| Ettore MASINA: Sì alla custodia del creato,
no alla guerra (maggio 2003) |
Da tutta la terra si è levata una immensa protesta
globale
Qualche volta, molto raramente, mio padre raccontava della guerra che aveva
combattuto: quella del 1915-1918, che a noi bambini, a scuola, insegnavano a
chiamare con venerazione (perché l'I-talia l'aveva vinta) "la Grande Guerra".
Una sera mio padre narrò di quando gli austriaci avevano lanciato i gas asfissianti
sui nostri soldati alle falde del Monte San Michele che sbarrava le porte di
Gorizia. Diceva che da quel settore erano arrivate dapprima urla altissime e
un gran numero di spari, cui era seguito un profondissimo silenzio. Per un gioco
del vento lui e il suo battaglione non erano stati investiti dalle nubi velenose.
L'artiglieria aveva bloccato l'avanzata austriaca e quando mio padre e i suoi
compagni erano riusciti ad andare al soccorso dei commilitoni, avevano trovato
centinaia di cadaveri dal volto verdastro, i ventri mostruosamente rigonfi.
Ne avevano seppelliti a decine, poi era sopraggiunta la notte. Allora, tornati
in trincea, mio padre e i soldati che erano con lui avevano sentito correre
per la landa arsa e sconvolta del campo di battaglia immense torme di topi che
andavano a rodere quei corpi. Dopo quel racconto, quella notte non riuscivo
a dormire: anche a me, mentre mi tiravo le coperte sul capo, sembrava di sentire
il lavorìo frenetico di mi-gliaia di piccole mandibole.
Ho ripensato spesso a quel racconto. L'orrore è rimasto ma vi si è unita una
considerazione anche più spaventosa, questa: i figli dei poveri soldati morti
sul San Mi-chele furono condannati alla tragedia dell'orfananza, ma l'arma che
aveva ucciso i loro genitori non li raggiunse; adesso, invece, le guerre si
protraggono molto al di là degli armistizi, colpiscono per generazioni. In Vietnam,
a Hochiminhville, cioè Saigon, conobbi anni fa la dottoressa Thi Ngoc Phuong.
La chiamavano "la madre dei mostri" perché, con infinita pietà e con una mae-stria
che le aveva valso una grande fama internazionale, riusciva a dare sembianze
umane a qualcuna delle creature nate deformi (ma deformi è un eufemismo) in
seguito alla irrorazione di defolianti operata dagli americani per stanare i
viet-cong. La guerra era formalmente finita venti-due anni prima, ma nell'ospedale
Tu Du continuavano ad arrivare bambini che sembravano (non so come dirlo) granchi
umani. Venivano da tutti i villaggi dell'ansa del Mekong o dalla cordi-gliera
centrale, ma erano una parte minima di quella sfida della chimica di guerra
al Creatore, perché molti e molti altri rimanevano senza cure nei villaggi devastati
delle zone più impervie. A-desso la dottoressa Thi Ngoc Phuong, nel cui studio
stavano due grandi vasi di vetro con due bambini a due teste, nati-morti per
fortuna, è andata in pensione, ma migliaia di bambini deformi (ricordate: deformi
è un eufemismo) continuano a nascere nelle zone irrorate di diossina.
Nel Kosovo e in Iraq accade lo stesso per
l'uso ormai "antico" dei proiettili all'uranio impo-verito. E negli Stati Uniti
il Pentagono ha un gran daffare a nascondere la quantità di bambini "a-normali"
nati dai veterani in Vietnam, nei Balcani e nel Golfo del 1991. Ogni tanto un
giudice ame-ricano condanna una delle società chimiche produttrici di veleni
a risarcire (anche questo è un eufemismo) i genitori di quei piccini "sfigurati
al punto da non parere più un uomo". Nessun giudice si occupa dei bambini del
Vietnam, del Kosovo e dell'Iraq. Né delle altre deva-stazioni di guerre "di
tanto tempo fa": anche la catena alimentare, infatti, risulta ancora inquinata
da radiazioni e veleni; e molte falde acquifere. Tante piccole Hiroshima "periferiche"
continuano a perpetuare l'orrore radioattivo o (Dio non voglia) ne preannunzino
uno ben più grave. Intanto in tutto il mondo, ogni giorno, in zone in cui teoricamente
la pace è tornata da anni e anni decine di bambini rimangono mutilati dai milioni
di mine sparse su campi di battaglie che sembrano lontanissime nel tempo. Una
mina rimane in funzione vent'anni e quando domandai a uno dei tec-nici della
produzione italiana (i cui ordigni sono disseminati tuttora in immense aree)
perché non si pensasse di dare a questi strumenti di ferocia tecnologica una
efficacia limitata nel tempo, mi guardò sorpreso: "Nessuno ce l'ha mai chiesto".
Ricordo di avere visto a Beled Wayn, nell'Ogaden, due bambini che erano saltati
su una delle tante mine italiane vendute imparzialmen-te alla Somalia e all'Etiopia
in guerra fra loro. In un fatiscente ospedale, li curavano amorosamente medici
italiani. "Sono condannati all'ergastolo" mi disse un dottore; e poiché io mostravo
di non capire, spiegò: "Sono figli di una tribù di pastori, nomadi che ogni
giorno si spostano per 15-20 chi-lometri. Quando usciranno di qui, i genitori
non potranno fare altro che appoggiarli all'ombra di un muretto dove camperanno
la vita del mendicante". La guerra era finita da quattro anni. E non è soltanto
questione di mali fisici: un orfano di soldato, un ragazzino che ha visto morire
la madre in un bombardamento, un bambino che ha vissuto terribili traumi diventa
assai spesso, ci dicono gli psicologi, un padre che trasmette ai sui figli il
marchio delle psicosi.
Basterebbe questa constatazione - che le guerre continuano per decenni, per
generazioni successive a quella che ha firmato un trattato di pace, a infierire
su bambini (almeno loro!) totalmente in-nocenti - per dire che le guerre moderne
sono legate alla ferocia dei secoli più bui della storia: o che forse, nonostante
tanti progressi, questo in cui viviamo è uno di quei secoli.
La guerra moderna ha anche un'altra caratteristica:
colpisce non più soprattutto i soldati ma so-prattutto gli inermi. Sempre i
"civili" (le donne, i vecchi i bambini) sono stati coinvolti nella tragedia
delle guerre: guerra non significava soltanto vedove e orfani, ma eserciti che
avanzavano, si scontravano in battaglia, si ritiravano su ampi territori; e
dunque distruzione di ponti e di case, di strade, di coltivazioni e di pozzi;
e fame e terrore e stupri; e odio che sarebbe durato per decenni. Ma dal 1937
in poi, dalla distruzione di Guernica ad opera dell'aviazione nazista prestata
ai falangisti, la guerra ha cominciato a uccidere intenzionalmente anche e soprattutto
lontano dai fronti di battaglia. I generali hanno compreso che i nemici combattono
più fiaccamente, demoralizzati e sconvolti, quando sanno che la guerra sta distruggendo
le loro case e i loro figli. E' nata così la guerra-ter-rorismo, quella che
colpisce gli inermi per disarmare gli armati: La distruzione di città come Coventry
in Gran Bretagna o Dresda in Germania è l'emblema di questa violenza insieme
selvaggia e astuta. Hiroshima e Nagasaki sono la vergogna incancellabile della
storia del mondo cosiddetto libero, democratico. Avvennero nella prima metà
del secolo XX: ma i bombardamenti sulle popolazioni del Vietnam del Nord sono
della fine degli anni '60, quelli su Ba-gdad e su Belgrado sono degli anni '90,
i missili sulle case di Gaza, di Janina e di Ramallah hanno inaugurato l'orrore
del secolo XXI. Del resto, 13 mila testate atomiche intatte sono l'eredità lasciata
dal 1900 al nostro oggi.
I governanti che hanno scatenato le guerre
hanno sempre so-stenuto di voler restaurare la giustizia e la razionalità, cioè
i presupposti della pace. In realtà la guerra ha ormai trascinato nel fango
tutte le sue bandiere perché ha assunto il peggio della storia. Come una conchiglia
oceanica, che costruisce il suo guscio non elaborandolo con un proprio materiale
ma usando pezzi di altre conchiglie, o come una spugna immersa in un liquido
vele-noso, la guerra è andata assumendo in sé, lungo la storia umana, il peggio
delle ideologie distrut-tive, del nichilismo, delle perversioni, del fanatismo
scientifico che indaga le proprie potenzialità e celebra le proprie vittorie
senza curarsi delle sofferenze dell'uomo. Gli arsenali di certi paesi - forse
l'Iraq, certamente gli USA, certamente Israele - sembrano essere progettati
non tanto dal dottor Stranamore, terribile macchietta inventata, quanto dal
dottor Mengele, quello dei lager na-zisti che studiava la sopravvivenza dei
torturati: sono armi proibite da tutte le convenzioni interna-zionali eppure
considerate "contro l'umanità" soltanto se in possesso degli avversari. La possibilità
di un loro uso, giustamente negata ai dittatori, sembra resa lecita dal fatto
che la possa decidere un governante il cui nome sia uscito dalle urne di un
processo democratico (o quasi).
Se il terrorismo è negazione dell'uomo, allora possiamo leggere il suo contagio
su tut-te le divise e le bandiere: Basterebbe pensare alle condizioni in cui
vengono tenuti i prigionieri del-le nuove guerre. Si nega loro la qualifica
di combattenti, e così gli accordi umanitari internazio-nali si perdono nel
vento dell'ipocrisia. Si è andati alla guerra contro il governo dei talebani
(gover-no ex.amico, non lo si scordi, riconosciuto ai massimi livelli in tutte
le sedi internazionali, grazie al patrocinio degli USA) ma alle sue milizie
non è stato riconosciuto lo status di prigionieri di guerra: perciò a centinaia
i soldati di Kabul sono morti di freddo, di fame, di mancanza d'ossigeno, chiusi
in contenitori; centinaia sono stati massacrati in carcere; centinaia sono stati
deportati in un'isola lontanissima della quale tuttora non conoscono l'ubicazione:
trascinati su aerei militari, incatenati mani e piedi, probabilmente drogati,
gli occhi bendati, tamponi alla bocca e alle orecchie in modo di non poter comunicare
fra loro, costretti a orinarsi e defecarsi addosso nel corso di un viaggio di
diciotto e più ore. Viene in mente, anche se la citazione è impropria, la disperata
con-statazione di Primo Levi: "Se questo è un uomo". Qualche centinaio di casi,
certamente, e non la mostruosa apocalisse nazista, imparagonabile con qualunque
altra tragedia della storia; e tuttavia quando aberrazioni del genere vengono
accettate e addirittura studiate dagli "esperti" di un eserci-to, allora questo
esercito regredisce ai tempi dell'Inquisizione.
Otto piccole suore americane sono state
condannate il mese scorso da sei a dodici mesi di reclusione per avere par-tecipato
nel novembre 2002, alle manifestazioni che si svolgono tutti gli anni davanti
alla "Escuela de las Americas", che ha sede in Georgia in una base militare
chiamata Fort Benning. La "Escue-la", un tempo, era situata nella Zona del Canale
di Panama, poi è stata trasferita negli States. Vi sono passati, complessivamente,
in trent'anni di attività, decine di migliaia (80 mila, secondo alcu-ni) di
"quadri" degli eserciti delle dittature militari latino-americane: dal colonnello
Noriega, losco dittatore di Panama e già figlio diletto della Casa Bianca al
colonnello D'Aubuisson, mandante del-l'assassinio del vescovo Romero e agli
autori dell'uccisione dei 6 gesuiti di San Salvador, dai torturatori brasiliani
a quelli cileni a quelli uruguaiani, Ricordate "L'Amerikano" di Costa Gra-vas?
Ecco, gente così: E' possibile - e quasi certo - che in altri paesi esistano
scuole "contro-insurrezionali" del genere, e certamente il regime di Saddam
Hussein non è secondo ad altri nel-l'uso della tortura e dell'eliminazione dei
torturati: ma, per l'appunto, parlando di Saddam Hussein, parliamo di un feroce
dittatore da rimuovere al più presto: la vergognosa bandiera di Fort Ben-ning,
detta l'Università della Tortura, sventola invece nel cielo del grande paese
che fu di Lin-coln e di Franklin Delano Roosevelt, il presidente che portò l'America
in lotta contro il nazi-smo.
Molte sono le ragioni per le quali non si può vincere il terrorismo con la guerra.
La prima è che il terrorismo non è un'entità statale, non ha un esercito, non
ha strutture pubbliche, non si immedesima con un governo: L'Afghanistan è stato
arato di bombe e di carri arma-ti, ma è mancata la cattura di Bin Laden, dichiarato
obiettivo della guerra. Né, per quanto la Casa Bianca parli di un Grande Satana
Terrorista, c'è un solo terrorismo: quello filippino non ha niente a che vedere
con quello palestinese o con l'Eta o con gli epigoni delle Brigate Rosse italiane
né con il terrorismo di stato nord-coreano o colombiano. Perciò la guerra a
un dato paese non sradicherà mai il terrorismo, il terrorismo può essere vinto
soltanto tagliandogli i collegamenti con i grandi potentati economici che lo
sostengono e risanando le spaventose situazioni di ingiustizia dalle quali provengono
tanti suoi esponenti. Al contrario, le guerre, aumentando le zone dell' ingiustizia
e della disperazione dei popoli, aumentano a dismisura le nascite dei terrorismi.
Da questo punto di vista le guerre sono, con ogni evidenza, del tutto controproducenti.
Ma la ra-gione principale per la quale il terrorismo non può essere definitivamente
vinto è che il terrori-smo ha già vinto molte battaglie e continua a vincerne.
Se infatti, per combatterlo, le demo-crazie rinunciano alle garanzie proclamate
dalle loro costituzioni, se un numero crescente di citta-dini si trova di fronte
a uno stato di polizia, a pratiche illegittime, a sospensioni o violazioni di
diritti, alla degradazione (ormai evidente) del diritto internazionale, alla
violenza fatta alle grandi istituzio-ni, allora c'è già del terrorismo nel cuore
di quegli stati, il serpente della ferocia ha già posto le sue uova nel nido
delle aquile.
La propaganda di guerra tiene altissima
la voce come fanno i ciarlatani e sventola immagini a non finire per alimentare
il furore irrazionale del pubblico. Ma poi la guerra dei nostri anni agisce
nella segretezza assoluta alla stregua degli assassini. Fu nel 1983 che il Grande
Comunicatore, il presidente Ronald Reagan, nel momento in cui mandava le sue
truppe a invadere la piccola repubblica di Grenada, troppo vicina a Cuba per
i suoi gusti, deci-se che i giornalisti non potessero più seguire le operazioni
delle forze armate americane. Egli non dimenticava che il ritiro degli USA dal
Vietnam era dovuto al fatto che quella guerra era stata por-tata dai mass-media
sin nelle case degli States e che la vista di quegli orrori aveva provocato
una profonda rivolta politica. Oggi Reagan brancola nelle nebbie dell'Alzhaimer
ma i due Bush, suoi legittimi discendenti ideologici, e del resto anche Clinton
a suo tempo, hanno fatto tesoro di quella prudenza. Giornalisti al seguito,
ma sottoposti a una censura, la quale, naturalmente, si chiamerà "necessità
militare": Abbiamo visto e vedremo, delle guerre di questi anni, soltanto quello
che i comandi supremi vorranno farci sapere: giochi di luce, eventi elettronici
e, tutt'al più le immagini dei profughi a stimolare il buon cuore del pubblico
televisivo. E anche questa segretezza indica la volontà di spossessare l'opinione
pubblica di ogni responsabilità e capacità di reazione. E' un'altra negazione
della democrazia: una casta politico-militare pretende di avere mano libera
e di agire "per il nostro bene".
Viviamo giorni terribili e meravigliosi.
Contro ogni previsione dei professionisti della politica e della psicologia
delle masse, da tutta la Terra si è leva-ta un'ondata di NO alla guerra, una
immensa protesta globale. Benché io abbia ormai vissuto una lunga vita, non
ricordo di avere mai assistito a un fenomeno così imponente. E' una gigantesca
forza politica della quale è impossibile prevedere come si esprimerà localmente
ma i cui principi appaiono inequivocabili: NO alla ferocia, alla degradazione
del diritto, alla logica delle armi, SI' alla custodia del Creato, alla giustizia
internazionale, al dialogo, alle istituzioni di pa-ce. Proprio nel momento in
cui l'arroganza imperiale minaccia. di smantellare politicamente il Pa-lazzo
di Vetro, sembra risuonare la parola del Dio di Isaia. "Non indugiatevi a parlare
del passa-to…Ecco - non vedete? - io sto creando in mezzo a voi una cosa nuova".
La volontà di pace apre nuove strade all'ecumenismo. Le grandi chiese cristiane,
da Mosca a Canterbury, riecheg-giano le parole del Vecchio di Roma; una delegazione
della Chiesa metodista americana, cui ap-partiene il presidente Bush, viene
a dire a Giovanni Paolo II affetto e consenso: Dall' epoca della "Pacem in terris"
il vangelo di giustizia e di pace non era apparso agli uomini così amabile e
forte. Tocca a noi, adesso, esserne viventi testimoni.
Ettore Masina