| Scandalo pedofilia: innocenza tradita - Intervista a don Mario De Maio |
È la "crisi ecclesiale" più grave degli ultimi decenni.
Coinvolge decine di nazioni, migliaia di vittime e centinaia di colpevoli. Il
ciclone scatenato dai casi di molestie sessuali su minori, commesse da sacerdoti,
ha risvolti pesanti: giudiziari, pastorali, etici, psicologici, finanziari e
di immagine. Tanto da spingere Papa Wojtyla a intervenire personalmente.
Chi
scandalizza anche uno solo di questi piccoli, sarebbe meglio per lui che gli
fosse appesa al collo una macina e fosse gettato negli abissi del mare. Parole
del Vangelo che tornano in mente, proprio adesso che la Chiesa cattolica si
affaccia sul Terzo millennio schiacciata da uno dei più gravi scandali della
sua storia: quello della pedofilia.
I segni c’erano tutti, già dalla metà degli anni Ottanta e qualcosa prima. C’erano in Canada e negli Stati Uniti, nelle Filippine, in Austria, in Messico, in Brasile, in Belgio e in Irlanda, in Australia e in Inghilterra. Ma forse – così almeno è apparso a tanti, anche dentro la stessa comunità ecclesiale –, la Chiesa è stata più attenta a nascondere che a curare. Finché, nascondere non è stato più possibile e i megarisarcimenti chiesti dalle presunte vittime dei pedofili hanno finito per scoperchiare una pentola che bolliva da troppo tempo. E così, alla fine, la Chiesa ha dovuto ammettere: sì, è vero, i preti pedofili esistono; sì, è vero, non abbiamo fatto abbastanza; sì, è vero, dobbiamo scusarci con le vittime e le loro famiglie.
Il mea culpa è arrivato da moltissimi episcopati nazionali. Tutti rammaricati per non essere riusciti a proteggere i più piccoli, ma tutti con poche idee su come sradicare definitivamente un fenomeno che aveva coinvolto oltre 100 preti in Australia nel solo 1997; 60 in Irlanda nel 1995; oltre 250 negli Usa e che, ancora prima, aveva travolto persino un cardinale, l’arcivescovo di Vienna, Hans Hermann Groër.
«Tolleranza zero» è la parola d’ordine, ma come poi realmente si debba applicare questo criterio è tutto da decidere. D’altra parte le dure prese di posizione non erano mancate neppure in passato. Le diverse Conferenze episcopali, a più riprese nel corso dell’ultimo decennio, avevano elaborato manuali di condotta anti-pedofilia, chiesto aiuto a psicologi e psicoterapeuti, creato case di sostegno per i sacerdoti in difficoltà, deprecato in ogni modo e maniera questo tipo di reato.
La Santa Sede era intervenuta con il motu proprio del Papa Sacramentorum sanctitatis tutela, datato 2001, e con una epistula del cardinale Joseph Ratzinger, che assegnava alla Congregazione per la dottrina della fede la competenza in materia. E che ricordava come, dopo un primo rapido processo nella diocesi e un appello in Vaticano, il sacerdote riconosciuto colpevole dovesse essere dimesso dallo stato clericale. Il Vaticano, inoltre, può intervenire direttamente con una speciale procedura immediata e segreta per "ridurre allo stato laicale" i sacerdoti colpevoli di questi crimini qualora i vescovi non siano intervenuti in tempo.
Tutto chiaro, allora? Non pare. Nessuna delle procedure sembra aver funzionato e la Chiesa cattolica si ritrova a dover fronteggiare un’emergenza che non accenna a placarsi. Lo scandalo, negli ultimi tempi, ha coinvolto soprattutto la Chiesa americana, ma il problema non è soltanto statunitense. «Si potrebbe creare», suggerisce don Mario De Maio, psicoterapeuta esperto in materia per aver avuto come paziente più di un sacerdote "in difficoltà", «una sorta di dicastero vaticano che guardi in faccia il problema con scientificità e senza paura. Da questo coraggio possono venire soluzioni più efficaci».
Anche perché, continua De Maio, «la pedofilia è soltanto la punta di un iceberg che dice ben altro. In realtà il vero problema è quello della formazione dei sacerdoti, di una crescita matura in tema di affettività e di identità sessuale. L’orientamento sessuale dei candidati al sacerdozio dovrebbe essere valutato attentamente per impedire che le persone più fragili possano farsi scudo del celibato per non affrontare i nodi della propria identità. Nessuna discriminazione. Anzi, il riconoscimento che esistono una sofferenza e una difficoltà maggiori legate a certi orientamenti. Difficoltà di cui bisogna tener conto, prima di ordinare qualcuno al sacerdozio». Il cardinale Karl Lehmann, presidente dei vescovi tedeschi. Il cardinale Karl Lehmann, presidente dei vescovi tedeschi, che hanno allo studio delle linee-guida per la gestione dei casi di pedofilia dei sacerdoti (foto AP/F.BOXLER). Definiti dal Dsm IV (il manuale che classifica le patologie mentali) come coloro che «durante un periodo di almeno 6 mesi» hanno «fantasie, impulsi sessuali, o comportamenti ricorrenti, e intensamente eccitanti sessualmente, che comportano attività sessuale con uno o più bambini prepuberi»; o anche come persone con «disagio clinicamente significativo o compromissione nell’area sociale, lavorativa, o di altre importanti aree del funzionamento», di «almeno 16 anni» di età «e almeno 5 anni» in più rispetto al bambino, i pedofili hanno una serie di disagi che li spingono, spesso, a cercare nella sicurezza della struttura ecclesiale un contenimento alle proprie pulsioni.
Una maggiore vigilanza nei seminari e una maggiore cura psicologica dovrebbero essere allora le prime armi da usare per prevenire il fenomeno. E per i preti già ordinati, case di accoglienza sull’esempio di quella istituita a Trento dai padri Venturini, che attualmente segue sei preti pedofili. «In Italia», spiega ancora don Mario De Maio, «forse per ragioni culturali, la pedofilia tra i preti è meno diffusa che altrove ed è sicuramente in diminuzione». I casi approdati alla magistratura sono una dozzina e soltanto sette sono i preti condannati penalmente. «Si tratta, però», aggiunge don De Maio, «di situazioni non relative a ordinazioni recenti».
L’allarme tra le famiglie comunque resta e la posizione della Cei, che si rifiuta di affrontare il tema perché «in Italia non costituisce un problema», non contribuisce – secondo alcuni – a rasserenare gli animi. Meglio ha fatto, proprio due mesi fa, la Conferenza episcopale elvetica che, pur ribadendo che in Svizzera «i casi di pedofilia sono praticamente inesistenti», ha istituito un gruppo di lavoro «per prevenire gli abusi e cooperare con le autorità competenti».
Potrebbe essere rispolverato – e messo finalmente in pratica – anche il "pacchetto sicurezza" varato nel 1994 dalla Chiesa di Inghilterra e Galles. In quell’anno i vescovi avevano deciso di nominare una specie di supervisore anti-pedofili per fronteggiare il problema; inoltre avevano deciso di sospendere da ogni incarico i sacerdoti sotto inchiesta e di allontanare definitivamente quelli condannati. Per molti sacerdoti e religiosi si aprivano poi le porte di uno speciale – e criticato – ritiro di "riabilitazione" a Stroud, nell’Inghilterra meridionale. Ancora nel 2000, però, dopo altri 21 casi, la Chiesa inglese fu duramente criticata per non essere stata capace di stroncare il fenomeno. Nonostante le buone intenzioni ripetutamente annunciate e i mea culpa, infatti, soltanto uno dei sacerdoti incriminati era stato sospeso dalle sue funzioni. Un po’ quello che è successo anche con la Chiesa americana che, annunciata una condotta severa già nel 1992, non è poi stata in grado, come hanno ammesso gli stessi cardinali statunitensi convocati a Roma a fine aprile, di arginare lo scandalo.
Il problema reale resta dunque quello del perché la Chiesa non sia riuscita a utilizzare gli strumenti che essa stessa aveva elaborato a livello locale e universale, perché non sia riuscita a guardarsi dentro fino in fondo, per capire come mai un fenomeno di tale gravità abbia potuto intaccare i suoi ministri. E viene il dubbio che a dominare sia stata la paura. E che questa paura (di affrontare con franchezza il tema della sessualità) sia ancora così forte da velare lo sguardo di chi dovrebbe intervenire seriamente, e da spuntarne le armi prima ancora che queste possano essere utilizzate nella battaglia.
* Intervista pubblicata su Jesus n. 7 luglio 2002
Annachiara Valle, Sara Laurenti e Alberto Laggia