Per un futuro di armonia, libertà, pace, giustizia

da “Oreundici” di agosto-settembre 2007

L’apostolo Paolo ci ha lasciato un progetto di difesa del continuatore di Gesù che è necessario riprendere e aggiornare (Ef 6,10-23). E allora venga il diluvio; possiamo attendere con ferma speranza la generazione post-diluviana e guardare serenamente il futuro: prendete perciò l’armatura di Dio perché possiate resistere nel giorno malvagio, e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità. Il secondo pezzo dell’armatura (il primo è la verità della propria esistenza) è la corazza della giustizia. Il vuoto lasciato dal tramonto delle ideologie che misero in cielo fra gli altri il satellite giustizia non è più stato riempito. La mancanza di senso della giustizia è la fragilità più evidente nel popolo. Sono facilmente identificabili due effetti di questo vuoto nel popolo italiano e forse si può estendere l’osservazione a tutto l’occidente cristiano. Qualunque persona che abbia commesso infrazioni che lo metterebbero in galera per decenni, può conseguire facilmente dalla chiesa cattolica la patente di defensor fidei e presentarsi alla folla come il salvatore dei valori umani in pericolo di colare a picco, meritando la croce di cavaliere di Cristo. Il laicato cattolico viene incolonnato nella schiera sempre più folta dell’esercito di Dio, essendo informato che nelle materie in cui sarà interrogato per ottenere la laurea o almeno il diploma, in dottrina spirituale manca la voce giustizia che è il tema centrale della Bibbia, l’argomento immancabile e insostituibile dell’annunzio profetico. Non esiste, a mio parere, altro metodo di salvezza della gioventù fuori di quello di tirarlo fuori dal nostro occidente “cristiano” immergendolo tra i poveri dell’America Latina, dell’Africa, accompagnandolo con una riflessione su questa condizione di morte perché possa scoprire che le cause di questa morte in vita sono qui tra noi. Poi al ritorno assicurarlo dal contagio delle retoriche, quella religiosa (non facciamo che denunziare tutte le forme di ingiustizia) e quella politica (noi lavoriamo giorno e notte per arrivare a una società giusta). È urgente un’assistenza amorosa alla gioventù per salvarla perché nel futuro possa essere capace di costruire la pace nel mondo che nascerà dopo il diluvio. Nei giovani trovo spesso questa disponibilità a voler conoscere altre forme di vita, bisogna evitare che queste visite siano turistiche, guidate dalla tecnica fotografica di catturare immagini, squarci epocali che si aprono nei paesi sfruttati e impoveriti dalla globalizzazione. È necessario che i giovani si sentano coinvolti nella realtà di questi squarci di vita perché al loro ritorno nel nostro mondo irreale si trovino con una capacità critica che li renda capaci di difesa coltivando in loro il gusto di un mondo più vero. Q u e s t a immagine p a o l i n a della corazza mi suggerisce una folla di idee che possono ispirare quelle scuole della pace o altre iniziative del genere evitando che siano troppo teoriche e troppo soddisfatte delle statistiche che ogni giorno vengono fornite per accontentare il vezzo della nostra cultura. Le statistiche ci fanno soddisfatti di anticipare l’esperienza con la conoscenza dei fatti e si può arrivare a credere superflua o quasi l’esperienza; ed è una constatazione che mi è accaduto spesso di rinnovare. Gesù ha parlato di fame e di sete di giustizia ma nel nostro deserto è difficile trovare pozzi d’acqua e si finisce per dirigere questa fame e sete verso altri obiettivi. Certo Gesù parlando alla samaritana allude a un’altra sete e ad un acqua che toglierà definitivamente la sete. Ma possiamo pensare Gesù fuori dal progetto- regno e senza la giustizia come linea fondamentale di esso? Eavendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace, Gesù ha inviato i discepoli senza calzari. In questo testo paolino la situazione è diversa da quella del capitolo 10 di Luca. Nell’invio dei discepoli Gesù presenta l’abbigliamento dell’inviato che deve presentarsi disarmato, umile, entrando silenziosamente dall’uscio aperto di una casa salvo reagire con sdegno e fierezza al rifiuto. È stupendo questo disegno rapido per fissare la caratteristica fisionomica dell’inviato: umile all’arrivo sperando che il messaggio di vita sarà accettato per il bene degli abitanti della casa che l’accoglie, fieramente eretto puntando il dito dalla piazza contro l’uscio che si è chiuso alle sue spalle: anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi noi la scuotiamo contro di voi. Nel testo paolino si presenta il comportamento dell’inviato con i piedi calzati perchè possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato le prove. I vostri piedi si muovano per annunziare la buona notizia della pace (Is 52,7). Il profeta Isaia benedice gioiosamente questi piedi perché solo quelli si muovono per costruire un futuro di armonia e di pace. Tutti i disegni di guerra, tutti coloro che pensano il loro futuro unicamente come futuro di guerre e dirigono il loro progetto politico verso i metodi per ricacciare indietro gli aggressori, i terroristi, saranno travolti e periranno miseramente. Si sbricioleranno le mura credute eternamente capaci di sfidare qualunque assedio. Resteranno in piedi quelli che hanno creduto nel futuro di pace e hanno investito la loro vita nella preparazione di questo tempo sicuri che verrà. La leggerezza esistenziale è tutta in quest’attesa di pace che deve riempire tutto l’orizzonte del tempo oltre la catastrofe. Finirà il delirio di questo occidente cristiano che prima condanna alla fame una parte dell’umanità, poi spreme il resto di vita per costruire difese temendo che questi esseri umani spogliati di vita possano trovare un po’ di forza per mettersi in piedi e minacciare la sicurezza dei torturatori. La Bibbia descrive chiaramente questo passaggio storico: così dice il tuo signore Dio: ecco io ti tolgo di mano il calice della vertigine – la coppa della mia ira – tu non la berrai più – la metterò in mano ai tuoi torturatori che ti dicevano: curvati che ti passiamo sopra. Tu facevi del tuo dorso un suolo e come una strada per i passanti (Is 51,22-23). Allora i superstiti restati in piedi, correranno ad annunciare la pace: come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace (Is 52,1). Tenete sempre in mano lo scudo della fede, continua Paolo. Quale fede? E perché scudo? La fede dell’autore della Lettera agli Ebrei è certamente quella che Paolo vive come scudo. Quella fede che apre la sinfonia del capitolo 11 della lettera agli Ebrei che fa pensare all’inno della carità del capitolo 13 della prima ai Corinti. Fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. Ecco la sicurezza-scudo, quella che invano Bush cerca negli scudi spaziali. Mi colpisce molto questa omonimia dello scudo con significati opposti che fa pensare al diavolo scimmia di Dio. Lo scudo spaziale è il segno di una accettazione della guerra come destino dell’umanità, segno di morte, proiezione di un tipo di uomo senza speranza, senza un resto di amore per i propri simili. Si vede un essere umano in cui il potere ha distrutto tutti i centri vitali della mente: un essere che ci induce a pensare quanto sarebbe meglio per l’umanità se non esistesse. La fede-scudo è pensata e vissuta da un essere umano che ha raggiunto quella leggerezza-forza del vivere, del soggetto credente liberato dalle angosce del passato e dalla paura del futuro. Questo essere costruttore di pace, poiché porta in sé la pace, non è un alienato, non è assente dalla vita che scorre nel tempo, per una sclerosi mentale, ma ardentemente presente con lo sguardo fisso in un evento promesso depositato nel suo cuore e assimilato come unico motivo di vivere. La sicurezza non è affidata alla parola, a teorie come quella sulla ciclicità della vita: “dopo la tempesta è sempre tornato il sereno”, ma questa sicurezza fondata sulla fede è divenuta sostanza e portata nel soffio dell’anima. La fede è diventata scudo che difende da tutti gli assalti del tempo. Il vero amico dello spirito porta in sé le promesse escatologiche: libertà – pace – giustizia – riconciliazione che sono più vere, più presenti degli oggetti che si ammucchiano nei supermercati e saziano la fame e la sete di oggi aprendo un vuoto per le voglie di domani. Queste promesse escatologiche non sono l’orizzonte vuoto di un’attesa religiosa che vaga nel nulla, ma l’imperativo critico e liberante per il presente. La fede-scudo di chi è andato oltre la fede razionale la fede-parola, catechismo che è diventata vita. Il domenicano brasiliano Frei Betto, molto ascoltato in Italia, ci ha messo a parte di una sua decisione di attraversare i supermercati senza fermarsi a prendere un oggetto qualunque. È un immagine del cristiano della resistenza, potrebbe essere unicamente esercizio (e non dubito che l’amico domenicano non porti in sé quella riserva escatologica che gli ha suggerito questo sketch). Io preferisco le passeggiate erborate della casa in cui vivo, ma mi è venuto in mente pensando ai giovani che vorrei armati dello scudo della fede. Questa fede sostanza di cose sperate non si trova analizzata in nessun dizionario, è il frutto del silenzio e di una lunga costante preghiera senza parole ripetuta con lo sguardo alzato verso l’Oltre futuro, quella di Simeone e della vecchia Anna che distolgono lo sguardo dall’orizzonte lontano per posarlo sul bambino che è la prova delle cose che non si vedono, argomento delle non-parventi, nella traduzione dantesca, riposato tra le braccia di Maria. L’armatura del cristiano della resistenza si completa con la spada dello spirito che è la parola di Dio. In altro passaggio l’autore della Lettera agli Ebrei si sofferma sulla qualità della parola: la parola di Dio è viva, efficace, è più tagliente di ogni spada a doppio taglio, essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Non v’è creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui dobbiamo rendere conto (Eb 4,12-13). Può un inviato annunziare la parola di Dio senza questa dolorosa prova interiore? Siamo convinti che il vangelo può essere inefficace, uguale alla pagina di un libro o di un giornale se non è reso vivo ed efficace dallo Spirito la cui azione è dolorosa come il taglio della spada? Crediamo che la fede languida, inefficace dei fedeli cristiani, lo scollamento dei giovani sia dovuto soprattutto al fatto che il nostro è un insegnamento morto che lascia i cristiani all’uscita del tempio esattamente gli stessi dell’ingresso? Forse con in più il carico della noia? Rinnovare i metodi della pastorale usando i mezzi mediatici più raffinati per diffondere la parola è inutile se non c’è una profonda trasformazione dell’inviato, perché questa parola può essere annunziata solo da bocca a orecchio. Ecco la mia risposta alla domanda iniziale: Quale futuro per la religione, per la chiesa, per la generazione che verrà? Sono convinto che nessun soggetto è attivo come l’armatura descritta dall’apostolo, efficacemente attivo, capace di migliorare la società, in una parola capace di liberare il guazzabuglio del cuore, così efficacemente rappresentato nel capitolo 15 di Matteo. Fermiamoci un momento a guardare il cristiano in piedi come l’uomo della resistenza rappresentato da Paolo. Contribuirà certamente alla formazione di quel piccolo resto che esce dall’arca e si ferma a salutare l’arcobaleno segno dell’alleanza eterna fra Dio e ogni essere che vive in ogni carne che è sulla terra (Gn 9,15). Arcobaleno che segna l’inizio di una tappa ascensionale di quel lungo e doloroso cammino dell’umanità verso il suo vero futuro.

[Seconda e ultima parte dell’articolo “Manifesto di resistenza”. La prima parte è stata pubblicata sul numero di luglio 2007]