La fede del contemplativo

da “Oreundici” di marzo 2006

Un’opera del teologo indospagnolo Raimundo Panikkar dal titolo “La nuova innocenza” (1) mi ha portato due pensieri: il primo è che nel mio passato, cioè 30 anni fa circa, non l’avrei capito, o forse l’avrei capito con la ragione logica scontrandomi con l’intenzione evidente dell’autore che è quella di liberarmi dalla logica della ragione astratta. L’altro pensiero è che dobbiamo collaborare con lui perché questa nuova innocenza si estenda a molti credenti cristiani perché avvenga presto quella che lui chiama cristiania. Una nuova innocenza allude a una innocenza acquistata dopo il peccato, una forma di pensare che è all’origine del peccato. Mi voglio limitare a riflettere sulla deriva religiosa e specificatamente cattolica di questo peccato dell’occidente e per questo bisogna chiarire due parole, religione – fede, che nella cultura cattolica sono considerate un solo valore e che coinvolgono nella nostra ricerca due concetti ugualmente contraddittori, oggettività e soggettività. Religione comporta per noi accettazione di verità che dobbiamo credere sapendo che il mistero supera i limiti della nostra ragione. E per questo ci richiede un salto: “credo quello che la chiesa mi propone come verità”. Questa adesione comporta una condotta di vita secondo la legge, che risale ai comandamenti attualizzati e adattati alle tentazioni che il vivere presenta nel tempo. Comporta infine una pratica di preghiere e di cerimonie nel tempio con gli altri e, dentro l’uscio di casa – come consiglia Gesù -, una devozione privata che normalmente consiste nel rosario. Tutto questo fa parte della religiosità, della mia adolescenza. E fa parte della istituzione chiesa e di quella più vicina a me, la parrocchia. La quale è incaricata di farmi presente quello che la grande chiesa vuole che io viva nella mia vita di operaio, di professionista, di studente, nella società politica. Questa religiosità può restare esteriore a me, anche durante una lunga vita, esattamente come lo statuto di una società sportiva o culturale, a cui posso essere molto fedele senza che diventi tanto mia e tanto necessaria, tanto mia carne e mio sangue, come la mia famiglia, i miei fratelli e i miei figli. Se il parroco o il catechista mi hanno parlato di una modificazione importante che avviene nella mia vita mediante i sacramenti, devo confessare che non ho mai sentito che la mia vita sia diventata altra. Nessuno ne ha la verifica e questo mi lascia sempre in una provvisorietà che può comportare l’abbandono di questa mia fede quando mi appaiono dei fatti che non posso accettare. Questa religiosità convive tranquillamente con molte abitudini e scelte del mio io individualista. Al mio parroco non è mai venuto in mente di creare la comunità dei credenti unanime e concorde dove i membri mettono in comune tutto quello quello che hanno (At 4).

Il cristianesimo in occidente è tanto polarizzato sulla verità da perdere di vista il progetto di Dio sull’uomo e su ogni uomo, quindi è molto prossima a farmi sentire inutile la religione. Dio onnipotente è stato chiuso nella sua reggia celeste in riposo dopo avere faticato sei giorni ed avermi affidato la creazione che io posso usare a mio piacere contentandosi di un tributo, una specie di enfiteusi e di un culto ossequioso. Gesù ha svolto il suo compito con il sacrificio della croce e sta tranquillo e silenzioso nella sua casuccia d’oro dove vado quando posso a tenergli compagnia. Maria è occupata a distribuire dei favori richiesti con la collaborazione dei santi, e ogni tanto fa una visita qui per richiamare i suoi figli monelli. E il tempo dell’uomo è riempito dalla infaticabile attività della tecnologia che gli mette in mano oggetti e glieli sostituisce con altri più raffinati non concedendogli il tempo per accorgersene. Faccio dell’umorismo, ma mi sento come quel pagliaccio che dentro “mi duole il cuor”. Vedo forme di religiosità che oscillano fra l’infantilismo e quel devozionismo che tanto inquietava la grande maestra, la spagnola Teresa. Mi ha sempre colpito il fatto che Gesù non pregasse regolarmente con i suoi com- pagni di viaggio. Questi, sapendo la sua motivazione religiosa, erano sorpresi che non condividesse con loro la preghiera: i suoi incontri con il Padre non poteva metterli in comunione perché non erano parole, formule, erano alte grida e lacrime su questa povera umanità che vedeva attaccata dalla morte. Qualche discepolo lo ha spiato tra le piante e così sappiamo come pregava Gesù e conosciamo qualcosa della sua infocata passione del mondo.

Nell’inculturazione occidentale fra l’uomo e Dio si è creato uno spazio, diventato poi una frattura, che era stato soppresso nel tempo dell’esodo e definitivamente chiuso dalla venuta di Gesù. Quello spazio restaurato alla bell’e meglio è transitato dai teologi, controllato dallo sguardo insonne di una gerarchia incaricata della fedeltà alla verità, il cui contenuto sono i messaggi inviati da Dio all’uomo come concetti elaborati dal pensiero come splendida e lucente corazza che li avvolge allontanandoli dall’uomo. Analogamente si è rinchiuso il Dio prossimo nella prigione sfavillante di oro e di pietre preziose difendendo il divin prigioniero dalla polvere della terra. Il prologo del vangelo di Giovanni racchiude in un versetto lapidario la risposta alla iniziativa di Dio: egli è venuto per abitare tra i suoi (in casa sua) e i suoi non l’hanno accolto. La non accoglienza è rimasta presente in terra cristiana nella icona del crocifisso. Segno dell’ostinata decisione del Figlio di venire fra i suoi fratelli e della non accoglienza dei fratelli, come è raccontata nella parabola dei vignaioli omicidi (Mt 21). La nostra storia e la nostra cultura occidentale porta i segni evidenti di una presenza non accolta. L’iniziativa di Dio non è stata ritirata ed è questo il messaggio di speranza che i contemplativi possono dare alla generazione umana attuale. Chiamo contemplativo il cristiano che accoglie, quella piccola parte dell’umanità credente che non crede alla maniera generale, né prega, ma semplicemente, silenziosamente, fedelmente accoglie. Che l’uomo sia l’unico operatore della salvezza del mondo di oggi e di domani, come lo è della sua distruzione, è chiaro. Ma allora questo uomo per essere capace di salvezza deve essere il contemplativo cosmoteandrico come lo definisce Panikkar. La tecnologia è diventata tecnocrazia e quindi idolatria e per salvare il mondo bisogna liberare il salvatore. Questa liberazione è quella che Gesù propone a Nicodemo e alla Samaritana. Essa vuol dire liberare l’uomo dalla frammentazione, cioè da una religione separata dalla vita, una religione consistente in verità lontane e in preghiere consolatorie.

Semplificando, le tre dimensioni del termine cosmoteandrico significano relazione con il trascendente, con gli altri e con la natura. Il contemplativo che vive profondamente nel presente, con un compito che di cui è soggetto pur non essendone autore, non può essere atomizzato dal consumismo e nemmeno dalle proposte religiose. Il contemplativo è universalmente controverso, non piace né agli uomini religiosi né ai non credenti, ma allo stesso tempo gli uni e gli altri intuiscono che non se ne può fare a meno. Molti pensano che sarebbe meglio non averlo mai incontrato ma allo stesso tempo è necessario che esista, come la misteriosa visita nel film Teorema di Pasolini. Non è accolto da chi è investito di potere religioso perché non discute se c’è un Dio nel senso in cui lo intendono le religioni tradizionali. Ho confessato più volte di avere passato degli anni a tormentarmi sull’Eucarestia e finalmente ho capito che cosa volesse dire prendete e mangiatemi. Finché non mi hai veramente assimilato io non sono tu e tu non sarai io. Non vi ho detto che sarò con voi fino alla fine del mondo? Come? accanto a te, assistendo alle tue nefandezze, alla tua mediocrità, alla tua noia? Fuori di te perché tu mi usi come vuoi anche per autorizzare le guerre o per accumulare i soldi che tu togli dalla circolazione provocando i mali sociali, le distruzioni del cosmo e dell’umanità? Voglio essere te perché senza di te non posso continuare il mio progetto di amorizzare il mondo. E questa collaborazione è affidata al contemplativo che sa di essere il soggetto e allo stesso tempo di non esserlo. Si può arrivare ad una conclusione provvisoria: il contemplativo non è religioso perché attraverso l’operazione morte e resurrezione Dio non è più né fuori né al di sopra, ma gli è diventato più intimo della sua intimità.

Il peggior nemico del Cristo, il suo vero autentico nemico è la religiosità borghese e per questo, come dicevo sopra, la proposta di Panikkar mi sveglia come uno squillo di tromba, non perché mi dica qualcosa di nuovo, ma perché mi conferma che la sola contrapposizione efficace è il contemplativo. La spiritualità borghese è quella in cui l’io è il vero soggetto e Dio è l’oggetto. E’ una spiritualità che mette al centro la legge ma esclude un’etica di vita. Pregano come tutti i cristiani venga il Tuo regno ma questo regno è la chiesa di Roma che deve trionfare su tutte le società politiche ed ha il diritto di usare tutti i mezzi ed impadronirsi degli strumenti più efficaci per risplendere sul monte come la nuova Gerusalemme. Ma non si può spengere lo Spirito Santo che escluso dal tempio si accampa nuovamente in una qualunque regione del Giordano e da lì annunzia su questo triste tramonto dell’occidente: il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino (Lc 1). Un’epoca si chiude e se ne apre una nuova. Lo Spirito, allontanandosi dall’idolatria del mercato, estesa a tutti gli uomini dell’occidente non esclusi i luoghi sacri, dove poserà? Il discorso di Gesù alla samaritana del 4° di Giovanni non sembra pronunziato ieri ed essere il giudizio sul presente? Credimi viene il momento in cui l’adorazione di Dio non sarà più legata a questo monte o a Gerusalemme, viene un’ora anzi è già venuta in cui gli uomini adoreranno il Padre guidati dallo Spirito e dalla verità di Dio… Dio è Spirito e chi lo adora deve lasciarsi guidare dallo Spirito e dalla verità di Dio (Gv 4, 22-25). Lo Spirito non ha luogo ma lo ha trovato in coloro che si lasciano guidare dallo Spirito (Rm 8,14). Chi sente nella sua carne la sofferenza del mondo e i gemiti dell’umanità devastata dal feroce egoismo di quegli uomini che hanno messo sull’altare l’idolo, invoca aiuto. Bisogna partire dalla convinzione che noi non siamo capaci di portare salvezza, che il Salvatore è uno solo ed è il creatore che vuole portare a perfezione la sua opera e salvarla da tutte le devastazioni. I veri collaboratori sono gli artisti, i pensatori, gli operai, gli stranieri non accolti, i poveri e i bambini. I poveri non schiacciati da una miseria che impedisce loro l’uso delle loro forze interiori ed hanno una certa libertà di azione e usano i beni della terra con castità, gioia e giustizia. I bambini che non sono affogati dalla piena dei giochi e delle ghiottonerie e che salvano la capacità di guardare la creazione con lo sguardo meravigliato di chi per la prima volta vede questo miracolo.

Nella definizione di Panikkar, quando si parla di cosmo si allude alla responsabilità di stare dentro come attore. Paolo sente il gemito della natura: per lui le cose create sono la vita e la sente ferita nella devastazione delle foreste, nell’avvelenamento delle acque fluviali e marine, nella barriera che chiude il flusso dell’ossigeno: il creato è stato condannato a non aver senso, non perché esso l’abbia voluto ma a causa di chi ve lo ha trascinato. Noi sappiamo che tutto il creato soffre e geme come una donna che sta per partorire (Rm 8). Ed è essenziale chiarire che la persona non mossa dall’amore è complice di un assassinio permanente. Per essere mossi dall’amore bisogna attingere alla Fonte perché l’amore di cui presumiamo essere noi i produttori è sempre inquinato e quindi porta morte. Cosmo – teo – andrico: ecco l’uomo rinato, quello che ha presentato Gesù a Nicodemo. Relazione con le cose (povertà), con gli altri (umiltà), con il trascendente (libertà). Libertà dalle voglie, libertà dall’orgoglio, libertà da tutte le pressioni del consumismo per sentire la sete della vita. Capire che l’opera prima di noi messi sulla terra in uno spazio di tempo è quello di conservare e di trasmettere con umiltà la vita che porti le tracce di me a quelli che verranno dopo. Che cosa mi dà in più e di differente il Teo che si aggiunge all’umano? E’ unicamente la coscienza di collaborare con la vita e quindi di salvare la creazione. Passare da una situazione parassitaria o peggio devastatrice ad una responsabilità. E questa visione ci unisce a molti che hanno scoperto questa responsabilità, ma confidando nelle loro risorse devono accorgersi di essere dei declamatori e non dei collaboratori con la forza che si oppone alla morte e che è realmente efficace a realizzare l’opera di salvezza. Questo si raggiunge con la fede, con il silenzio e con l’accoglienza dello Spirito. Sentiamo questa presenza come spogliamento, semplificazione, unità di pensiero e di sentimenti. Paolo, un grande umanista, grida alla generazione del suo tempo e a tutte le generazioni: non spegnete lo Spirito, non contristate lo Spirito, vivete nell’amore, prendete l’esempio del Cristo che ci ha amati fino a dare la vita per noi e di tutti quelli che entrando nel suo ritmo hanno capito che non siamo al mondo per sfruttarlo, ma siamo per goderlo, guidati da sentimenti di povertà, di rispetto e di sorpresa permanente.

NOTE:

1. Raimon Panikkar, La nuova innocenza, Servitium