Resistere creativamente

da “Oreundici” di settembre 2005

Beati i vostri occhi che vedono, le vostre orecchie che odono, molti profeti e giusti desideravano vedere ciò che voi vedete e non videro, udire ciò che voi udite e non udirono. Sono le parole straordinariamente dense pronunciate da Gesù riferendosi alla capacità che abbiamo non tanto di separarci materialmente dalle cose, dal lavoro quotidiano, dalla famiglia, ma di saper vedere nel nostro ambiente, nella vita quotidiana, quello che superficialmente non si vede, quello che trascende la nostra visione immediata.

Questa capacità si apprende unicamente con il silenzio. Non è importante decidere di partire partire per l’Africa, per l’America Latina o qualunque altro luogo, perché tutto il mondo è uguale. Troverete rumori da tutte le parti, contraddizioni ovunque. Comunque sia bisogna avere la capacità di trascendere quello che vediamo. La parola ‘beati’, che noi leggiamo in greco perché il vangelo ci è stato trasmesso in questa lingua, Gesù l’ha pronunciata in ebraico e nella sua lingua non vuol dire felici, ma significa “stare in piedi”, stare bene al mondo. Non possiamo fuggire da questo mondo, bisogna starci e imparare a vedere cose che la maggior parte non vede, non tanto perché manca di un principio di fede, ma perché travolto dalla vita non ha più tempo di pensare. Trovare spazi di silenzio sembra una cosa impossibile oggi. Il silenzio è così estraneo, così fuori tempo, così fuori dal nostro modo di pensare, eppure per arrivare a vedere quello che gli altri non vedono, ad ascoltare quello che gli altri non odono e quindi ad essere beati, il metodo essenziale è il silenzio. Non si tratta soltanto di silenzio esteriore, di non parlare, si tratta di fare silenzio internamente e lasciare che le cose emergano. Non si tratta di pensare ad un’altra realtà, ma di “stare” nella propria casa, nel proprio ambiente, nel proprio lavoro. Bisogna che cominciamo a vedere oltre la superficie e ad ascoltare oltre i rumori – anche quelli della televisione e dei giornali – che ci dicono che il mondo va sempre peggio, il futuro non ci promette nulla di buono, che ci saranno probabilmente degli attentati terroristici.

Da dove nascono questi rumori? Perché il mondo di oggi è così contraddittorio? Perché il nostro è un mondo idolatrico, noi non siamo liberi, viviamo come gli ebrei nell’esilio di Babilonia, sotto un padrone che non abbiamo scelto e che è un idolo: quello che Gesù chiama “mammona” e che è l’uso idolatrico del denaro. Il denaro in sé può servire per il bene e per il male e nel vangelo c’è anche il canto del denaro – ricordate la vedova che dà il suo soldino quando va al tempio e Gesù dice “com’è prezioso” perché è pieno di amore o la donna che spazza la casa perché ha perduto quello che le serviva per mangiare, spazza e cerca e alla fine va dalle amiche piena di gioia perché ha trovato la moneta perduta. Anche Carlo Marx ci aveva avvertiti: il denaro è simbolico, serve per soddisfare i bisogni dell’uomo, è stato inventato perché gli uomini abbiano di che mangiare, di che vestirsi, di che comprare un libro. Il guaio è che se ne ho di più vado oltre i miei bisogni, se ne ho ancora di più lo metto da parte perché mi servirà domani. Mi piace metterlo da parte e vedere che cresce. Alla fine finisco col lasciarmi impressionare da questa crescita e lo trasformo in un idolo. Questo denaro che da una parte cresce smisuratamente dall’altra sta spogliando altri.

Vi racconto un fatto. Una povera donna del Brasile un giorno mi dice che finalmente, dopo tanto attendere, lunedì potrà andare al lavoro, c’è una casa che ha bisogno di una domestica. E’ più di un mese che non lavora e sa che per andare al lavoro le occorrono 80 centesimi di reale, la moneta brasiliana, per l’autobus. Sono pochi e glieli dò, ma quando va per pagare il biglietto le dicono che 80 centesimi non bastano, ora serve un reale, 20 centesimi in più, così perde l’autobus e non può andare a lavorare. Allora torna da me, disperata, e in lacrime mi fa una domanda intelligentissima: “chi è che mi ha rubato i 20 centesimi?”. “Io bianco, noi bianchi, non te ne sei accorta, te li abbiamo rubati noi. Ma non ti preoccupare, poi telefoniamo, mettiamo a posto le cose, non piangere, non ti disperare”. Ma intanto quella donna ha capito che quello che fino ad un mese prima serviva per andare in centro ora non basta più e si domanda perché. C’è un ladro occulto, il mercato, che si contenta di rubare 20 centesimi ad una povera donna perché messi insieme tanti 20 centesimi fanno milioni. Questo è il nostro problema, in casa nostra abbiamo ospitato l’idolo del mercato. Avevamo pensato che la globalizzazione potesse sconfiggere la miseria e la fame. La guerra era stata una manifestazione così evidente della nostra barbarie, eravamo stati capaci di una crudeltà così organizzata, così tecnicamente precisa, che ci siamo resi conto di non essere tanto evoluti, di non essere molto cristiani, di essere più barbari dei barbari. Per questo abbiamo pensato che dobbiamo impedire che ci siano ancora guerre e per evitare le guerre non ci devono più essere persone che muoiono per fame. Perché non ci siano più persone che muoiono di fame ci deve essere un centro distributore di denaro e di beni. Se lasciamo l’Asia, l’Africa, l’India ai loro metodi tra- dizionali di coltivare la terra, la fame non sparirà; per sradicare la fame bisogna amministrare i beni della terra e solo noi siamo capaci di farlo. Ma quando abbiamo avuto il denaro in mano, quando abbiamo scoperto questa finissima tecnica di centralizzare i beni della terra, ci siamo innamorati dell’idolo e allora – dice Raniero La Valle facendo i calcoli precisi del mondo attuale – ci siamo accorti che ci sono 3 miliardi di persone umane superflue alle quali non possiamo garantire la vita. Questo è il nostro mondo cristiano.

Evidentemente dobbiamo stare dentro a questo mondo, non serve essere sempre agitati perché vivere con il complesso di colpa fa male a noi e agli altri. La proposta che nasce oggi è di stare al mondo “resistendo”. C’è un autore argentino, Manuel Benasayag, psicoanalista e filosofo, che ha scritto un libro intitolato “Resistere è creare”. Mi è parsa una proposta intelligente. Resistere è una parola che indica passività – anche se la resistenza nell’ultima guerra è stata attiva, addirittura armata – mentre creare corrisponde corrisponde alla nostra tendenza, creare fa crescere la nostra persona. Creare che cosa? Un altro mondo, un’altra vita, più umana, più evangelica. Per vivere in pienezza la nostra umanità bisogna essere creativi.

Come dobbiamo vivere allora questo tempo? La formula che corre nelle bocche di tutti è vivere pienamente il presente. E’ necessario che ci liberiamo di due cose: del passato e del futuro. Il passato, come dice una scrittrice, è come un cane che ti corre dietro alle calcagna. Dobbiamo liquidare il passato con il perdono, perdonare a noi stessi e poi agli altri. Come si fa? Con il silenzio, affrontando il silenzio e anche la paura del passato. Se resistiamo all’aggressione del passato, se lasciamo che ci graffi un po’ senza scappare, facciamo un passo indispensabile comunque sia, anche se nella nostra vita passata ci sono dei fatti che è bello ricordare. In ogni modo fermarci sul passato non ci aiuta perché ci aliena se bello, ci angoscia se negativo. Tutti quelli che hanno costruito qualcosa di importante nella loro vita sono passati per il deserto, che non è soltanto il Sahara, il deserto è nel cuore, è il silenzio interiore. Il futuro da cui ci dobbiamo liberare sono tutte quelle voglie che il mondo moltiplica continuamente. La società consumista è tutta organizzata nel creare voglie. Ogni società, povera o ricca che sia, porta dentro di sé questo groviglio di serpenti: c’è tutta una organizzazione molto abile, molto ben strutturata, che fabbrica voglie a getto continuo. C’è sempre un prodotto nuovo, diverso, che sostituisce quello di ieri, e che non risparmia nessuno, né uomini né donne, né bambini né vecchi. Questa fabbrica non può fermarsi, tutto serve a moltiplicare queste voglie. Non siamo abituati al silenzio, ad accettare il vuoto dentro di noi. E quando abbiamo cercato il vuoto è stato riempito subito da mille progetti, impegni, angosce, ricordi amari o piacevoli. Ma bisogna perseverare e poco a poco se perseveriamo, riusciremo. Questo vuoto deve accogliere lo Spirito.

Questa mattina svegliandomi e guardando la luce, ho pensato a Maria. Questa mattina mi è apparsa come un paradigma: Maria è l’umanità vuota, vergine, senza desideri, senza progetti, senza voglie, che dice a Dio “eccomi”. E la salvezza entra nel mondo. Si è parlato così grossolanamente della verginità di Maria, l’umanità è veramente vergine quando è disponibile, senza progetti. La più bella parola di Maria è: “eccomi”. Certo non riusciremo a raggiungere questo livello ma coltiviamo questa capacità di silenzio interiore che ci permette di dire “eccomi”. Per trovare la capacità di resistere a questo mondo, abbiamo bisogno di questo nuovo che nasce dentro di noi, abbiamo bisogno di accogliere.

Testo della meditazione tenuta da fratel Arturo durante gli esercizi spirituali “Interiorità, creatività e cambiamento” (San Cerbone, 26 luglio 2005).