| Massimo CACCIARI: La speranza nella società
del rischio (gennaio 2004) |
Essere sempre in cerca, in attesa: questa è
la speranza
Che
cosa significa "sperare"? Di quale speranza parliamo? La speranza alle origini
della nostra cultura, della cultura greco-romana, è un termine molto debole.
Platone parla di buone speranze, sì, ma queste buone speranze rimangono del
tutto infondate, non hanno propriamente nessun fondamento. Secondo il "timbro"
fondamentale della cultura greco-romana, la speranza è una virtù degli equi,
cioè propriamente di "coloro che non sanno", che non vedono: teoria significa
"visione", chi vede, chi è faccia a faccia con la realtà, "sa". Il filosofo
o lo scienziato "sanno", non sperano. Da questo punto di vista, si potrebbe
dire che la speranza è una "passione", un "affetto": chi sa non spera, e chi
spera, spera perché non sa. Cosa significa questo? Che uno dei timbri o dei
toni dominanti nella nostra cultura tecnico-scientifica è "lotta contro la speranza",
perché si presenta a noi come un sapere che una volta interiorizzato ci permette
di pre-vedere, non soltanto di pro-gettare, di "scontare" il futuro, di farne
- come diceva il titolo di un libro importante di qualche decennio fa - "un
passato". Sì, è futuro, ma io "so", estrapolando se non propriamente gli accadimenti
futuri, il "senso" del futuro. Questo è il tratto fondamentale della cultura
tecnico-scientifica, senza questa filosofia non si può comprendere il progetto
tecnico-scientifico contemporaneo, e della potenza con cui ha dominato la nostra
vita quotidiana. La speranza può essere anche una "buona speranza, certo, può
farci pensare ad un al di là dove i meriti siano riconosciuti e perciò premiati,
può incentivare i nostri buoni comportamenti quaggiù, ma tutto ciò è privo di
ogni serietà scientifica.
Qual è la grande idea che il cristianesimo introduce in questo scenario e che
costituisce l'altro "timbro", l'altra tonalità fondamentale della speranza che
fino alla fine sarà in contraddizione con quello tecnico-scientifico?
Perché secondo me questa crisi tra le due forme della speranza è secondo me
insuperabile, finché ci sarà l'Europa. Perché l'Europa vive di questa contraddizione,
l'Europa è contraddizione; e chi vuole sanare questa contraddizione vuole annientare
l'Europa. Se l'Europa diventerà nient'altro che una costola atlantica, morirà,
ma morirà perché cesserà di essere contraddizione. Gli Stati Uniti, la loro
grande civiltà nasce proprio da una volontà specifica, da un progetto di staccarsi
dalla contraddizione europea: solo se si capisce questo, si capisce la cultura
americana, quella che qualcuno chiama la "religione americana".
La contraddizione europea nasce dunque dalla contraddizione tra i due timbri
fondamentali della speranza: quello che abbiamo visto, che domina il progetto
tecnico-scientifico e che non a casa ha negli Stati Uniti la sua capitale, e
quello cristiano. Quello cristiano non accoglie o sviluppa la "buona" speranza
platonica: la speranza cristiana è fondata, ha fondamento, perciò è "vera" speranza.
Non "buona" speranza, ma "vera" speranza. E voi pagani siete nell'errore che
non vi permetterà salvezza, e vi condannerà alla disperazione perché ritenete
la speranza "infondata".
Nel cristianesimo la speranza può avere fondamento. Ma il cristianesimo avverto
fino in fondo la paradossalità, la straordinarietà della pretesa di dare fondamento
alla speranza: perciò la speranza è virtù teologale, e non virtù qualsiasi.
. E in questo modo diventa uno "sperare questo o quello", uno "sfarinato sperare",
e si perde la grandiosità della contraddizione, mentre le speranze diventano
"buone" speranze. Ma Paolo capiva perfettamente che non è con le buone speranze
che si può contraddire il paradigma scientifico, epistemico, che ritiene che
appunto la speranza sia infondata.
Allora, cerchiamo di capire cosa significa sperare, dopodiché possiamo anche
"sperare questo o quello", ma solo dopo aver dato fondamento all'idea di speranza,
non soltanto in termini teologici. La radicalità paradossale di questo discorso
cristiano si evidenzia proprio in questo: noi speriamo radicalmente non di possedere,
raggiungere, ottenere "questo o quello", ma in qualche modo è esattamente l'opposto.
Noi non speriamo "securitas", non speriamo di "assicurarci" questo o quello,
che è il discorso della speranza scientifica, il cui obiettivo è afferrare,
possedere, comprendere, in cui il futuro è scontato. Un'idea, questa, che ha
permeato quasi completamente il nostro senso comune, il nostro modo di ragionare.
L'idea di speranza del cristianesimo si colloca, potremmo dire, esattamente
all'opposto: cristianamente noi speriamo di poter resistere nell'essere in-sicuri,
di poter avere la fo4rza, la capacità di rimanere in-securi, non "assicurati".
La stessa parola, securitas, se-cura non avere cura, ce lo spiega. Al contrario
della securitas, inquieto è il cuore cristiano. Essere sempre in cerca, in attesa:
questa è la speranza come virtù teologale. Isidoro di Siviglia diceva "Spes
viene da piede", perché? Perché la speranza è quella che fa camminare, che fa
andare; essere disperati è come tagliarsi un piede e non potersi più muovere.
Se si vuole essere sicuri si resta chiusi nella propria casa, e allora sperare
non ha più senso. Sperare di essere sicuri, è una contraddizione in termini.
Solo in viatoribus, diceva S. Tommaso, sta la speranza.
Speranza di poter essere in-cura eternamente. C'è qualcuno ancora in grado di
ascoltare questo timbro della speranza? E' la domanda che ponevano alla cristianità
contemporanea pensatori come Auerbach. Un timbro che non esiste più nel mondo
dominato dalla tecnica, dall'assetto; il cristianesimo, da questo punto di vista
è morto. Ma aggiungeva, l'interessante del cristianesimo è proprio in questo,
è proprio la sua impotenza, il suo non potere nei confronti della società contemporanea,
il suo "essere in croce" oggi più che mai, se viene ascoltato secondo la sua
giusta radicalità. Ecco perché allora nessuno mai potrà fare del cristianesimo
un cavallo vincente. Un cristiano non potrà mai puntare sul suo essere cristiano
per vincere; e se è consapevole di questo e continua ad essere cristiano, allora
è invincibile. Ecco il paradosso.
Il mondo contemporaneo dice: "spero di poter fare ciò che voglio"; la paradossalità
della speranza cristiana invece afferma esattamente il contrario. Perché, badate,
il volere in quanto tale, significa "essere": il senso della speranza è all'opposto
delle "velle" come essere, come dimensione naturale. L'essere libero è una dimensione
completamente diversa da quella del volere, ma la speranza cristiana chiama
proprio a questo: ad essere liberi, a trascendere il proprio io. Un concetto
che riporta a quello di libertas. Libertas, per i latini, è la condizione filiale,
distinta da licentia: quest'ultima che esprime la speranza di poter affermare
la propria volontà. Libertas esprime invece il senso della relazione filiale,
che è una relazione indissolubile, indissociabile. Ecco quindi, che la libertà
è la massima cura per la relazione. Nella nostra cultura l'io, l'individuo viene
prima di tutto; la libertà che deriva dal concetto di speranza cristiana esprime
invece una "follia" per il mondo: il paradosso che prima è la relazione.
Io credo che si debba tornare ad ascoltare questi timbri e ad apprezzare la
loro contraddittorietà fino in fondo senza pretese di eliminarla: eliminare
la contraddittorietà dei due timbri è politicamente irrealistico.
E per tornare ad ascoltarli, ed apprezzare la paradossalità dell'idea cristiana
di speranza, credo sia necessaria "l'angustia", il "soffocare", il temere la
dispersione nell'impersonale e nell'inseguire "questo o quello": se non avvertiamo
di soffocare, non spereremo mai e dunque, non ci muoveremo mai.
Massimo Cacciari