Odile VAN DETH: Dilatare l'amore
(settembre 2003)


Appena guardiamo noi stessi e l'altro come un valore, entriamo in un'ottica di spontanea attenzione al bene

Quando ero bambina, mi hanno detto che dovevo amare i miei fratelli, il Buon Dio ... ma si può fare dell'amore un dovere? Nessuno mi ha mai dimostrato che amare è uno stile di vita, la spontaneità del bene, incompatibile con la razionalità, la tensione o il volontarismo. Pensavo di voler tanto bene a mia madre ma temevo sempre di perdere il suo affetto. L'orizzonte della mia affettività è rimasto per numerosi anni ingabbiato in questo amore/paura, e quindi, troppo preoccupata di essere amata, non ho saputo amare. Ho avuto tante belle amicizie, mi sono innamorata più di una volta, ma oggi so che in tutte quelle relazioni, cercavo solo di conquistare finalmente mia madre e soprattutto di non ricadere nel vuoto affettivo, sperimentato ogni anno, quando nasceva un altro fratello, un'altra sorella. Ero assetata d'affetto ma quando lo ricevevo, non riuscivo a crederci. In seguito, ho dedicato la mia vita a cercare chi fosse questo Dio/amore, ma sapevo dolorosamente che la paura bloccava in me la via dell'amore per Lui. Con un lavoro approfondito su di me, sono giunta certo a capire che per amare, dovevo iniziare da me stessa - secondo il grande comandamento: "ama il tuo prossimo come te stesso" - ma i rimproveri di mia madre, mai soddisfatta delle mie prestazioni, assordivano ancora nel mio cuore, dopo più di cinquant'anni, la musica del bene che ciascuno è per l'altro. Già anziana, capii che l'affetto che avevo esperito era stato una grossa manipolazione, perché mi si voleva diversa da come ero. La tensione interiore per riuscire a migliorarmi, unita alla paura delle mie emozioni che l'educazione mi aveva insegnato a reprimere, ostacolava il libero flusso del bene, dello stupore, della relazione fiduciosa e attenta. Mi resi conto che anch'io manipolavo le relazioni per sentirmi amata. Mi chiedevo se esistesse qualcuno che sapesse amare e camminavo tristemente alla ricerca di chi avrebbe colmato in me questo bisogno vitale. Certo, sapevo che Dio mi amava, ma lo vedevo ad immagine di mia madre e temevo i suoi castighi per tanti miei peccati,. Di conseguenza, giudicavo gli altri, senza potermi meravigliare del dono costituito da ogni incontro. Cercavo di essere accolta, anziché ricevere la bellezza della vita, di essere amata anziché credere nel bisogno altrui d'amare. Amare non è forse rivelare all'altro la sua bontà intrinseca, la sua capacità di voler bene, la necessità della sua esistenza, così come è? Dio, di cui S. Giovanni ci dice che è Amore, aspetta la nostra fiducia nella vita per manifestarsi, non come un moralizzatore esigente bensì come un padre estasiato di fronte alla nostra creatività. Il grande comandamento dell'amore: "ama Dio con tutte le tue forze … e il prossimo come te stesso" è la chiave della felicità, perché appena guardiamo noi stessi e l'altro come un valore, entriamo in un'ottica di spontanea attenzione al bene. Questo sguardo è purtroppo inquinato da filtri di giudizi, ostacolato dalla paura di soffrire. Invece, come quella giovane, alla quale il padre affermava, prima di entrare in un salotto: "sei bella, vai fiduciosa del tuo fascino", possiamo incontrare noi e l'altro nella tranquilla certezza del bene che siamo. Amare non è forse lasciarsi fecondare dall'altro? Vi racconterò adesso la storia biblica di Giuseppe, un po' come una favola, per aiutarmi a dire quello che vorrei comunicarvi.

Giuseppe era il figlio prediletto del padre Giacobbe perché nato da Rachele, la donna amata. Era poco più che adolescente quando la madre morì nel dare alla luce il fratello Beniamino. Sperimentò uno vuoto sconvolgente: il piccolo re si ritrovava detronizzato, senza la conferma dello sguardo benevolo della mamma. La sua capacità d'amare, ossia di entrare in relazione vera con sé, con l'altro e con Dio, rimase bloccata, ripiegata come una fisarmonica non usata per anni. Come spesso i bambini dopo la nascita di un fratello, che appare come rivale o addirittura come negazione del valore di cui si godeva in quanto primogenito, l'adolescente fece di tutto per conquistare l'affetto del padre, come se dovesse per questo sorpassare in tutto gli altri. Diventò più intelligente degli altri dieci fratelli, nati prima di lui da donne meno amate di sua madre dal padre. Diventò uno dei tanti geni che hanno avuto una vita affettiva di una povertà sconcertante! Lo giudicarono probabilmente "senza cuore", senza capire la disperazione nascosta dietro al suo handicap emotivo. Riferì al padre i pettegolezzi dei fratelli, come per dimostrargli quanto lui fosse bravo. Era il preferito del padre ma sentiva certamente che non era prediletto perché era lui, bensì perché era il figlio della donna amata. Giacobbe gli fece fare una tunica dalle lunghe maniche, cioè un abito da signore che non lavora nei campi. Giuseppe era dunque riuscito ad ottenere un posto a parte, ma come avrebbe potuto non soffrire di questo isolamento? Il vuoto interiore restava incolmabile, accresciuto addirittura dalla solitudine di quello che i fratelli chiamavano superbia, senza capire che era solo un senso di onnipotenza per non affondare nel vuoto di una vita che gli sembrava non avere peso alcuno. Voleva esserci, ma il suo "Io sono" era bloccato nella sua incapacità di sentire.
Il Signore, mai ostacolato dalle nostre vie deviate, di cui sa che sono difese per soffrire meno, usò la fragilità di Giuseppe per i suoi disegni e per la sua crescita. In altre parole, la vita riuscì a trasformare i problemi del giovane in una vittoria sulla preoccupazione di valorizzarsi con stratagemmi razionali. Fece sogni, in cui era al centro della famiglia: vide il covone che stava legando nei campi con i fratelli alzarsi e restare diritto mentre quelli degli altri si prostravano davanti al suo. Il suo inconscio lo fortificava così nella sua insicurezza. Imprudentemente, provò il bisogno di valorizzarsi, raccontando questo sogno, ma destò solo la gelosia e l'odio dei fratelli. Poi, fu più forte di lui, ricominciò a sognare e a narrare che aveva visto il sole, la luna e undici stelle prostrarsi davanti a lui. A questo punto, il padre lo rimproverò: "dovremo forse venire io e tua madre - cioè quella delle numerose mogli che gli fungeva da madre dopo la morte di Rachele - e i tuoi fratelli a prostrarci fino a terra davanti a te?".
La sua ricerca affannosa di conferma lo aveva spinto ad autovalorizzarsi e quindi a farsi rifiutare. Il baratro diventò ancora più spaventoso, apparentemente colmato dall'ingenuità d'immaginare che gli altri avrebbero riconosciuto, nonostante tutto, la sua superiorità, ossia il suo valore. Quando Giacobbe lo mandò a trovare i suoi fratelli che pascolavano il gregge lontano, Giuseppe si rese subito disponibile - come può un giovane in cerca di conferme, non essere super obbediente ai genitori? Venduto come schiavo da loro, continuò in Egitto a dimostrarsi un essere eccezionale. Doveva a tutti costi farsi non solo accettare ma ammirare. Comprato dal consigliere di Faraone, questi si accorse che - dice la Bibbia, che spiega sempre tutto con interventi divini - "il Signore era con lui e che quanto egli intraprendeva, il Signore faceva riuscire nelle sue mani". Divenuto l'uomo di fiducia della casa, la moglie del padrone s'innamorò di lui. Il bisogno di Giuseppe d'essere amato era tale che, inconsciamente, suscitò questo innamoramento. Giuseppe si rifiutò a lei. La sua preoccupazione di perfezione non gli concedeva certo questa colpa, tuttavia non percepiva la sua parte di strumentalizzazione che aveva sedotto la donna la quale, per dispetto, lo accusò di averla voluta violentare e lo fece incarcerare.

Durante due lunghi anni di detenzione, Giuseppe ebbe il tempo di "rientrare in sé". Fu il momento necessario della riflessione sulle sue reazioni, Come Giobbe, durante la sua malattia, come il figlio prodigo ridotto a custodire i maiali, come Paolo dopo la folgorazione sulla via di Damasco, poté fare la sua autoanalisi, prendere coscienza della presenza, in tutto quello che gli era capitato, di Dio, che lo aveva sempre guidato verso la conferma di essere un bene. Poteva quindi non più temere di rivivere il vuoto d'amore iniziale ma fidarsi della Presenza del Bene in lui. Il testo afferma in modo paradossale, dato che Giuseppe era stato venduto come schiavo e che si trovava ora in carcere, che: "Il Signore era con lui e quello che egli faceva il Signore lo faceva riuscire" (Gn 39,23). Il comandante della prigione gli affidò infatti i carcerati e l'andamento di tutto. Probabilmente Giuseppe cominciò allora ad aprirsi alle ricchezze della vita, a guardarsi intorno anziché restare fissato sul modo di provocare l'amore, in una perpetua tensione angosciosa verso la perfezione. Il suo cuore si dilatò nella fiducia di essere un valore per la vita, la sua e quella degli altri. Pur essendo in una situazione disperata, si accorse, forse per la prima volta, della fatica dei suoi compagni e si fece vicino: "Perché quest'oggi avete la faccia così triste?" domandò a due eunuchi del Faraone detenuti con lui. Il sognatore occupato di sé si fece interprete dei sogni che li avevano sconvolti, ma questa volta affermò: "Non è forse Dio che ha in suo potere le interpretazioni? Raccontatemi dunque". Le sue spiegazioni si rivelarono giuste ma l'eunuco il cui sogno annunciava la liberazione lo dimenticò, nonostante la promessa di parlare al Faraone in suo favore. Giuseppe non si scoraggiò, continuò fedelmente il suo lavoro in carcere.
Scoprì forse nei lunghi mesi d'attesa l'amore della vita, nel sole che lo accarezzava, nel vento che lo rinfrescava, nella compagnia degli altri che lo sosteneva. Iniziò l'apertura decisiva di un altro sguardo, che collegava ogni realtà con il Bene, di cui tutto ed anche lui erano un'espressione. La sua fragilità si mutò poco a poco in una sicurezza incrollabile nella presenza in Lui di Dio e del valore che gli dava questa presenza. Poteva pensare: "Io sono", ci sono. Era pronto per amare l'altro così come era, cioè per stupirsi e rallegrarsi del bene palese o nascosto in ogni persona. Era pronto per servire la vita in ogni evenienza o individuo.
Quando, sul consiglio dell'eunuco, che finalmente si ricordò di Giuseppe, Faraone lo chiamò per interpretare i suoi sogni, il giovane affermò: "Non io, ma Dio darà la risposta". Ormai, non era più preoccupato del suo valore, era libero per penetrare il senso dei sogni altrui, era capace di collaborare con Colui che è, per il bene delle creature, ossia per amare. Il sogno di Faraone annunciava sette anni di abbondanza seguiti da sette anni di carestia. Faraone, meravigliato dalla sua saggezza e forse sorpreso che il giovane non gli avesse chiesto la propria liberazione, gli diede pieni poteri per gestire i sette anni d'abbondanza, affinché il popolo non morisse poi di fame. Lo promosse al primo posto dopo di lui, e lo chiamò, in lingua egiziana: "Salvatore del mondo" (Gn 41,45). Conosciamo la traduzione delle parole egiziane riportate nella Bibbia attraverso l'incontro di Gesù con la Samaritana, i cui compaesani, eredi dei figli di Giuseppe, lo chiamarono "Salvatore del mondo", che era per loro il titolo messianico per eccellenza.
Da bambino terrorizzato dal vuoto che era stato, Giuseppe diventò viceré, capace di colmare il vuoto degli altri. L'amore lo condusse dalla conquista dello sguardo altrui all'amore, al servizio del bene di tutti, dalla tensione interiore per il proprio valore, anche morale, alla libertà dell'amore, che fa di ogni essere umano un "salvatore del mondo".

Dopo sette anni, a causa della carenza di cibo, i suoi fratelli scesero in Egitto per comprare del grano. Giuseppe li riconobbe ma loro, prostrati dinanzi a lui, non immaginarono che questo potente personaggio potesse essere loro fratello. Tuttavia Giuseppe ancora non seppe amare fino in fondo. Era giunto al punto in cui, chi fa un lavoro su di sé, s'accorge che, pur stando meglio, non riesce ad innamorarsi di una persona in carne e ossa. La sua affettività era ancora piegata a fisarmonica. Per cui mise i fratelli alla prova, accusandoli di essere delle spie, ed esigette, come prova della loro innocenza, che ritornassero con il fratello Beniamino, tenendo prigioniero come pegno uno di loro. A contatto con i suoi, ritornò ad essere manipolatore e si vendicò inconsapevolmente come tanti, che fanno pagare al coniuge o addirittura ai figli il vuoto affettivo ed esistenziale subito nella loro infanzia. Tuttavia, nel sentirli parlare nella propria lingua, lasciò l'emozione affiorare e si allontanò per piangere. Fu forse il momento in cui iniziò a volersi bene, ad accogliere la sua sensibilità. In lui, il bambino ferito dall'assenza di conferma si era indurito, non gli concedeva di provare le sue emozioni. Il suo pianto lo liberò dall'asprezza che lo aveva spinto a sopportare tutto stringendo i denti per offrirsi, con il suo successo strepitoso, la certezza di essere un valore. La fonte della tenerezza si era riaperta nei confronti di se stesso, ma ancora non poteva relazionarsi con i fratelli. L'unica forza che gli aveva permesso di sopravvivere era stata la sua arte di manipolare l'altro, anche se unita ad una fede incrollabile in Dio; ma questa fiducia restava necessariamente strumentale, perché ci comportiamo con Dio come con gli altri, usandolo ai nostri fini (è il motivo della sterilità di tante preghiere). Credette, certo, che era stato Dio a guidarlo fino al posto che occupava, magari per salvare la sua famiglia, ma non poteva ancora fidarsi del suo valore abbastanza per non cercare di dimostrarsi il più forte. Tuttavia era buono e generoso, perché chi non sa amare perché non lo è stato, conserva, nonostante lo si giudichi "senza cuore", delle viscere di bontà. I fratelli, trovando nella loro bisaccia il denaro con il quale avevano pagato il grano furono sconvolti: ebbero paura, si chiedessero quale trappola si nascondesse dietro questo gesto. Neanche loro credevano nella gratuità dell'amore.

Giacobbe, dopo essersi rifiutato in un primo tempo di far partire Beniamino cedette finalmente quando di nuovo mancò il grano. I fratelli furono allora ricevuti da Giuseppe in modo magnifico, invitati addirittura a pranzo. Nel vedere il fratello Beniamino, Giuseppe si commosse e uscì per non piangere davanti a loro ma usò ancora di scaltrezza. Nascose la sua coppa nei bagagli di Beniamino e li fece inseguire, con l'accusa di averlo derubato, dicendo loro: "non sapete che un uomo come me è capace di indovinare?". Solo quando Giuda gli espose la situazione del vecchio padre, che sarebbe stato disperato se, come Giuseppe aveva minacciato, si fosse tenuto come schiavo colui nel cui sacco era stata ritrovata la coppa, l'amore vinse le sue resistenze. Nel sentire narrare dal fratello la sua storia, si rese probabilmente conto della sua parte di responsabilità nell'odio che aveva suscitato e quindi in tutto quello che gli era successo. Solo quando finalmente accettò di riconoscersi bisognoso del perdono di Dio fu in grado di aprirsi al fiore dell'amore che è il perdono. Si fece allora riconoscere dai fratelli: "Io sono Giuseppe, vostro fratello. Non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita". Era finalmente capace di guardare la sua esistenza e quella altrui come un valore per gli altri, nella gratuità dell'Amore. Ormai rivedrà il padre, che potrà addirittura assistere nei suoi ultimi momenti.
La fede nell'amore personale del Signore, più forte di tutti gli abbandoni, ha bisogno per essere efficiente, che le emozioni, anziché restate bloccate per la paura di soffrire, ridestino la sensibilità al bene della vita. Ha bisogno della libertà di godersi un tramonto, il grido di un bambino o il canto di un uccello per diventare uno stile di vita, che trasformi ogni momento in accoglienza del Bene. Ha bisogno che ci sentiamo inadeguati di fronte alla gratuità della vita per manifestarsi nel dono del perdono accolto e donato.

Odile Van Deth

Torna al sommario

Stampa questo articolo