| Annalena TONELLI: Vivo a servizio senza un nome (novembre 2003) |
Il nostro compito sulla terra è di far vivere
Mi chiamo Annalena Tonelli. Sono nata in Italia a Forlì il 2 Aprile 1943.Lavoro in sanità da trent'anni, ma non sono medico. Sono laureata in legge in Italia. Sono abilitata all'insegnamento della lingua inglese nelle scuole superiori in Kenya. Ho certificati e diplomi di controllo della tubercolosi in Kenya, di Medicina Tropicale e Comunitaria in Inghilterra, di Leprologia in Spagna. Lasciai l'Italia a gennaio del 1969. Da allora vivo a servizio dei Somali. Sono trent'anni di condivisione. Ho infatti sempre vissuto con loro a parte piccole interruzioni in altri paesi per causa di forza maggiore. Scelsi di essere per gli altri: i poveri, i sofferenti, gli abbandonati, i non amati che ero una bambina e così sono stata e confido di continuare a essere fino alla fine della mia vita. Volevo seguire solo Gesù Cristo. Null'altro mi interessava così fortemente: LUI e i poveri in LUI. Per LUI feci una scelta di povertà radicale ... anche se povera come un vero povero, i poveri di cui è piena ogni mia giornata, io non potrò essere mai. Vivo a servizio senza un nome, senza la sicurezza di un ordine religioso, senza appartenere a nessuna organizzazione, senza uno stipendio, senza versamento di contributi volontari per quando sarò vecchia. Sono non sposata perché così scelsi nella gioia quando ero giovane. Volevo essere tutta per DIO. Era una esigenza dell'essere quella di non avere una famiglia mia. E così è stato per grazia di DIO.
Ho amici che aiutano me e la mia gente da più di trent'anni. Tutto ho potuto fare grazie a loro, soprattutto gli amici del Comitato per la lotta contro la fame nel mondo di Forlì. Naturalmente ci sono anche altri amici in diverse parti del mondo. Non potrebbe essere diversamente. In Kenya andai come insegnante perché era l'unico lavoro che, all'inizio di una esperienza così nuova e forte, potevo svolgere decentemente senza arrecare danni a nessuno.Ricordo che quasi subito dopo il mio arrivo mi innamorai di un bimbo ammalato di sickle cell e di fame ... erano i tempi di una terribile carestia vidi tanta gente morire di fame. Nel corso della mia esistenza, sono stata testimone di un'altra carestia, dieci mesi di fame, a Merca, nel sud della Somalia, e posso dire che si tratta di esperienze così traumatizzanti da mettere in pericolo la fede. Avevo preso, a vivere con me, quattordici bambini con le malattie della fame. Donai subito il sangue a quel bimbo e supplicai i miei studenti di fare altrettanto ... uno di loro donò e dopo di lui tanti altri, vincendo così la resistenza dei pregiudizi e delle chiusure di un mondo che, ai miei occhi di allora, sembrava ignorare qualsiasi forma di solidarietà e di pietà. E fu forse la mia prima esperienza in cui, anche in un contesto islamico, l'amore generò amore. Ma il mio primo amore furono i tubercolosi, la gente più abbandonata, più respinta, più rifiutata in quel mondo.La tubercolosi imperversa da secoli in mezzo ai Somali. Si pensa che praticamente tutta la popolazione sia infettata. Provvidenzialmente solo una percentuale delle persone infettate sviluppa la malattia nel corso della sua esistenza. Ero a Wajir, un villaggio desolato nel cuore del deserto del Nord-Est del Kenya, quando conobbi i primi tubercolosi e mi innamorai di loro e fu amore per la vita. I malati di tubercolosi erano in un reparto da disperati. Quello che più spaccava il cuore era il loro abbandono, la loro sofferenza senza nessun tipo di conforto.
Vivo sola perché le compagne di strada, che assieme ai poveri fecero della mia vita un paradiso in terra durante i miei diciassette anni di deserto, si dispersero dopo che io fui costretta a lasciare il Kenya. Fu nel 1984. Il governo del Kenya tentò di commettere un genocidio a danno di una tribù di nomadi del deserto. Avrebbero dovuto sterminare cinquantamila persone. Ne uccisero mille. Io riuscii a impedire che il massacro venisse portato avanti e a conclusione. Per questo un anno dopo fui deportata. Tacqui nel nome dei piccoli che avevo lasciato a casa e che sarebbero stati puniti se io avessi parlato. Parlarono invece i Somali con una voce e lottarono perché si facesse luce e verità sul genocidio. Sono passati sedici anni e il Governo del Kenya ha ammesso pubblicamente la sua colpa, ha chiesto perdono, ha promesso compensazioni per le famiglie delle vittime. I giornali e la BBC hanno parlato a lungo del mio intervento. E oggi molti dei Somali che avevano remore contro di me mi hanno accettato e sono diventati miei amici. Oggi sanno che ero pronta a dare la vita per loro, che ho rischiato la vita per loro. Al tempo del massacro, fui arrestata e portata davanti alla corte marziale … Le autorità, tutti non Somali, tutti cristiani, mi dissero che mi avevano fatto due imboscate a cui ero provvidenzialmente sfuggita, ma che non sarei sfuggita una terza volta ... poi uno di loro, un cristiano praticante, mi chiese che cosa mi spingeva ad agire così. Gli risposi che lo facevo per Gesù Cristo che chiede che noi diamo la vita per i nostri amici. Ora io ho esperimentato più volte nel corso della mia ormai lunga esistenza che non c'è male che non venga portato alla luce, non c'è verità che non venga svelata. L'importante è continuare a lottare come se la verità fosse già fatta e i soprusi non ci toccassero, e il male non trionfasse. Un giorno il bene risplenderà. A DIO chiediamo la forza di saper attendere, perché può trattarsi di lunga attesa … anche fino a dopo la nostra morte. Io vivo nell'attesa di DIO e capisco che mi pesa meno che ad altri, l'attesa delle cose degli uomini. Vivo calata profondamente in mezzo ai poveri, ai malati, a quelli che nessuno ama. Mi occupo principalmente di controllo e cura della Tubercolosi. La tubercolosi è parte della gente, della sua storia, della sua lotta per l'esistenza. Eppure la tubercolosi è stigma e maledizione: segno di una punizione mandata da DIO per un peccato commesso, aperto o nascosto. A Borama continua la lotta ogni giorno per la liberazione dall'ignoranza, dallo stigma, dalla schiavitù ai pregiudizi. A tutt'oggi, noi siamo testimoni di gente che sceglie di non essere diagnosticata, curata e guarita, e che dunque sceglie di morire pur di non dovere ammettere in pubblico di essere affetta dalla Tubercolosi. La lotta viene portata avanti dallo staff prima di tutto a livello personale. Con il sistema del DOTS, noi vediamo tutti gli ammalati ogni giorno, ogni giorno parliamo con loro, ogni giorno ci occupiamo dei loro problemi piccoli e grandi. Ogni giorno discutiamo con loro di ciò che li tiene schiavi, infelici, nel buio. E loro si liberano, diventano felici, sono sempre più nella luce. Nel centro T.B. abbiamo aperto scuole per gli ammalati e i loro amici: una scuola di Corano, una scuola di alfabetizzazione, una scuola di lingua inglese. Sono trent'anni che io mi occupo di scuole: le organizzo, se necessario le costruisco, le finanzio. La creatura capace di vivere in DIO è sicuramente un evento di grazia. Resta tuttavia la realtà che con l'educazione l'uomo fiorisce più facilmente in una creatura capace di vivere in DIO suo creatore e datore di ogni bene. Gli ammalati arrivano a noi come esseri mortificati, sofferenti, impauriti, calpestati, infelici. Dopo le prime settimane di cura, appena si sentono meglio, vorrebbero fuggire e tornare alla boscaglia, ai loro cammelli, alle loro capre, ai loro campi di miglio.
Ogni giorno noi lottiamo per comprendere e far comprendere che la colpa non è mai da una sola parte ma da ambedue le parti, noi ragioniamo insieme e ci sforziamo di vedere tutto quello che è positivo nell'altro, noi ci guardiamo in faccia, negli occhi perché vogliamo che si faccia la verità il mio staff ha imparato a ridere dei suoi limiti, delle sue meschinità, della sua mentalità 'monetaria', della durezza del loro cuore, della sete di vendicarsi quando sono feriti: tutte cose, queste, che rendono così difficile il perdono ... certamente, dicono, Allah non vuole tutto questo, anche se Allah è infinitamente misericordioso. Io, da parte mia, da lunghi anni ho imparato o meglio ho capito nel profondo dell'essere che, quando c'è qualcosa che non va : incomprensioni, attacchi, ingiustizie, inimicizie, persecuzioni, divisioni, sicuramente la colpa è la mia, sicuramente c'è qualcosa che io ho sbagliato. Ai piedi di DIO, la ricerca della mia colpa è facile, non prende tempo, fa soffrire ma non poi così tanto, perché è poi così bello e grande riconoscersi colpevoli e combattere perché la colpa venga cancellata, perché i comportamenti sbagliati vengano riformati, perché in ogni relazione con gli altri l'approccio divenga positivo ... il nostro compito sulla terra è di far vivere. E la vita non è sicuramente la condanna, lo ius belli, l'accusa, la vendetta, il mettere il dito nella piaga, il rivelare gli sbagli, le colpe degli altri, il tenere nascosta invece la nostra colpa, l'impazienza, l'ira, la gelosia, l'invidia, la mancanza di speranza, la mancanza di fiducia nell'uomo. La vita è sperare sempre, sperare contro ogni speranza, buttarsi alle spalle le nostre miserie, non guardare alle miserie degli altri, credere che DIO c'è e che LUI è un DIO d'amore. Nulla ci turbi e sempre avanti con DIO. Forse non è' facile, anzi può essere una impresa titanica credere così. In molti sensi è un tale buio la fede, questa fede che è prima di tutto dono e grazia e benedizione ... Perché io e non tu? Perché io e non lei, non lui, non loro?
Eppure la vita ha senso solo se si ama. Nulla ha senso al di fuori dell'amore. La mia vita ha conosciuto tanti e poi tanti pericoli, ho rischiato la morte tante e poi tante volte. Sono stata per anni nel mezzo della guerra. Ho esperimentato nella carne dei miei, di quelli che amavo, e dunque nella mia carne, la cattiveria dell'uomo, la sua perversità, la sua crudeltà, la sua iniquità. E ne sono uscita con una convinzione incrollabile che ciò che conta è solo amare. Se anche DIO non ci fosse, solo l'amore ha un senso, solo l'amore libera l'uomo da tutto ciò che lo rende schiavo, in particolare solo l'amore fa respirare, crescere, fiorire, solo l'amore fa sì che noi non abbiamo più paura di nulla, che noi porgiamo la guancia ancora non ferita allo scherno e alla battitura di chi ci colpisce perché non sa quello che fa, che noi rischiamo la vita per i nostri amici, che tutto crediamo, tutto sopportiamo, tutto speriamo ... Ed è allora che la nostra vita diventa degna di essere vissuta. Ed è allora che la nostra vita diventa bellezza, grazia, benedizione. Ed è allora che la nostra vita diventa felicità anche nella sofferenza, perché noi viviamo nella nostra carne la bellezza del vivere e del morire. Sento fortemente che noi tutti siamo chiamati all'amore, dunque alla santità ... la donna povera di Leon Bloy vagava di porta in porta ... una mendicante ... "Non c'e' che una sola tristezza al mondo: quella di non essere santi" ... ripeteva ... Io amo pensare: non c'è che una sola tristezza al mondo: quella di non amare ... che poi è la stessa cosa. Certo dobbiamo liberarci di tanta zavorra. Ma ci sono metodi pratici, ci sono strade, ci sono indicazioni chiare, c'è DIO nella celletta della nostra anima che ci chiama. Tuttavia la sua è una piccola silenziosa voce. Noi dobbiamo metterci in ascolto, dobbiamo fare silenzio, dobbiamo crearci un luogo di quiete, separato, anche se spesso necessariamente vicino agli altri come una mamma che non può stare troppo a lungo lontana dai suoi bambini. Infatti per amare non sempre basta il nostro cuore, il nostro desiderio, la nostra sete di DIO. E' parte dell'esperienza di chiunque decide di mettersi a servizio dei poveri che i poveri non sono facili da amare e che il cuore dell'uomo, anche di quello che si dona, può essere misteriosamente molto duro. A Wajir eravamo una comunità di sette donne, tutte, sia pure in maniera e in misura diverse, avevamo sete di DIO, e capivamo che quando perdevamo o stavamo per perdere il senso del nostro servizio e la capacità di amare, potevamo ritrovare i beni perduti solo ai piedi del Signore. Per questo, avevamo costruito un eremo e là andavamo per un giorno, o più giorni o per periodi anche lunghi di silenzio ai piedi di DIO. Là ritrovavamo equilibrio, quiete, lungimiranza, saggezza, speranza, forza per combattere la battaglia di ogni giorno prima di tutto con tutto ciò che ci tiene schiavi dentro, che ci tiene nel buio. Uscivamo di là che ci sentivamo incendiate di amore rinnovato per tutti quelli che il Signore aveva messo nella nostra strada ... a volte ce lo confidavamo ... il più delle volte tacevamo, ... ma i volti delle mie compagne erano così belli, così luminosi, che mi narravano tutto quello che il pudore impediva di comunicarmi con le parole. Poi, nel corso di questa ormai mia lunga vita, ci sono stati altri eremi, altri silenzi, la parola di DIO, i grandi libri, i grandi amici, tanti e poi tanti che hanno ispirato la mia vita, soprattutto nella fede cattolica: i padri del deserto, i grandi monaci, Francesco di Assisi, Chiara, Teresa di Lisieux, Teresa d'Avila, Charles de Foucauld, padre Voillaume, sorella Maria, Giovanni Vannucci, Primo Mazzolari, Lorenzo Milani, Gandhi, Vinoba, Pina e Maria Teresa ... Ma al centro sempre DIO e Gesù Cristo. Nulla mi importa veramente al di fuori di DIO, al di fuori di Gesù Cristo … i piccoli sì, i sofferenti, io impazzisco, perdo la testa per i brandelli di umanità ferita, più sono feriti, più sono maltrattati, disprezzati, senza voce, di nessun conto agli occhi del mondo, più io li amo. E questo amore è tenerezza, comprensione, tolleranza, assenza di paura, audacia. Questo non è un merito. E' una esigenza della mia natura. Ma è certo che in loro io vedo LUI, l'agnello di Dio che patisce nella sua carne i peccati del mondo, che se li carica sulle spalle, che soffre ma con tanto amore,... nessuno è al di fuori dell'amore di DIO.
Mi sono incolpata cento volte per avere accettato di venire qui davanti a voi a parlare della mia vita, sono stata debole ed ho accettato il parere dei miei amici che sono convinti che, a questo punto della mia vita, quaranta anni dopo, è giusto e bene condividere con altri i doni di DIO. Ma se questo mio 'mettermi in pubblico' potesse servire a qualcuno che non crede, a qualcuno che non vive dentro di sé questa straordinaria realtà che DIO ama ogni uomo, dal più degno di amore agli occhi degli uomini al più reietto e disprezzato, all'uomo cattivo, criminale ... allora mi metterei in ginocchio e benedirei perché cose grandi ha fatto in me colui che è potente. L'uomo non buono, l'uomo incapace di perdono, l'uomo che ama ferire, l'uomo che vuole la vendetta, l'uomo falso non sono uomini cattivi, incapaci di perdono, falsi necessariamente. Lo sono perché non hanno incontrato sul loro cammino una creatura capace di comprenderli, di amarli, di farsi carico delle loro colpe ... Ai piedi di DIO noi ritroviamo ogni verità perduta, tutto ciò che era precipitato nel buio diventa luce tutto ciò che era tempesta si acquieta, tutto ciò che sembrava un valore, ma che valore non è, appare nella sua veste vera e noi ci risvegliamo alla bellezza di una vita onesta, sincera, buona, fatta di cose e non di apparenze, intessuta di bene, aperta agli altri, in tensione onnipre-sente fortissima affinché gli uomini siano una cosa sola. E' tempo di concludere. Ai Somali molto ho dato. Dai Somali molto ho ricevuto. Laggiù condividere fa parte dell'esistenza. E poi quella loro preghiera cinque volte al giorno ... l'interrompere qualsiasi cosa si stia facendo, anche la più importante, per dare tempo e spazio a DIO. I poveri ci attendono. I modi del servizio sono infiniti e lasciati all'immaginazione di ciascuno di noi. Non aspettiamo di essere istruiti nel tempo del servizio. Inventiamo ... e vivremo nuovi cieli e nuova terra ogni giorno della nostra vita.
Annalena Tonelli