Eucarestia, tempo di contestazione

da “Oreundici” di novembre 2004

Per Gesù religione è prima di tutto e soprattutto accogliere

Può apparire strano che il Papa abbia definito il prossimo anno come un anno eucaristico, perché qualcuno potrebbe chiedere: gli anni della chiesa non sono tutti eucaristici? Che altro compito può avere la chiesa se non trasmettere quel senso o quei sensi che sono nascosti nel simbolo eucaristico? Se non mangiate la mia carne e non bevete il mio sangue non avrete la vita in voi. Nella realtà la confezione e la consumazione delle ostie bianche che vogliono essere pane è un fatto così semplice e routinario che i più evitano la fatica di cercare che conseguenza ha la semplice manducatio del pane consacrato. Non pretendo portare più luce di quelle che vi hanno proiettato i grandi teologi di tutti i tempi. In fondo senza superare la risposta in due parole che san Tommaso fornisce ai piccoli e ai grandi, quando, sgranando gli occhi sul piccolo frammento di pane, gli dicono che questo è Gesù. San Tommaso risponde sì, ma quoad substantiam, cioè come sostanza. Non ho mai capito a fondo questa risposta e meno la capiranno le nuove generazioni sempre meno capaci di accogliere formule filosofiche. Per me il discorso più eucaristico del vangelo non è nel tanto tormentato capitolo 6° di Giovanni, quanto il discorso alla samaritana nel 4° dello stesso vangelo: se tu conoscessi il dono di Dio e chi è che ti chiede da bere, tu chiederesti a lui l’acqua, e lui ti darebbe l’acqua viva (4,10).

Nei miei lunghi anni di vita che è stata fondamentalmente la storia della mia relazione col Figlio dell’uomo, mi pare di essere avanzato progressivamente da una conoscenza simbolica e implicita a una conoscenza più diretta, più semplice e più svelata. Sono cosciente che queste parole, che hanno molto senso per me, siano molto oscure per chi mi legge. Intanto ho sentito nascere in me una forte critica verso i metodi pedagogici della formazione cattolica, che mi sembrano sempre più lontani da quello così semplice e diretto trasmesso nelle parole di Gesù: questa è la vita eterna: conoscere te e colui che tu hai inviato che si potrebbero esprimere senza cambiarne il senso: conoscere te in colui che tu hai inviato. E solo questa frase definisce la verità che Gesù ha portato all’umanità. Ha invertito il senso della religione di ogni tempo e di ogni luogo abitato dall’uomo. Non è più l’uomo che deve rompersi la testa per come comunicare con l’essere invisibile che si fa presente attraverso i fenomeni naturali soprattutto quelli che incutono terrore. Quali stazioni speciali costruire per l’approdo di Dio, quali sono i gusti particolari da soddisfare con i doni? Per Gesù religione è prima di tutto e soprattutto accogliere. Non siamo noi che andiamo, egli viene. Il fatto Gesù significa essenzialmente questo investimento delle relazioni dell’uomo con la divinità, qui sulla terra, nella carne umana. Gesù ripete continuamente a noi le parole rivolte alla samaritana: “ragazza mia, non puntare il tuo sguardo sulla collina né su Gerusalemme, ma guarda me, qui c’è tutto Dio ed è solo qui”, le cose non potranno mai cambiare finché l’Eucarestia non diventi simbolo di un gesto, di un movimento che è la scelta permanente di Dio, che è il suo svuotamento, la kenosis, rinunzia alla sua natura divina per manifestare nell’uomo Gesù il dono di sé, la disposizione permanente a dare la vita per amore. Lo spirito di Gesù in noi e con noi continua ad aggredire il peccato creando oggi modelli assolutamente inediti nella società attuale.

Questo è il senso semplice e unico dell’essere cristiano, è questo accogliere il divino in noi. E allora, perché l’uomo appare più ferino che divino? Questa è la domanda a cui si fermano pensatori e persone semplici coscienti di appartenere a un mondo che Dio ha mostrato in molti modi di amare e di volere salvare ad ogni costo. Colgo nelle parole di Umberto Galimberti una formulazione attuale di questa domanda: dove colloco nella mia anima e dove sistemo nella mia ragione quei numeri approssimativi e indefiniti che dicono quindicimila afgani uccisi per catturare Bin Laden e ventimila iracheni morti per deporre Saddam? Dove colloco a partire dai miei parametri di civiltà le torture nelle prigioni irachene, i prigionieri di Guantanamo, i bambini uccisi di petto e di schiena nella sperduta Ossezia, il rituale quotidiano di teste che cadono questa volta non metaforicamente?

La chiesa tutta dovrebbe interrogarsi seriamente se è veramente ingiusta l’esclusione dalla costituzione europea il riconoscimento delle nostre radici cristiane. E se è solamente attribuibile a un riflusso di anticlericalismo l’escludere la presenza cattolica fra i dirigenti della nuova Europa. E la proclamazione dell’anno eucaristico va intesa profeticamente come un invito a cambiare qualcosa di essenziale nella presentazione dell’Eucarestia? Oppure continuiamo a pensarla come una delle solite celebrazioni medianiche a cui è preparata la chiesa cattolica, con un risultato numerico che consola gli anziani, ma con una realtà che preoccupa chi ama veramente il Cristo come salvatore del mondo? Il primo mondo che dovrebbe mostrare i segni di questa salvezza dovrebbe essere quello che lo ha scelto non solo come divinità ma come cammino, come verità e come autore di una vita diversa.

Sono di giorno in giorno sempre più convinto che l’impianto del messaggio evangelico sulla filosofia dell’essere oggi sia la causa fondamentale di questo allontanamento di Cristo dalla società reale. E questo fatto è particolarmente visibile nell’Eucarestia che si propone di essere la presenza simbolica e realmente efficace di far presente nel tempo la decisione di Dio: ha tanto Dio amato il mondo da dare il Suo Unigenito perché ognuno che crede in Lui non si perda ma abbia la salvezza (Gv 3,13). La filosofia dell’essere ha prestato i suoi concetti per collocare l’Eucarestia di fronte alla domanda: è veramente Gesù, il vero Gesù, solo e tutto Gesù che è lì presente nell’ostia consacrata? La onnipresenza invisibile di Dio non ci ha disturbato tanto e non ha avuto conseguenze tanto gravi come questa in carne e ossa del Figlio unigenito. Seguendo la logica, questo Cristo invisibilmente presente con il Suo Corpo è il Signore trionfante seduto alla destra del Padre. Quindi deve essere trattato da re, al di sopra di tutti i poteri della terra. Le arti hanno concorso per creare ambienti extraterreni per accogliere e glorificare questo principe unico. Sovrani e capi di stato si prestano al cerimoniale e illudono il papa di essere disposti ad accettare la loro dipendenza dal Re che non apparirà mai nella realtà. Il cerimoniale di corte, le solenni liturgie fanno dei cristiani degli spettatori ammirati, degli invitati permanenti a quel godimento spirituale che li avvolge senza chiedere loro delle rinunzie gravi e degli impegni che turbino le loro carriere professionali e politiche. La chiesa si difende sempre mettendo davanti gli innumerevoli santi che è capace di fornire al mondo e tutte quelle redenzioni invisibili di cui si fa garante.

Oggi siamo in grado di osservare quanto danno può fare una certa retorica celebrativa che prende le mosse da riflessioni molto serie e si definisce in espressioni poetiche che ci cullano e ci tradiscono. San Tommaso in uno degli inni celebrativi canta al pio pellicano Gesù Signore di lavare me dall’immondizia con il suo sangue del quale una sola goccia può salvare il mondo dal suo peccato. Un pensiero come questo ed altri simili ci può tranquillizzare che il mondo sia salvato ma questo non tranquillizza la coscienza di Galimberti e di tanti della generazione presente che vivono in un mondo che rappresenta il contrario di quello che si canta nella chiesa. Non mi viene in mente di negare la verità di queste parole, ma penso che le espressioni molto crude nelle quali Gesù ci dice che la sua carne è veramente cibo e il suo sangue veramente bevanda nascondono un’offerta del nostro corpo nel quale continua il suo per la salvezza dell’umanità. Se queste mie affermazioni possono irritare qualche teologo che potrebbe sfidarmi nell’area dogmatica, dichiaro che non accetterei mai la sfida perché per me questo metodo è morto. Credo che come l’eucarestia impiantata sulla filosofia dell’essere abbia costituito per secoli l’ipotesi di lavoro per teologi, mistici, pastoralisti e altri, oggi una vera novità dell’anno eucaristico può essere solo quella di produrre un’etica a partire dall’intenzione di Cristo di salvare il mondo. Per dirla con il neologismo di Theillard de Chardin di amoriser le monde. Bisogna lasciare a parte la retorica che annunzia che il mondo è stato salvato già da Gesù e cominciare col dire che Gesù in noi e con noi sta salvando il mondo. L’umanità aspetta una risposta qui e ora e non dopo la morte. Oggi, solo se partendo dall’Eucarestia nascono delle etiche esigenti che aiutino il progetto di Cristo a farsi reale, può nascere credibilità alla Chiesa e al cristianesimo. Quando parlo di etiche penso a un’etica economica, un’etica politica, un’etica comunitaria. Dare senso all’Eucarestia oggi è solo possibile se la togliamo dall’aurea grandezza in cui l’ha collocata la filosofia dell’essere e la riscopriamo nel senso etico che è reale di questo tempo e di questa terra.

La chiesa cattolica deve prendere atto che per secoli ha abitato in un quartiere esclusivo in compagnia di Platone, Aristotele e altri. Con questi vicini non aveva buone relazioni perché le avevano detto in faccia: Dio è morto! Ma nonostante questa piccola divergenza, Shopenhauer, Spinosa, Kant e altri sentivano rispetto per questa vicina della loro classe. Oggi questo quartiere è stato abbandonato. La chiesa è sola. La grande rivoluzione proletaria è stata spenta, ma le vittime tolgono il sonno ai pensatori di oggi come Galimberti, i quali si domandano se le parole salvare il mondo e liberare gli oppressi che Cristo ha seminato sulla terra e diventate urgenti sono ancora vive. La chiesa non può continuare a rispondere con le sue solennità che appariranno sempre più dei balletti che troppo ripetuti né divertono, né consolano, né ispirano salvezza e libertà.