Don Tonino BELLO: Una pastorale tra Bibbia e giornale
di Giancarlo Bregantini (giugno 2003)


Tonino Bello parlava della vita della città, quella quotidiana dove il cielo è unito alla terra

Questa riflessione mi coinvolge in modo diretto perché vedo in essa tratti luminosi della mia vita stessa e insieme sento che mi spinge a vivere con coerenza sempre maggiore la mia vita di vescovo, oggi, nella non facile realtà della Locride.

La mia riflessione si svolge intorno a due temi:
- perché è riuscito don Tonino a coniugare Bibbia e giornale? con quali modelli ha operato tale sintesi?
- come l'ha realizzata concretamente nella sua vita di vescovo? con quali risorse?

C'è una premessa rapida da compiere. Per me ogni uomo capace di sintesi è sempre oggetto di santa invidia. Diremmo, meglio, di "emulazione", perché ritengo che sia il dono più grande che Dio possa dare ad un uomo.
Con un rapido sguardo alla figura di don Tonino, posso dire che tale sintesi vitale lui l'ha imparata da alcune 'icone' che lo hanno guidato con chiarezza: la Trinità, il cuore di Maria, le mani di san Giuseppe, lo stile di san Francesco. Ciascuna di queste figure è stata per lui preziosa fonte, per imparare ad unire sapienza e scienza, Bibbia e giornale.

Prima di tutto la contemplazione del Mistero trinitario. Voglio riportare un pezzetto di esperienza mia personale, a contatto con quest'uomo straordinario. Al termine di una giornata passata a Molfetta per una conferenza sul tema del lavoro, nell'aprile 1987, il vescovo mi accompagnò poi in camera, dove lui stesso aveva preparato il letto per me. Ero commosso per tutte quelle attenzioni, e dal fascino sgorgò una conversazione intorno ad un suo recente articolo sul mistero della Trinità. Fu lui stesso a spiegarmi un passaggio che poi divenne famoso: "La Trinità è come un'operazione algebrica. Non uno più uno più uno, che fa tre. Noi non abbiamo tre dei, ma uno sono. Cambia. Moltiplica e fai Uno per Uno per Uno. Il risultato è sempre uno. Cioè un Dio solo. Un Dio d'amore".
Capii che quel "per" non era solo algebrico, era soprattutto relazionale, cioè capace di intessere una modalità di rapporti nuovi tra le persone. Se viviamo uno accanto all'altro, saremo solo una somma di persone, un assemblaggio di tipo industriale, senz'anima. Ma se sapremo vivere uno per l'altro i nostri cuori si fonderanno sempre in unità.

Poi la figura di Maria di Nazareth. Per tutti il suo notissimo libro Maria donna di nostri giorni dove, per parte mia, vi leggo la stessa figura di don Tonino, in trasparenza.
Qui la sintesi tra vangelo e giornale è presente anche graficamente in questo testo, perché si parla di Maria e si parla a Maria.
Nel parlare di Maria c'è il costante riferimento al dato biblico evangelico, ben fondato, anche con accenti unici ed originali.
Nel parlare a Maria, ecco la vita della città, i volti delle ragazze di Molfetta, il cuore delle mamme conosciute personalmente nei loro drammi dal nostro vescovo… è la vita quotidiana, è il giornale, letto con occhi di stupore, che dà sapore al mistero teologico. Ma è anche il cielo che si fa terra, perché la terra senza cielo è solo fango, ma se il cielo è unito alla terra, la terra diventa un giardino.
Un esempio per tutti: don Tonino parla spesso di paura, sente dentro il cuore che batte, pulsa come il cuore di tutti noi. La descrive con arditezza e chiarezza, ma insieme la supera con una parola chiave: la speranza, che non è vuoto afflato poetico, distaccato, ma capacità di entrare dentro le lacrime, soprattutto quelle segrete, per asciugarle e ridare vigore ai nostri corpi! E' l'amore che scaccia la paura, scrive san Giovanni!
Maria diventa così simbolo dello stile di armonia e di coraggio di don Tonino: "Maria donna accogliente, di fronte a Dio e di fronte al fratello. Maria donna anastasa, che porta al mondo la notizia del Cristo Risorto, con risolutezza, partendo per prima. Maria donna di parte, perché schierata con i vinti della storia ma capace di libertà vera. Maria donna dell'attesa, perché attendere è voce del verbo amare…"

C'è poi san Giuseppe, casto e delicato, accanto a Maria. Ma su san Giuseppe resta celebre la sua elegia che commosse tutti noi: "La carezza di Dio". Quanta poesia, intessuta di storia. Quante analisi chiarissime, ma esposte nel linguaggio della sapienza, che non giudica ma che insieme trasforma e cambia. Se ne esce con la dolcezza e la fermezza nel cuore, da questo racconto. Perché san Giuseppe ha saputo unire in mirabile sintesi il sogno al segno.
Il sogno è l'ideale, la spinta alla santità, il non fare sconti sulle vette. Ma mai il sogno senza il segno. Sarebbe astrazione illusoria e alienante. C'è sempre bisogno di concretizzare il sogno in un segno visibile e tattile: un gesto, una passione che cambia, un volontariato, la comunità per i tossicodipendenti, l'accoglienza degli stranieri, la vicinanza ai poveri. Ma attenti a non lasciare i segni senza i sogni. Sarebbe frammentazione e distacco, separazione, spaccatura interiore.
Abbiamo bisogno di poesia più che di pane, perché la poesia è il respiro dell'anima e per questo don Tonino è stato un poeta efficace e fecondo!

Infine tra le icone che aiutano a capire la storia di don Tonino c'è la forza di san Francesco, il suo fascino nell'essere terziario francescano appassionato e convinto. La tomba ne è esemplare manifestazione che rende questa passione francescana di una bellezza rara, eloquente, capace di unire la storia del medioevo con le nostre storie vissute oggi, nei nostri piccoli paesi del Sud.

Il secondo punto pone quest'altra domanda: come don Tonino ha realizzato concretamente tale sintesi nella sua vita? Quali sono state le sue risorse?
Mi sembra di individuare sette fattori che hanno contribuito nella sua vita a realizzare tale sintesi preziosa: il Sud con la sua gente, la sua famiglia e il paese; lo studio con ideali forti; il dopo Concilio con le sue passioni; i poveri sempre con lui e lui con i poveri; i giovani con il loro entusiasmo; la sua castità di vita fatta gratuità.

Il sud e la sua gente
Don Tonino è stato un vero uomo del sud. Ne ha capito il cuore, ne ha osservato le pieghe dell'animo, ne ha cantato i colori, assorbito la secolare sapienza, vissuto in pienezza i drammi. In questo senso la sua sintesi è frutto di vero e grande amore alla sua terra e alla sua gente. Il sud prima ancora che essere capito, va primariamente e tenacemente amato! Poi lo si potrà capire. E quindi anche cambiare, valorizzando tutto quello che di grande porta con sé e purificando quanto resta da sciogliere da antiche schiavitù, ancora imperanti, purtroppo.

La famiglia di don Tonino e il suo paese, Alessano
E' nella semplicità di una famiglia come la sua che ha imparato ad apprezzare san Giuseppe artigiano, per poterlo dipingere così bene. Cioè dalla vita del paese ha colto Nazareth, che è il cuore della spiritualità, della pace e della mitezza. Il legame con la terra si impara sempre dentro un paese. Vi si respirano i profumi, segno di un'appartenenza che crea sponsalità. Da qui il legame forte con il Cristo, amato e sentito come uno sposo.
Ecco perché don Tonino ha scelto di essere sepolto proprio ad Alessano, suo paese natale, per questa sponsalità che si fa fedeltà in vita e in morte. Condizione fondante per saldare fede e vita, in un intreccio di grazia e di bellezza!

Lo studio con ideali forti
Partendo dai suoi studi, rapidi ma intensi, capaci di aprire i suoi orizzonti, don Tonino ha saputo costruire la sua sintesi vitale. Senza una base adeguata di studi teologici, o la pietà diventa pietismo o la vita si fa solo sociologia. Errori opposti ma pericolosi, per poi diventare nella realtà ecclesiale o clericalismo autoreferenziale oppure frammentazione deludente. Nei suoi scritti è bello notare la cura delle parole, la ricerca di un'etimologia accurata, una riflessione inedita frutto di un libro avanzato che lo ha provocato, una risposta implicita a tematiche filosofiche dibattute e che solo la vita, intensamente vissuta, sa sciogliere.

La chiesa post-conciliare
Don Tonino si è sentito proiettato su una dimensione travolgente della trasformazione pastorale, sotto la guida di uomini illuminati e decisi come il cardinale Lercaro a Bologna e mons. Michele Minguzzi in Opuglia. E allora si capisce perché spesso chiede di non praticare nessun sconto sugli ideali, di andare fino in cima (lo chiede soprattutto all'Azione Cattolica), curando quella radicalità tipica dei santi, che non si impone ma si propone. La sua celebre immagine del grembiule credo che nasca proprio da qui, da questa chiesa che si sente chiamata soprattutto a servire e non a farsi servire! E volesse il cielo che anche oggi mantenessimo intatto questo entusiasmo, per poter sempre più spesso deporre gli abiti sontuosi ed indossare questo umile evangelico paramento, qual è il grembiule per lavarci i piedi l'un l'altro!

La presenza dei poveri
E' stata la grande forza interiore che in don Tonino ha sempre favorito questo legame tra bibbia e giornale. Nulla più dei poveri, frequentemente incontrati, amati, serviti, accolti… è capace di cambiare la vita di un prete e di un vescovo.
Lo conobbi una sera di aprile del 1987 a Molfetta, dove ero stato invitato a parlare de "Il lavoro nel sud". La conversazione con la gente e poi l'incontro diretto con don Tonino, a cena. Il vescovo mangiò pochissimo; mezzo bicchiere di latte ed un arancio. Non so perché, ma so soltanto che ci passò subito la fame… ma il bello venne dopo quando, già piuttosto tardi, bussò alla porta dell'episcopio un poveraccio, Giuseppe, che fua ccoto da un affettuoso grido di benvenuto: "vieni, vieni avanti… di roba ce n'è ancora tanta… non ti preoccupare, vieni Giuseppe!". In altre sedi si sarebbe fatto notare, giustamente, che non era l'ora più opportuna, che era tardi, non era il momento.
Ma la cosa che maggiormente mi colpì fu la presenza di alcune famiglie di sfollati, nella sua casa, con mille piccoli disagi conseguenti. Un gesto coraggiosissimo, se penso, oggi, alla realtà di un episcopio. Come avrà fatto a superare le voci critiche, ad affrontare sorriseti di ironia sul suo comportamento anticonformista, a farsi accettare in Curia, luogo solitamente molto rigido!
Di certo tutta la sua vita (e oggi tutti i suoi scritti) risentono di questo incontro frequente con la realtà della povertà. Scrive in un'omelia tenuta a Bologna il 18 novembre 1989, al terz'ordine francescano secolare: "i poveri sono il luogo teologico dove Dio si rivela e da cui deve partire ogni dinamismo di evangelizzazione… i poveri salveranno il mondo… sono l'identikit di ciascuno di noi, perché il terzomondiale è l'immagine della nostra precarietà e lo zingaro è simbolo del nostro essere stranieri per gli altri, precursori di un mondo diverso, senza barriere. Essi ci evangelizzano, perché sono spina conficcata nel fianco del mondo, nel nostro fianco..!"

I giovani
Ai giovani don Tonino sapeva parlare con la forza delle immagini, con i colori della sua poesia, con la radicalità delle sue profezie, con il fascino del suo esempio personale. Perché i giovani sentono di che stoffa noi siamo. Lo annusano, hanno il sapore della verità delle persone e delle cose. Ma hanno anche il grande dono di mantenerci giovani. Perché sono belli ma anche fragili. Come bene esprime don Tonino nella ormai celebre poesia sulle due ali per poter volare, cantata con toni dolcissimi nel tramonto del suo funerale da una ragazza che nel vibrare delle note ha saputo esprimere tutta la riconoscenza di ogni giovane per questo vescovo giovane. Abbracciati si sale e si vola, perché Dio ci ha fatti per la reciprocità in un legame che avvolge ogni sogno. Come Maria e Giuseppe di Nazaret, in gratuità e castità. Come nell'amicizia coltivata e rassicurante, ma libera e liberante. Come nelle nostre comunità, dove il volo verso la santità è possibile compierlo solo se resteremo saldamente abbracciati l'un l'altro.

Il cammino in gratuità e castità
Mi ha sempre colpito la dolcezza con cui don Tonino descrive l'amore umano. E non è solo questione di aggettivi o di immagini poetiche. Vi si sente dentro un cuore che batte, un cuore che ama, un cuore che sa guardare con incanto e stupore ogni realtà d'amore, senza farsi sporcare e senza sporcare ciò che guarda.
E' questione di rispetto delle cose e delle persone. Di salvaguardarne l'intatta bellezza interiore. Uno stile che si fa subito gratuità, cioè sobrietà di vita, servizio fedele, stila reciproca, abbracciare senza possedere.

Tutto questo può essere sintetizzato con un nome e un impegno: la Pace, perché la pace è custodia, la pace è verginità, la pace è croce innalzata sull'egoismo umano, la pace è poesia che cambia il deserto in un giardino, la pace è povero accolto, la pace è un sud che si riscatta nel lavoro amato e fecondo, la pace è pane di casa spezzato e condiviso, la pace è Trinità dolcissima in uguaglianza reale e distinzione personalizzata. La pace è Cristo! La pace è realmente la sintesi vitale tra Bibbia e giornale.

Giancarlo Bregantini

Tratto dalla relazione tenuta da mons. Bregantini, vescovo di Locri Gerace, al convegno svoltosi nel decennale della morte di don Tonino Bello svoltosi a Molfetta il 24 - 26 aprile 2003.

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