| Mario DE MAIO: Bisogni e desiderio (novembre 2003) |
La capacità di entrare in contatto con il "desiderio"
della propria vita
Cosa
significa amare?
Il Vangelo custodito dalla Chiesa mi ha insegnato il grande comandamento dell'amore.
Alle scienze umane e alla psicologia ho chiesto come amare.
Dell'amore, come di tutte le esperienze forti della vita non si può dire molto,
ma si possono accostare riflessioni, intuizioni, domande.
Tra i vari percorsi possibili di riflessione scegliamo di partire dalla nostra
esperienza. Quando e quanto nella nostra vita abbiamo fatto esperienza d'amore?
Che differenza c'è tra il ricordo di un accudimento e quello profondo di qualcuno
che si è preso cura di noi? E' vero che la distinzione è molto sottile ma in
realtà esiste. E cosa fa la differenza?
Per semplificare la riflessione possiamo riferirci ad un modello. Vi propongo
quello a me più familiare, quello del processo dinamico tra i bisogni (al plurale)
e il desiderio (al singolare).
Sui bisogni non spenderò molte parole. Essi sono legati alla soddisfazione di
dimensioni concrete dell'esistenza.
Diversi autori distinguono tra i bisogni fisici come il mangiare, bere, dormire
e quelli psichici come l'acquisizione della sicurezza e della fiducia di fondo
che permettono, una volta soddisfatti, di passare a dimensioni più complesse.
Si parte dai bisogni fisici per arrivare ad esempio e quelli di auto-realizzazione
(Maslow). I bisogni sono legati alla mancanza… Soddisfarli è come chiudere un
cerchio, raggiungere una forma d'appagamento. Essi sono legati allo sviluppo
psicofisico e, nell'esperienza infantile, la loro soddisfazione struttura l'identità.
Parlare del desiderio è più difficile. Bisogna mettere da parte il senso abituale
di questo termine. Il desiderio riguarda la radice più profonda dell'esistere
ed è diverso da persona a persona.
Il bisogno è più sull'area dell'avere, il desiderio su quella dell'essere. Il
bisogno è più sull'area del possesso, non solo dei soldi, ma anche il possedere
una persona, un ruolo, una dottrina, un'amicizia, una notorietà, un'appartenenza,
persino una sofferenza per poter dire 'io sono'. La tensione alla sola soddisfazione
dei bisogni ci porta ad essere preoccupati di noi stessi, del nostro piccolo
cabotaggio e tutto ruota attorno al nostro piccolo mondo, come se noi fossimo
il centro dell'universo. Il desiderio, invece, ci fa sentire parte di un tutto,
ci dà la consapevolezza di essere un granellino in una dimensione di Bene che
ci avvolge, di cui facciamo parte, ma che è più grande di noi, che viene prima
e continuerà anche dopo.
Conoscere il desiderio è molto difficile, perché raramente nella nostra infanzia
siamo stati educati ad ascoltarlo. In realtà, in questo campo, tutti abbiamo
esperienze uniche e diverse. Tutti abbiamo avuto bisogno di qualcuno che si
occupasse dei nostri bisogni, soprattutto nella primissima infanzia, in cui
non eravamo in grado di soddisfarli autonomamente. Il rischio è di rimanere
bloccati a quella situazione e la nostra esistenza finisce per girare sempre
intorno ai bisogni di accudimento o cercando di soddisfare le aspettative di
un altro, l'altro significativo della nostra vita. Per cui viviamo nella prospettiva
di essere graditi all'occhio dell'altro e sempre inappagati a noi stessi.
Insieme all'esperienza di accudimento, poche volte abbiamo incontrato qualcuno
che fosse attento al senso della nostra esistenza e a ciò che portavamo dentro
e di cui il nostro esistere aveva veramente necessità. Spesso abbiamo incontrato
persone che avevano un modello ben preciso e noi dovevamo ricalcare e realizzare
quel modello nella nostra vita. E' stato un condizionamento fortissimo ed è
possibile che stiamo ancora cercando di accontentare i desideri espressi o non
espressi degli altri significativi.
Allora può capitare che fare qualche cosa che fa piacere all'altro ci possa
far sentire momentaneamente soddisfatti, ma poi rimaniamo profondamente inappagati.
Fin quando rispondiamo a quello che essi si aspettano da noi, siamo sicuri.
Ci danno una enorme sicurezza anche se non lo sopportiamo e dentro di noi ci
ribelliamo. Il giorno in cui possiamo prescindere dall'approvazione dell'altro,
vuol dire che siamo pronti a correre il rischio dell'inconosciuto, dell'imprevisto,
della solitudine, dell'abbandono, dell'incomprensione e ad andare incontro a
quello che succederà, alla vita che non si ripete mai, perché non è un cliché
e di sentirci dentro un processo più grande che ci porta sempre oltre e che
ci affranca dal rotolare quotidiano.
La società non ci aiuta a conoscere il desiderio anzi ne abusa e rischia di
ucciderlo, perché ci sommerge di bisogni e desideri indotti per poter aumentare
il consumo e il profitto.
A queste condizioni per noi diventa molto difficile incontrare il desiderio.
Gli studiosi ne hanno parlato in tanti modi: Jung l'ha definito la parte ombra
dell'anima, Freud ha detto che le vere motivazioni della persona si trovano
nell'inconscio. C'è un autore poco conosciuto ma molto interessante, Lacan,
che ha impostato gran parte della sua teoria sul valore e sul significato del
desiderio.
Quando e come incontriamo il desiderio?
E' molto più facile incontrarlo negli snodi, nelle difficoltà, negli errori.
Esso si esprime soprattutto attraverso il disagio, e l'irrequietezza. E' nell'insoddisfazione
che noi riusciamo a cogliere più facilmente quel qualcosa di altro dentro di
noi che tenta di esprimersi, ma non sempre trova accoglienza. Scriveva Etty
Hillesum nel suo Diario: "Dentro di me c'è una melodia che a volte
vorrebbe essere tradotta in parole sue. Ma per la mia repressione, mancanza
di fiducia, pigrizia e non so che altro, rimane soffocata e nascosta".
Da qui nascono anche le difficoltà psicologiche che conosciamo in noi e negli
altri. Più il desiderio della persona non ha avuto accoglienza, più c'è stata
la mancanza di qualcuno che non ha saputo prendersene cura, ovvero cogliere
e accogliere il senso genuino dell'esistenza e le condizioni perché potesse
esprimersi, tanto meno è facile per quella persona vivere armoniosamente la
propria vita.
Possiamo provare a recuperare il valore di alcuni elementi della nostra educazione
religiosa.
La maggior parte di noi è stata formata, e giustamente alla volontà di Dio.
Credo che nell'ottica dell'ascolto del desiderio, possiamo recuperare questo
concetto, inteso chiaramente non in senso quasi deterministico come l'unica
possibilità di scelta della nostra vita, e nemmeno come la volontà di chi la
interpretava per noi, ma come attenzione continua al divenire del nostro essere
che ci riconduce all'autore dell'esistenza. Qual è la musica di ognuno che unita
a quella degli altri, forma la bellezza del vivere? Scoprire il senso che Dio
ha messo nell'esistenza di ogni persona diventa il compito di ciascuno. E Dio
ci offre tante possibilità.
Del nostro desiderio chi se ne occupa o se ne deve occupare?
Questo punto lo considero fondamentale: trovare la capacità di entrare in contatto
con il desiderio della propria vita. Essa richiede un profondo ascolto di sé
e il coraggio umile di divenire veri con se stessi. Gesù ci ha invitati ad amare
gli altri come noi stessi, con grande saggezza psicologica: amare se stessi,
cioè prendersi cura del proprio desiderio. Nella realtà bisogni e desiderio
stanno in un dinamismo complesso e di non facile distinzione. Occorre imparare
a divenire consapevoli dei propri bisogni, e a crescere nella capacità di scegliere
se soddisfarli o "supportare" la frustrazione momentanea che ne può derivare
in vista della scoperta, unificazione, rafforzamento del desiderio. Quando nella
propria esperienza ci si ferma prevalentemente alla sola risposta ai bisogni,
il desiderio si sbriciola in mille rivoli e si consuma in questo modo la tensione
verso l'inedito che esso porta con sé. "Tutti abbiamo vissuto l'esperienza che
dopo un momento di grande intensità e appagamento, possiamo provare l'impressione
di aver mancato qualcosa di più grande che rimane irraggiungibile" .
Il cammino del desiderio ci fa passare dall'io al noi, dal mio al nostro, dal
garantirci una personale salvezza, al volere che il Bene abbia l'ultima parola
sul male e sulla negatività. Il desiderio è legato alla tensione verso l'Oltre,
è un'attrazione verso il non - conosciuto, il non ancora. Esso apre alla dimensione
spirituale, e nella misura in cui impariamo ad ascoltarlo dentro di noi offre
una direzione di senso alla nostra vita, diviene come un filo rosso di convergenza
della nostra identità in divenire, verso la maturità e il compimento di noi
stessi. Diveniamo più consapevoli e disponibili ad assumere la responsabilità
verso la Vita che ci è gratuitamente donata. E' bella la metafora del quadro
per rappresentare la nostra esistenza. Per anni abbiamo pensato che questo quadro
fosse brutto e pieno di polvere. Non ci diceva nulla. L'abbiamo tenuto in cantina.
Poi un giorno, non si sa come né perché, qualcosa in noi arriva a maturazione
e levando la polvere in un angolo rimaniamo attratti dalla luce, da alcuni colori,
da alcune sfumature e nasce il desiderio di conoscere tutto il quadro. E' allora
che avviene il giro di boa della nostra esistenza. Una cosa sola ci interessa
e niente ci ferma più. Siamo agganciati al processo della vita e anche se è
tanta la polvere e la fatica, ormai una sola è la passione che ci muove, godere
la bellezza del quadro completo, cioè la realizzazione della nostra identità
e possibilmente incontrare attraverso quel quadro, il desiderio di chi lo ha
pensato e creato.
La vita che ci è data in dono è sempre una realtà fragile e spesso ferita, nessuno
di noi è stato amato in modo così oblativo e totale da essere colmato nella
dimensione dei bisogni, ma soprattutto nel desiderio. Il cammino verso la realizzazione
del proprio desiderio attraversa per ciascuno di noi la tappa della riconciliazione
con la propria storia. Un perdono, un dono restituito a ritroso a chi ci ha
aperto la via della Vita; impariamo a guardare non più solo come padre e madre
o figli ma inseriti nella schiera degli uomini e delle donne che ci hanno preceduto
nell'affascinante avventura dell'esistenza. Nascono così i frutti dell'accoglienza
del desiderio, la capacità di amare ogni cosa e in particolare tutte le manifestazioni
della vita; non ci preoccupiamo più di controllarla e possiamo abbandonarci,
cioè lasciarci avvolgere dal suo vento impetuoso senza la paura di essere destabilizzati.
Chi ama veramente un altro si occupa dei suoi bisogni, ma sa accogliere il desiderio
dell'altro. Questo è l'amore di cui parlava Gesù. Ogni volta che incontrava
una persona l'aiutava ad incontrare, attraverso il suo bisogno, il suo desiderio.
Sono tanti gli episodi che possiamo raccontare. Penso ad esempio ad un cieco
che gli chiedeva di aiutarlo. Tutti sapevano che era cieco, eppure Gesù gli
domanda: "Cosa vuoi che io faccia per te"? Gesù rivolge questa domanda proprio
a lui che, data la sua condizione, viveva da mendicante ed era abituato a ricevere
ciò che gli veniva dato, senza poter esprimere il proprio bisogno, figurarsi
il suo desiderio di vivere. "Cosa vuoi che io faccia per te"? "Signore che io
riabbia la vista". E riavuta la vista e gettata via la sicurezza del mantello,
l'unica cosa che possedeva, si mise a seguirlo lodando Dio.
Pensiamo anche all'incontro con il giovane ricco. "Signore ho osservato tutti
i comandamenti e la legge, cosa debbo ancora fare per avere la vita eterna"?
Questo giovane si era adeguato a quello che l'altro, la società, la religione
gli richiedevano. Qual era il salto che ancora gli mancava di fare? Ecco il
suo desiderio che si esprime, ancora in un balbettio, senza totale chiarezza.
E Gesù fissatolo lo amò. Sentì che quel giovane era sul punto d'incontrare il
suo desiderio, di dare un orientamento, una direzione nuova alla sua vita. "Ancora
una cosa ti manca. Va' vendi quello che hai dallo ai poveri, poi vieni e accompagnami".
Cioè diventa mio compagno nell'avventura del desiderio: quello di provare a
sintonizzarci con il Bene grande che desidera la felicità di tutti gli uomini,
che chiamiamo Dio. Quel giovane se ne andò triste e in quell'occasione non fu
capace di fare il salto. La vita gli avrà sicuramente riservato altre possibilità,
perché la vita, nell'essere fedele a se stessa, è fedele al desiderio profondo
di ciascuno di noi.
Cito ancora a memoria la Hillesum: Vado cercando un tetto sotto cui ripararmi
o vado costruendo pietra dopo pietra la mia casa?
Come conciliare il bisogno di sicurezza e il desiderio? Come comporre la lacerazione
di queste due istanze così radicate nel profondo della natura umana? Un modo
ci sarebbe ed è quello di accorgersi e di accettare il cambiamento continuo
a cui ogni abitante della casa va soggetto nel corso della sua vita giorno dopo
giorno. Un cambiamento che riconfigura la quotidianità, sbilancia la familiarità,
infrange le abitudini, rende insolito e nuovo il tempo. Infatti, quanto è conoscibile
e prevedibile un'altra persona? Quanto siamo prevedibili e conoscibili noi stessi?
Non è che la prevedibilità, la quotidianità, la familiarità, l'abitudine sono
i prodotti della nostra disattenzione all'altro, o addirittura strumenti che
noi usiamo per spegnere la curiosità e la passione, che sono gli ingredienti
del desiderio, allo scopo di garantirci la sicurezza? In fondo l'amore senza
passione è noioso ma sicuro. Quanta felicità barattiamo in cambio della sicurezza?
Quanti cambiamenti dell'altro ignoriamo per garantirci un partner prevedibile?
L'abitudine uccide il desiderio e siccome in qualche modo lo sappiamo non è
raro che trasformiamo in abitudine le persone che amiamo, e attraverso questa
degenerazione protettiva… ci difendiamo dalla vulnerabilità intrinseca dell'amore.
Se ci persuadiamo che l'esistenza umana è per natura mutevole e ciascuno di
noi va incontro ad un cambiamento continuo, allora diciamo che la sicurezza
è una nostra fantasia che cerchiamo di realizzare immobilizzando tutto in un
nostro schema, mentre l'avventura che promuove il desiderio è la realtà. La
strada che possiamo imboccare al bivio è quella di incontrare l'altro che ci
mette in sintonia con il nostro desiderio e diventa colui che ci offre la grande
possibilità di ascoltare il nostro desiderio. Questa è la strada del vero amore,
nella quale due persone si incontrano, si alleano, per poter veramente realizzare
reciprocamente il proprio desiderio, intendendo per esso la spinta che ognuno
porta dentro. Per incontrare il nostro desiderio abbiamo necessità dell'altro,
perché come l'altro ci può portare sulla strada del bisogno, così solo l'altro
ci rimanda il nostro desiderio. Magari senza che neanche lo sappia. L'altro
è il luogo di relazione dove esso può trovare spazio e lo possiamo incontrare.
Il desiderio in sé non ha confine, non sai dove ti porta. E' l'altro che ti
dà la sua giusta dimensione, perché ti fa da specchio, da contenitore e da limite.
Facciamo però attenzione perché l'altro fedele alla scelta di aiutarci a crescere
nel nostro desiderio, ci deluderà sempre. L'altro ci aiuta ad incontrarlo, senza
la ripetizione di copioni relazionali del passato, ma non c'è nessuno che potrà
dire al posto nostro qual è il nostro desiderio e fare la scelta di essergli
fedele nel tentare di realizzarlo. La sorgente di ogni cosa deve essere la vita
stessa, mai un'altra persona. Dobbiamo allora riscoprire il valore della consapevolezza.
Dobbiamo crescere nella capacità di fermarci in questo frastuono di stimoli
e poter riscoprire il lusso psicologico che è il silenzio. Darci lo spazio per
distinguere i bisogni e soprattutto lo spazio per accogliere e capire dove sta
il nostro desiderio per provare a sentire e risentirne la voce. "La vita non
può essere colta in poche formule. La vita è infinitamente ricca di sfumature,
non può essere imprigionata né semplificata. Ma semplice potresti divenire tu…".
Mario De Maio