| Raniero LA VALLE: Il segno della pace (marzo 2003) |
Papa Giovanni ha attrezzato la chiesa ad affrontare
i tempi difficili che sarebbero venuti
Se Giovanni XXIII scrivesse oggi la sua enciclica Pacem
in terris non potrebbe più indicare, tra i più promettenti "segni
dei tempi", quello della persuasione, sempre più diffusa tra gli uomini, che
non si debba più far ricorso alle armi, ma piuttosto al negoziato, per dirimere
le controversie, e che l'idea della guerra come strumento di giustizia sia ormai
"fuori della ragione", alienum a ratione.
Quella che infatti è stata resuscitata e alimentata con una massiccia e incessante
campagna d'opinione, a partire dall'ultimo decennio del Novecento, e che oggi
viene percepita come nuovo senso comune, è precisamente la persuasione opposta,
che la guerra sia l'universale rimedio contro ogni rischio e minaccia e che
il ricorso alle armi sia il primo e più efficace strumento di governo del mondo.
Nel giudizio comune sono oggi considerati ragionevoli e benpensanti quelli che
ritengono necessaria la guerra, mentre sono coloro che vi si oppongono ad essere
considerati irrazionali, incoscienti, visionari e ciechi.
Vero è che ad un'analisi più attenta risulta che l'avversione alla guerra, il
ritenerla inumana e irrazionale, il voler fare qualcosa per farla cessare e
impedirla sono ancora oggi atteggiamenti diffusi, e forse sono la vera espressione
dei sentimenti dei più. A Firenze, nel novembre scorso, al famoso raduno europeo
convocato dalle minoranze attive pacifiste e no-global, si è presentato un popolo
intero, oltre ogni aspettativa, e con un fervore, un comportamento e un corredo
di proposte e parole che dimostravano come la vera convocazione, la vera chiamata
a cui quel popolo aveva risposto era stata quella della Pace. Sicché in quelle
straordinarie giornate di Firenze si è reso manifesto come il segno dei tempi
avvistato quarant'anni fa da papa Giovanni non fosse affatto tramontato. E,
tuttavia, esso non è più così sfolgorante e univoco come era percepito nell'enciclica,
ed è oscurato e contraddetto non solo da altri segni, di natura opposta, che
hanno ben più forza per rendersi visibili e occupare tutta la scena (i giornali,
le tv, i discorsi dei potenti), ma dalla realtà stessa dei tempi.
Non è infatti solo il tempo annunciato, ma il tempo che fa che è un tempo
di guerra: tre guerre in dieci anni (guerra del Golfo, jugoslava,
d'Afghanistan), una quarta guerra progettata, dichiarata e a stento trattenuta
(la nuova guerra all'Iraq); e una guerra perpetua, illimitata, incondizionata,
infinita, che è stata indetta dopo l'11 settembre 2001 e che promette di essere
la condizione permanente, angosciosa, onnipresente della nostra vita per una
lunga stagione di questo nuovo millennio, in ogni parte del mondo.
Che cosa è successo? Dunque a tal punto Giovanni XXIII si era sbagliato? No,
papa Giovanni non si era sbagliato. Egli aveva tratto dallo scrigno della Rivelazione,
dalla contemplazione dell'amore misericordioso di Dio e dalle leggi iscritte
nella stessa natura umana, i tratti salienti dell'ordine voluto da Dio; e lo
aveva descritto nella sua enciclica come un ordine di pace (di pace sulla terra,
e non solo nei cieli), che doveva fondarsi su una convivenza nella verità, nella
giustizia, nell'amore, nella libertà, e che doveva stabilirsi a tutti i livelli
di tale convivenza, cioè nei rapporti degli esseri umani tra loro, nei rapporti
tra i cittadini e i poteri pubblici all'interno delle singole comunità politiche,
nei rapporti delle comunità politiche tra di loro, e nei rapporti degli esseri
umani e delle comunità politiche con la comunità mondiale (e dunque nella globalizzazione).
Ma il vero e proprio "salto profetico" nell'interpretare
la realtà che papa Giovanni aveva compiuto nella sua enciclica, era stato quello
di scrutare e riconoscere, nella storia concreta degli uomini, il progressivo
emergere e dilatarsi di quell'ordine voluto da Dio, per mezzo degli uomini stessi,
grazie alle loro lotte, alla loro esperienza dei mali patiti, alle loro conquiste
di civiltà e di diritto.
A quest'osservazione immersa nella storia (la storia in cui Dio stesso aveva
preso carne) né l'ordine voluto da Dio appariva astratto e irrealistico come
una buona ma irraggiungibile utopia, né la situazione del mondo appariva catastrofica;
avevano torto gli uomini del sacro, che vedevano la salvezza solo nell'orbita
del sacro e nell'inclusione in essa dello stesso ordine secolare, ma avevano
torto anche i profeti di sventura, che nel mondo vedevano solo un pauroso intrico
di mali.
Con il suo salto, papa Giovanni separava la Chiesa da ogni prospettiva apocalittica,
che è quella che dà per perduto il mondo, ed è quindi un pensiero della fine,
in vista di un altro mondo che sta dopo la fine. La scelta fu di assumere questo
mondo qui, "nel tempo di ora"; e questa scelta, che papa Giovanni aveva consegnato
al concilio nel suo discorso inaugurale dell'11 ottobre 1962, fu fatta propria
dal Concilio in tutto il suo discorso teologico e pastorale. Questa scelta veniva
appena in tempo per sanare la frattura tra la Chiesa e il mondo, non nella forma
di un accordo tra realtà estranee e avverse, ma come una ritrovata comunità
di destino in cui il ruolo della Chiesa, come riverbero di Cristo, è quello
di essere lumen gentium, "luce delle genti",
luce del mondo.
Appena in tempo, dicevamo, per attrezzare la Chiesa ad affrontare i tempi difficili
che sarebbero venuti. Appena in tempo per mettere la Chiesa al riparo dal pericolo
di essere risucchiata nell'ondata della predicazione apocalittica delle sette
e dei fondamentalismi, che poi avrebbe fatto irruzione in una situazione politica
internazionale gravemente compromessa, e che sarebbe giunta fino ad ispirare
la politica della presidenza degli Stati Uniti; e appena in tempo per preservare
la Chiesa come possibile forza di resistenza, "forza frenante" per usare un
termine paolino, contro le culture e le politiche che, all'inizio del nuovo
millennio, avrebbero dato per scontata la non sanabilità del mondo, e avrebbero
destinato la maggior parte di esso e della popolazione mondiale all'abbandono,
alla devastazione delle malattie, della miseria e della fame, e la terra stessa
al rischio della distruzione per la non affrontata crisi ecologica.
L'enciclica di Giovanni XXIII declinava una tutt'altra visione del mondo e indicava
un ben diverso percorso; e se oggi si rilegge l'enciclica, e se ne scopre l'interna
coerenza, si capisce anche perché il segno dei tempi della guerra estranea alla
ragione si è ora oscurato. Perché quel segno dei tempi non stava da solo. Era
parte di un sistema di segni, tutti indici di un reale avanzamento umano, di
straordinarie conquiste giuridiche, politiche e sociali che oggi sono rimesse
in causa.
I primi tre celebri "segni dei tempi", relativi all'ordine tra gli esseri umani,
erano i tre fenomeni che, per papa Giovanni, caratterizzavano l'epoca moderna:
l'ascesa dei lavoratori, non più "in balia
dell'altrui arbitrio", ma sempre intesi "come soggetti o persone"; l'ascesa
della donna, non più da considerarsi come
strumento, ma sempre nella sua dignità di persona; l'ascesa dei popoli
in via di fuoriuscita dall'inferiorità e dal dominio: "non più popoli dominatori
e popoli dominati", come diceva icasticamente l'enciclica.
C'erano poi i segni dei tempi relativi ai rapporti interni alle comunità politiche:
la redazione delle Carte dei diritti fondamentali; le Costituzioni come fonte
e garanzia dei diritti e dei doveri; la subordinazione dei poteri pubblici alle
norme costituzionali. C'erano ancora i segni dei tempi relativi ai rapporti
nella comunità mondiale: e qui il segno eminentissimo era quello dell'Organizzazione
delle nazioni unite, a sua volta produttrice di quell'altro segno straordinario
che era la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Ed è allora in questo
contesto di segni, di un'umanità in cammino, che si alzava luminoso il segno
della pace.
E ora è chiaro perché quel segno non brilla più: perché anche tutti gli altri
segni sono stati rovesciati e oscurati.
I lavoratori? L'ascesa economico-sociale delle classi lavoratrici, celebrata
dall'enciclica giovannea, si è fermata. Oggi è il lavoro stesso che viene distrutto,
perché considerato solo come il più costoso dei fattori di produzione; esso
va eliminato per quanto possibile, sostituito dalle macchine, lasciato come
un residuo, e perciò i lavoratori devono essere precari, flessibili e senza
diritti.
La donna? Non si può rinunciare a farne strumento, essa è il maggiore veicolo
della pubblicità commerciale e sostituto universale dei Servizi che non ci sono;
la parità consiste nel potere anch'essa arruolarsi negli eserciti di mestiere
come soldato;e perfino nella linea della riproduzione umana si cerca come fare
a meno di lei, al punto che un giorno non sia più appropriato, per dire "uomo",
dire "nato da donna".
I popoli nuovi? Nessuno più pensa che siano eguali le nazioni grandi e piccole,
come dice la Carta dell'Onu. Ci sono i popoli che fanno la storia (secondo la
formula di Hegel) e i popoli che la subiscono. I popoli che non appartengono
ai Club dei Grandi (ma anche i meno grandi tra loro) devono farsi di nuovo docili
al dominio, e quelli che non si assoggettano vanno annoverati tra gli "Stati
canaglia", oppure vanno iscritti nell'Asse del male, o identificati con il terrorismo.
Le Carte dei diritti? Giacciono ineseguite,
mentre i diritti sono regrediti a bisogni, e la loro soddisfazione è affidata
alle leggi selettive del mercato.
Le Costituzioni? Le Costituzioni sono sotto
attacco, e ciò che esse fissavano come principi e diritti indisponibili sono
di nuovo piegati alla discrezionalità dei poteri.
L'Onu? L'Onu è esautorata, il suo ruolo
di organismo responsabile della pace e della sicurezza internazionali se l'è
arrogato la Nato, e il suo ordinamento esteso a tutte le nazioni, nella sovranità
del diritto, è inibito o piegato a farsi strumento della sovranità universale
degli Stati Uniti, che ormai rivendicano di esercitarla anche "da soli", come
dice l'ultimo documento sulla strategia della sicurezza nazionale americana.
L'universalità dei diritti? Essa non c'è
più, se ne sono esclusi i nord-americani a Guantanamo, i non-ebrei in Palestina,
i non-cittadini immigrati in Europa.
E allora ecco perché la pace non c'è più, perché la persuasione del suo primato
non può più essere riconosciuta come patrimonio e sentimento comune, e la guerra
torna a essere lo strumento privilegiato del governo violento del mondo. E la
Pacem in Terris sembra sconfitta.
Tuttavia questo rovesciamento non è compiuto. Il mondo non è ancora spezzato.
I segni del tempo non sono univoci nell'annunciare tempesta. Le risorse non
sono esaurite. E tra queste risorse c'è quella di tutti gli uomini di buona
volontà, che non hanno abbandonato il progetto di quell'altro mondo possibile
che era cominciato a nascere nel travaglio della storia; e tra queste risorse
c'è una Chiesa, "che è in Cristo come un sacramento o segno e strumento dell'unità
di tutto il genere umano"; e c'è la profezia dell'enciclica di papa Giovanni,
che ha saputo riconoscere i germi capaci di generare la pace e ha dato ragione
alla speranza che essa, alfine, sarà stabilita sulla terra.
Raniero La Valle
Tratto dalla relazione tenuta da mons. Bregantini, vescovo di Locri Gerace, al convegno svoltosi nel decennale della morte di don Tonino Bello svoltosi a Molfetta il 24 - 26 aprile 2003.