
amanti e per i morenti.
Perché il luoghi della formazione si rivelino meno vuoti ed aridi occorre scoprire
i legami vitali delle idee con le esperienze, seguendo di esse l'andamento di
costruzione attraverso le elaborazioni, gli urti e le ricomposizioni. Idee vitali,
allora, che si offrono nel tempo, non idee inerti, senza orizzonti e tessuto
di pensieri. Sapendo dove si sta mentre si incontra un altro universo simbolico.
Sapendo vivere movimenti autoriflessivi in cui (per tutta la vita!), prendere
in esame i pensieri, le immagini, le amarezze, le emozioni. Vivendo, nei percorsi
di formazione e di conformazione esperienze di adesione interiore agli "oggetti"
di cui ci si occupa, e soprattutto alle persone incontrate. Sospesi tra ciò
che vediamo e ciò che non vediamo: solo alla fine scopriamo ciò che cercavamo.
Occorre volerlo e crearlo: i luoghi formativi degli adulti, ma anche delle ragazze
e dei giovanissimi , sono per lo più luoghi di descrizione, di risoluzione,
di operatività, di prova di decisione. Al più di discussione e confronto, o
di fruizione di occasioni di coltivazione estetica. Più raramente sono luoghi
in cui "tornare a prendere" o "guardare nuovamente" nelle narrazioni, in visita
di mondi e storie culturali, scendendo nei propri pozzi, e sentendo leggere
la vita nella memoria gli uni degli altri.
Corpo a corpo tra amore e giustizia
Nell'alleanza, tra donne e uomini, nella presenza reciproca si dice sé, e si
dice di sé. Si è condotti a dirsi e a scoprirsi semplicemente, in un movimento
instauratore di senso. In esso si è condotti da altri, e a volte ci si accompagna
reciprocamente a entrare in contatto con il mondo interiore proprio e dell'altro.
Per qualche momento ospitati e per quel momento ospitanti: ad esempio quando
si è vicini alla sofferenza ed alla malattia, come quando si è nella malattia
e nella sofferenza. Allora si è condotti sul sottile crinale che s'individua
tra due domande solo apparentemente vicine: "cosa devo fare di buono, di giusto?"
e "cosa devo fare per essere buono e giusto?". Che è lo stesso crinale che separa
e collega le due domande: "che valore ha quello che ho fatto?" e "chi sono,
io, che ho fatto (che sto facendo, che sto per fare) questo?"
Si è riportati a dire sé, a riscoprire capacità e saperi, decisioni e modalità
del lavoro e dell'incontro con altri come percorsi di responsabilità in occasioni,
in apporti specifici nei quali ci si coglie chiamati da altri, attesi, condotti
a significare tra noi, condizioni e situazioni di vita, di progetto, di futuro.
Direzioni della virtù personale.
Se ci mettiamo "in presenza" gli uni degli altri, se l'altro "lo raggiungiamo
nel suo posto" (la sua incertezza, la sua mancanza,la sua ricchezza), e se lo
invitiamo a raggiungerci "nel nostro posto", forse ci consentiamo di aprirci
alla generatività e alla bellezza. È allora che donne e uomini si mostrano ai
piccoli che guardano, capaci ogni giorno di tornare a nascere alle cose, alle
azioni, ai poteri… e alla sera di declinare, di prendere congedo, ri-consegnandole,
perché nel giorno le hanno già dedicate, curate e riofferte nell'incontro con
altri.
Nel nostro muoverci "paralizzato" e frenetico in questo "pianeta di viaggi e
di nomadi, che rischia di essere "pianeta dei naufraghi" (fisicamente o nei
paesaggi interiori), a volte pare di vedere l'immagine del paradosso del Salmo
"hanno mani e non le muovono/ hanno gambe e non camminano". Altre volte appare
invece il profilo della teshuvà, la conversione, la curvatura del ritorno all'Altro,
l'esodo da sé verso la Promessa cui l'altro mi chiama, chiamandomi alla responsabilità,
alla giustizia, alla verità. [A. Paoli, 2001]
I gesti tra noi riacquistano una priorità. Sono luogo d'ascolto, da cui partono
interpretazioni condivisibili della situazione, e possibili decisioni. Quando
l'azione non pratica soltanto un assunto prestabilito, un modo d'essere nella
e della azione, può condurre con sé tutta la forza simbolica dell'assoluto.
L'azione che subisce tutta la pressione della necessità (e della impossibilità
di risoluzione, di risanamento, di produttività e realizzazione …) non cerca
i frutti della vittoria del gesto. L'azione che prova ad esser giusta, buona
soltanto è azione che crea.
L'azione "irraggia senso", mette in movimento il simbolico e diviene misura
per chi la vede. Non ci sono più "scopi interni" o riuscite da cercare, specie
quando la necessità preme, come il vuoto. Quando non c'è più niente da fare.
O quando devo assolutamente fare questo: per amore. Quando l'azione può solo
segnare le vie del reale, di una abitabilità umana, giusta e buona, in ascolto
d'assoluto, è allora che "il significato di un'azione, come il sapore di una
poesia, deve essere percepito". [S Weil, 1982]
Cercare la sua efficacia altrove e altrimenti che nella centratura su uno scopo
è anche vedere evidenziato con forza il limite, l'incompiutezza, l'ombra che
è d'ogni azione nella necessità. Illuminati proprio dal rinvio all'assoluto
cui invita. Non è facile sopportare che l'azione non lotti con il male, che
non affermi il bene, che anzi, contenga il sé anche una parte di male, inevitabilmente.
Tendiamo ad assumerci implicitamente la responsabilità.
La simbolizzazione ed il racconto di storie, sono decisivi perché organizzazioni
e pratiche educative, come quelle di cura, sappiano essere luoghi vitali che
ospitano donne e uomini nella prova della loro vulnerabilità. "Capire significa
portare avanti qualche cosa, cogliere una verità non significa affermare una
cosa una volta per tutte, significa piuttosto scoprire uno scenario nel quale
è promettente e florido cercare". [A. G. Gargani, 1998]
Giungere a questo crinale è riscoprire la "pratica del vivere" come coesistenza
e come, appunto, alleanza tra donne e uomini. Si tratta della riconquista di
ciò che in origine era evidenza per un corpo, il nostro, fragile e affidato.
Oggi la dimensione del dono e della gratuità tendono a scomparire come negli
ambiti specialistici della cura, anche negli interventi formativi non riparativi.
Anche qui, a volte, si producono servizi a prestazione standardizzata piuttosto
che luoghi in cui si sia attenti all'instaurazione di rapporti di fiducia, di
riconoscimento dell'autorevolezza di chi porta competenza e attenzione all'esperienza
di chi soffre. Ciò è anche dovuto all'espulsione di una cultura di genere dalle
professioni di cura. [F. Bimbi, 1999]
Certamente la cura è anche, sempre, esercizio di potere, può divenire anche
solo tale quando evita il riconoscimento dell'altro.
Oggi le tecnostrutture e le didattiche enfatizzano la propria intrinseca razionalità
e la propongono come modello generale di rassicurante risposta ai bisogni.
Ma può anche darsi, all'estremo opposto, un volere curare la crescita, un prendersi
cura, completamente. "La confusione tra cura e potere è il lato oscuro del potere
materno": occorre che "le donne si sorveglino circa questa volontà di rimettere
gli altri nel loro utero". [F. Bimbi, 1999]
Il gesto di cura e la cura del crescere nei due eccessi del potere tecnologico
e del risucchio nel grembo materno non assumono la relazione con le persone,
come non assumono il limite della cura stessa.
Ci vogliono adulti promotori di creatività, ma che sappiano anche mettersi a
distanza. Serve che nella convivenza si curi la vita simbolica, la tutela del
sogno. La vita fantastica si placa, si chiarisce nei moventi e nelle forme del
desiderio che la origina. Prova la fatica del confronto possibile con le situazioni
concrete, e dell'incontro con convergenti desideri di altri. Non si traspone
immediatamente, pulsionalmente e confusamente, su comportamenti reali, giustificati
da un relativismo comodo.
La vita simbolica serve, così, la graduale trasformazioni delle radici affettive
ed emotive delle scelte, dà loro corpo, densità, scansione nel tempo, con senso
della possibilità e senso della realtà.
Rispetto dell'indicibile e capacità di rappresentare
Serve un linguaggio per significare il nostro mondo, anzi un mondo nostro, orizzonte
desiderabile del nostro vivere, la promessa buona, il nostro augurio. È la nostra
assunzione di responsabilità e di progetto. Servono parole ed espressioni che
riaprano il nostro rapporto con le cose ed il tempo, che siano capaci di dire
quell'assunzione della nostra responsabilità e di dare immagine alla nostra
fedeltà reciproca.
Dare immagine a un paesaggio abitabile non è rappresentare, o descrivere, o
classificare. Non è mettere in chiaro tutto. Il linguaggio "totalmente trasparente
perde letteralmente il mondo". [R. Mantegazza, 1999] "Siamo e indichiamo", scrive
Franz Rosenzweig ne "La stella della redenzione", e forse senza indicare non
ci cogliamo in essere, in identità unica. Per questo, però, occorre esporsi
ed apparire, un po' mettersi allo scoperto e accettare di essere individuati
e letti. Le donne e gli uomini "sono nell'aperto", là dove può vivere il linguaggio:
"splendono nell'apparire". Ma la parola rinsecchisce quando i segni non sono
alla ricerca di significati condivisi.
Ci pare siano, questi, dei tratti che rappresentano in modo esemplare molte
delle caratteristiche e delle attese che segnano l'adolescenza contemporanea,
che spesso è spinta dalle caratteristiche sociali, antropologiche ed economiche
del nostro mondo adulto ad esprimersi come una vera e propria cultura a sé.
Non a caso si fa largo uso di definizioni come: il mondo giovanile, gli universi
giovanili, le sub culture giovanili ecc. Quasi ad affermare una sorta di esclusione
degli adolescenti dalle comunità che li hanno partoriti.
Ecco, allora, che gli adolescenti costruiscono i propri linguaggi, i propri
sistemi di significazione e descrizione della realtà; consumano dei riti di
passaggio e delle iniziazioni che rimangono ai margini, non condivise comunitariamente.
Che non introducono nel "mondo adulto" ma rinchiudono nella "crew", nella banda,
nel gruppo. [G. Guerini - I. Lizzola, 2001] In questi atteggiamenti tuttavia
si può anche individuare una forma di ribellione alla civiltà dell'immagine
(forse sarebbe più corretto dire "impero dell'immagine") e della visibilità
ostentata che, utilizzando i codici visivi, afferma sostanzialmente la visibilità
del non apparire.
Ma l'apparire è anche, originariamente, del nascere, del fare emergere e del
dare forma, del curare le forme nuove che la vita assume, quindi è potenzialmente
luogo di generazione, di processi di cambiamento e di trasformazione.
Ci vogliono linguaggi capaci di esposizione sul "mondo possibile", in cui si
dicono le stesse cose "altrimenti", con senso della realtà e attenzione a ciò
che prende forma nelle relazioni tra gli uomini. Anche per la traduzione-interpretazione,
dopo e dentro Babele, è importante il con-testo vissuto, che permette di cogliere
e vivere indicazioni sul significato. Oltre la resa passiva alla poli-semia
delle parole. Specie di quelle che dicono il "bene" e il "vero".
Anche i linguaggi giovanili (sui muri, nelle "garage band", nei gruppi studenteschi,
nell'aggregarsi spontaneo …) posseggono un loro lessico, una loro sintassi,
anche una loro retorica e stilistica. Certamente vanno colti e riconosciuti
per interpretarli, capirli a fondo. Non si tratta di "interiorizzazione", di
"far proprio" l'altro, di ricondurlo alla propria categoria e alle proprie rappresentazioni
di significato. Come prevalentemente legge, "traduce", il mondo adulto.
Occorre un'esplorazione originale: essa è propria di chi ha appreso la fatica
e la scoperta nello spiegarsi. Nel provare a "dire la stessa cosa altrimenti"
spesso si coglie un introvabile senso identico: ciò fa del capire e del farsi
capire una traduzione sempre sospesa, per la quale occorre curare un contesto
comune, una pratica che ci comprometta e definisca il senso. Anche all'interno
dello stesso contesto linguistico la parola è irrimediabilmente poli-semica.
Ma per un'esplorazione originale occorre sapere della "propensione del linguaggio
all'enigma, all'artificio, all'ermetismo, al segreto, per dirla tutta alla non-comunicazione".
Che chiede rispetto dell'indicibile, discrezione, astensione da giudizi trancianti;
salvaguardia della distanza nella prossimità guadagnata. Rispetto.
Questo ci porta anche alla questione di rappresentarsi e di essere rappresentati
in un mondo comune. "Dare rappresentanza" si invoca, spesso, per "dare voce".
La rappresentanza è proprio una delle emergenze critiche delle democrazie occidentali
e degli Stati-nazione. E rappresentanza rinvia subito a "rappresentazione",
e al rappresentare sé, oltre che altri. Su questo piano ci sono delle rappresentanze
che risultano in crisi fin dall'origine: ci sono persone e soggetti che non
riescono a dare forma dentro di sé ad una rappresentazione di sé, ad un racconto
della propria vita dentro un disegno della convivenza, dentro un racconto d'una
vita comune. Questo è presente in molti giovanissimi. Se non c'è esperienza
e capacità di rappresentazione (di auto osservazione, auto rappresentazione;
poi di riconoscimento, riprogettazione) sarà difficilissimo non solo rivendicare
ma anche esercitare rappresentanza. Quindi cittadinanza.
Come è possibile per giovani donne e giovani uomini riuscire a ottenere spazio
e a dare parola alla propria vicenda quando è proprio la trama della convivenza
che rende per molti di loro difficilissimo dare forma di racconto a questa vicenda?
Vicenda spezzettata, fatta di micro e pluri-appartenenze (molte sono poco più
di frequentazioni); transizione continua, e continuo rischio di evanescenza
e frustrazione. Certamente più di un tempo, l'esperienza della transizione (tra
livelli scolastici o percorsi formativi diversi, tra gruppo e gruppo, tra formazione
e lavoro, tra lavoro e lavoro, tra dipendenza dalla famiglia e autonomia nel
costruire una famiglia, tra non pienezza e pienezza di esercizio dei diritti
e dei doveri di cittadinanza, tra essere portatori di svantaggi ed abilitarsi
ad esprimere sé come risorsa) è una situazione frequente, ricca e delicata della
popolazione dei ragazzi e dei giovani.
Ma proprio per questo rappresentare sé, avviare (e cogliersi in) un racconto
nel tempo della propria vita, rappresentarsi (ottenere rappresentanza/azione)
in racconti comuni può essere, oggi, segnato da fatiche e passaggi in solitudine.
[I. Lizzola, 2000]
La pressione a costruire identità in autonomia, a vivere la libertà come autodeterminazione,
come negazione di ("liberazione" da) ogni legame di dipendenza spinge molte
biografie verso poche e fortissime dipendenze e verso l'anomia, in piccoli e
chiusi spazi.
Cogliere cura e attesa, chiamata a responsabilità e "ingaggio", utilità e responsabilità
nei confronti delle altre generazioni ha un peso rilevante nel dar forma alla
rappresentazione di sé. Nella quotidianità concreta del vivere e del crescere.
Ove unicità mia e appartenenza generazionale si intrecciano. Ma viviamo, nelle
città, una convivenza nella quale si è poco capaci tra le generazioni di dare
rappresentanza ad altri, gli uni agli altri.
I lavori svolti in diverse città italiane in questi ultimi anni attorno alle
"biografie giovanili dell'abbandono" non permettono di separare nettamente "luce"
ed "ombra", aree di inclusione e aree di esclusione. Questi "lavori sociali"
han permesso di cogliere la forza silenziosa, a volte feconda a volte disperata,
delle "lotte per il riconoscimento" in atto nei luoghi istituzionali e nei servizi
come nell'arcipelago dell'aggregarsi densissimo e discontinuo di adolescenti
e giovani della città.
Sono "pratiche sociali" e formative fortemente politiche quelle che possono
permettere di aiutarsi reciprocamente tra persone, tra generazioni. Individuazione
e identificazione si costruiscono dentro una storia affettiva esposta a continui
sommovimenti, a tensioni e ridisegni, frutto di rapporti di forza che si stabiliscono
tra istanze plurali e forze diverse. La struttura affettiva profonda degli adolescenti
vive una elaborazione complessa, si rivela caratterizzata da passaggi di non
breve durata. Abbiamo già notato come questi passaggi siano anche sofferti,
per quel sentimento di insuccesso o di inadeguatezza che rende incerto il passo,
per la fatica a sperare che nasconde l'orizzonte nella foschia.
Due cammini possono aprirsi: uno verso "l'interno", alla ricerca del sé più
profondo, uno verso "l'esterno", varcando continuamente limiti e confini propri,
cercando di cogliere ogni occasione. Entrambi esposti allo smarrimento: il sé
più vero sfugge continuamente; mentre oltre i limiti e le occasioni c'è la frammentazione
e lo sfinimento.
Il primo cammino verso l'autenticità vive l'incontro con l'altro, e la società,
come minaccia potenziale: occorre liberarsi da legami, influssi, ostacoli e
condizionamenti. Distanziandosi da ruoli e relazioni. È come se non si volesse
esser nominati da altri. Il secondo cammino apre a identità "temporanee", solo
contestuali che si vorrebbero numerose, dinamiche e mutevoli. Nelle quali però
si mostra, per certo, l'incapacità d'essere affidabili, di incontrare di consistere.
Di dare la parola, di narrare ciò cui ci si è sentiti chiamati.
L'autocentratura e l'individualismo che spesso emergono, non paiono far crescere
capacità di reggere una prova, di superare frustrazioni e riprendersi, di resistere.
L'inquietudine e la continua tensione cui ci si sottopone risultano non connessi
a obiettivi e orizzonti di senso. L'intelligenza che viene attivata e stimolata
presto è ridotta senza voglia, senza il respiro di una avventura, nell'accidia.
Si può dire che ricchezza, libertà dal bisogno, espansione delle opportunità
compongono un problema che è insieme sociale e politico, culturale ed educativo.
Forse si possono cogliere anche segnali interessanti e positivi proprio mentre
si diffonde un'"etica della assicurazione dal rischio" che segna ad esempio
il rapporto tra persone e lavoro e tra persone e politica. Tra ragazze e ragazzi
si sperimentano anche forme sofisticate di pensiero e di espressività, prove
di arricchimento, di differenziazione dei tempi e dei livelli dell'esperienza
personale (lavoro, volontariato, esperienza artistica, formazione, …). Come
si coltivano capacità comunicative e di introspezione, possibilità di ricevere
e di rimandare stimoli e attivazioni.
Su alcuni percorsi di ragazzi legati a contesti relazionali ricchi, anche perché
segnati dall'incontro con la diversità, appaiono i segni di nuove necessità
interiori: di offerta e di vocazione, di sobrietà; di senso delle distinzioni
e esercizio di cura e responsabilità, di "libertà risposta", come direbbe Gabriel
Marcel; di capacità d'essere tenaci, e di resistenza, di rinuncia.
Occorre reciprocità e incontro per cogliere sé in una rappresentazione di se
stessi. Per ri-conoscersi, assumendo e confrontando immagini e proiezioni reciproche.
Così possono prendere forma, ed essere rappresentati, anche quei luoghi e quei
periodi dello sviluppo delle biografie delle donne e degli uomini che hanno
più difficoltà a cogliersi e a farsi riconoscere. Quindi ad avere rappresentanza.
Queste fasi e questi passaggi biografici sono quelli più caratterizzati da instabilità,
transizione, passaggi di ruolo e status. E non sono solamente giovanili, adolescenziali
o "pre-adulti".
Occorre insistere su questo punto: la rappresentazione di sé e quindi la rappresentanza,
nascono da un riconoscimento reciproco.
Pratiche di nominazione
Tra adolescenti, tra adulti ed adolescenti servono non solo parole per costruire
pratiche, per definire progetti; servono "pratiche di nominazione". [R. Mantegazza,
1998] Pratiche che si aprano tra giovani e adulti capaci di osare e di sostenere
l'incontro, ed anche il conflitto non distruttivo. Nell'incertezza.
Oggi molti adulti sentono sordamente incerto, in loro stessi, il valore di ciò
che han fatto, che han costruito, per cui hanno lavorato, lottato e intensamente
sperato. Incerto é il risultato del loro lavoro, dell'impegno politico di anni,
della pratica educativa dei giorni…
Difficile si fa il rapporto con il ricordo, il senso di passaggi biografici,
oltre che storici, rilevanti. Nel profondo si teme di avvertire, o si avverte,
una valutazione negativa, quando non denigratrice, del presente sul passato.
Dei più giovani sui più in età. O una sorta di distanza fredda, di non considerazione,
di centratura esclusiva su difficoltà, o su gusti, del momento.
La dimensione del tempo personale, la tensione che s'è coltivata tra passato
e futuro mentre prendeva consistenza la storia della (nella) propria vita, entrano
nella nebbia, a volte nell'ombra. Ci si rifugia nell'amnesia, o nella retorica;
ci si "difende", non si elabora una sorta di senso di colpa, o di fallimento.
Ci si sente ingiustificatamente degli "sconfitti". Ma si è solo o prevalentemente
vittime della paura e della insicurezza; non ci si accetta in identità trasformate.
Chiamati nel nuovo, oltre. Non si sa "prendere congedo": ci si separa da parti
di sé nascondendole come se fossero debolezze o vergogne, e si va alla deriva…
Oppure ci si chiude a chiave nel passato, e nei significati rassicuranti di
una "età dell'oro".
Crescono fratture tra le generazioni, nel silenzio e nella "cortesia", magari.
La fatica del fare i conti con la paura e con l'ansia la troviamo spesso incastrata,
a far frattura, nelle relazioni tra le generazioni.
Su questo sfondo i "servizi per i giovani", e molte "politiche giovanili", paiono
oggi muoversi costruendo, disegnando una "realtà giovanile" tutta ridotta a
desideri e bisogni. Servizio come produzione di risposte a "domande giovanili";
o come fornitura di sostegni e cure competenti per debolezze e patologie manifeste
e diagnosticate. Poco si riflette su quanto desideri e bisogni prendono forma
a partire dall'offerta di beni e occasioni; o su quanto siano fluttuanti e incerte
le preferenze dei giovanissimi (ma le persone sono riducibili a "isole prive
di legami"?). Se dal mercato ci possiamo aspettare questo approccio convenientemente
e astrattamente utilitaristico, i servizi e le politiche sociali…
Offrire poi, "risposta a domande", in modo diretto e senza rielaborazioni può
nascondere una intenzionalità non poco "collusiva" tra giovani e adulti; un
"vantaggioso", rassicurante non impegnarsi nel discutere attorno a significati
condivisibili. Non si attivano né riconoscono conflitti, e si santifica il relativismo
individualistico.
Applicare, infine, il solo paradigma medico-sanitario sta portando molti servizi
per i giovani su una deriva verso la consulenzialità tecnica, individuale, nei
confronti di "utenti-clienti" che, magari, chiedono come meglio comporre il
cocktail di sostanze e pasticche del sabato-domenica con l'essere accettabilmente
efficienti il lunedì, al lavoro o a scuola… "Non mi far domande o storie… non
mi toccare!", è come si dicesse da un lato; "non ti tocco, né mi relaziono a
te: sono un tecnico che ti eroga informazioni competenti", è come si rispondesse
dall'altro.
Strane parole: de-vitalizzate, quelle che possono correre nei servizi tra adulti
e giovani. Incapaci di cogliere gemiti nel silenzio o fremiti di nuova vita.
Come pure di aprire "movimenti generativi" tra le persone e le generazioni.
Ci si può, forse, chiedere se silenziosamente sia avvenuto uno "slittamento
di senso di e intenzionalità" da una cultura dell'emancipazione (della rimessa
in gioco, della individuazione, della liberazione di energie e risorse personali
anche di uomini e donne portatrici di disagi o svantaggi) a una cultura della
protezione e della rassicurazione (o della assicurazione, dei diritti acquisiti).
Pare davvero di poter dire che viviamo un "benessere", una "esplosione" delle
opportunità (ma molta è solo virtuale) che non ha indagato il suo senso, la
sua destinazione.
Si pensa di "proteggere" le persone giovani anche da sé: dalla ammissione e
dalla accettazione della propria fragilità esistenziale; dal fare i conti con
l'inquietudine che viene dalla frammentazione dell'"io", dal non sapere "di
chi sono?". È una protezione anestetizzante e illusoria: ci si protegge davvero,
invece, "praticando la libertà", non fuggendola, per riprendere la lezione di
Freire.
È inter-dipendendo, recuperando senso e tratti di una avventura, di esperienze
condivise; è ri-componendo tempi e trame del vivere personale e del vivere con
altri, che si cresce, che faticosamente si cresce.
La "pretesa di accudimento" di molte ragazze e ragazzi con un singolarissimo
rovesciamento del debito tra le generazioni ("non ho scelto io di nascere",
ora tu mi accudisci!), o la ringhiosa chiusura in piccoli spazi da non toccare
segnalano una tendenza alla "fuga dalla libertà". Fuga che troviamo anche in
una diffusa "zona grigia" tra giovani e adulti. Una zona in cui potrebbe crescere
questo "scambio": ti accudisco senza porre interrogazioni o pro-vocazioni al
tuo desiderio, all'immediatezza, al vitalismo, all'accidia… e tu non metti in
discussione valori e modi di questo vivere, di questo sviluppo, di questo presente.
Né lo sforzo fatto per arrivarci. Non proietti ombre sulla stagione passata
con cui io, adulto, fatico a fare i conti.
Acquisire di nuovo la consapevolezza del proprio nome, vuol dire essere accolti
o essere chiamati in contesti formativi e sociali in cui si prova che "si è
di qualcuno". E lo si è non solo perché c'è chi ci ama, ci conosce e ci chiama,
ma anche perché c'è chi ha bisogno del nostro amore, d'esser da noi riconosciuto.
C'è chi intende rivolgerci la sua richiesta, che esprime la sua attesa. E noi
siamo per lei, per lui. Siamo per qualcuno che abita qui, oppure lontano: che
ci chiama e ci "elegge" ora, da qui. Ci chiama per nome, ci rende non sostituibili.
Certamente nel limite ma anche nella particolare possibilità dei miei saperi,
delle capacità coltivate, degli spazi affettivi. I miei saperi e ciò che posso
e so fare si fanno, così, interessanti, da curare bene: sono patrimoni aperti,
percorribili e più ampiamente e profondamente abitati da diversi ospiti.
"Pratiche di nominazione" per maturare e accettare che, sì, io morirò, me lo
dice il mio corpo, proprio mentre pare non riuscire a contenere il fremito e
il desiderio. Ma morirò io, con il mio nome: riprendendo e così serbando l'essere
"di qualcuno", che mi chiama. Non sono di me stesso, non avrò timore di individuarmi,
di trovare un nome, di confrontarmi con la differenza.
"Resteranno con me i pensieri, i ricordi, le amicizie, gli amori…? In cielo
dove sarò io? Con voi? Con la mia storia e con i progetti, i sogni vissuti con
gli altri?": Irene per la prima volta sente il nome proprio, con il quale è
chiamata; sente unicità e delimitatezza dell'io. Il senso dell'unicità irripetibile
della propria identità, della propria biografia viene raggiunto pagando il prezzo
dell'evidenza del proprio finire. D'altra parte tale consapevolezza viene ad
un tempo sottolineata e consolata dalla intensità delle vicinanze e degli incontri,
dalle prove di responsabilità, dalla forza degli affetti, dalle condizioni di
sogni e progetti… da tutto quanto dà spessore alla biografia personale e all'intreccio
di legami che la tesse.
I fili di trama ed ordito sui quali, chiamata per nome, sto ricamando reggeranno?
Dove rinviano? Sono domande che conservano come nocciolo d'olivo il nome unico
che mi è stato dato.
Le pratiche di nominazione sono la scoperta e la rivelazione reciproca del nome,
in una relazione che si sente, anche, come promessa di là del momento, e del
proprio tempo. Quando le ragazze e i ragazzi si sentono chiamati per nome, si
sentono nella pienezza del momento: "tutto qui". Colti in una "nudità" di cui
riescono a non vergognarsi troppo. Possono fare questo, magari solo questo,
ma apprezzati e accolti. Possono essere questo, magari solo questo: ma lo fanno
e lo sono per te, per voi, per loro, per il mondo.
"Cerco d'esser giusto, soffro con voi, spero di non farvi del male": è "tutto
qui", con il mio nome. Sono riconosciuto, ho un nome: ne sono un poco protetto
e un poco posso sentirmi, finalmente, senza nulla di essenziale da perdere.
Intravedo una storia da raccontare nei giorni del mio corpo vibrante e sofferente
di giovane uomo, di giovane donna. Una storia si dipana anche in relazione ad
una prefigurazione di futuro, e prima ancora a partire da un modo di sentire
dentro di sé il futuro.
Ivo Lizzola