DIO E’ GELOSO DELLA PSICOANALISI?

i binari paralleli della crescita umana e spirituale

Dio è geloso della psicoanalisi”: ho sentito spesso Arturo, soprattutto in passato, fare questa affermazione con quel sorriso enigmatico e ironico che rivela il suo essere toscano. Ogni volta mi sono chiesto che cosa volesse veramente dire: credo che volesse affermare il primato della spiritualità, e anche una certa critica allo “psicologo facile”, ma sono sempre stato convinto che Arturo riconosca quanto sia importante rimuovere i detriti accumulati dalla mente per vivere un autentico cammino spirituale. Ne ho avuto conferma in questi giorni, leggendo “La pazienza del nulla” (edizioni Chiarelettere, 2012), in cui Arturo racconta la sua esperienza del deserto, dove vi ho trovato una sintesi esemplare del cammino spirituale e della crescita psicologica che si compie attraverso l’analisi. 
Questo libro offre lo spunto per fare un parallelo tra questi due percorsi, psicologico e spirituale, nei quali la persona è accompagnata dallo psicoanalista o dal padre spirituale. Quali sono i punti in comune? Il punto fondamentale in comune dovrebbe essere il rispetto della soggettività della persona. Infelicemente a volte il padre spirituale o lo psicologo hanno un progetto o un’idea su come debba diventare la persona che chiede aiuto, e finiscono con l’arrestare il processo di emersione della sua ricchezza originale. In questi casi, invece di creare le condizioni affinché l’individualità possa emergere ed esprimersi, guidano su percorsi che corrispondono a un modello prestabilito. Come permettere alla soggettività di emergere? Scrive Arturo: “Il lavoro del maestro dei novizi normalmente è quello di scucire l’abito ormai inadatto a dare calore e sostituirlo, al termine del periodo di formazione, con l’uniforme già pronta nel guardaroba. L’originalità del deserto consiste nello spogliare il malcapitato o benvenuto ospite lasciandolo nudo”. “Il deserto” commenta nella prefazione Luigi Zoja, psicoanalista junghiano, “ci appare come tappa indispensabile di ogni esistenza cosciente della propria individualità. Chi è umano non nasce soltanto nel corpo. Per la seconda nascita, quella dell’anima, all’uomo serve l’opposto di un utero che circonda. Il deserto è una controfaccia e un complemento del ventre materno, assolutamente aperto e vuoto”. 
Evidentemente il cammino nel deserto comporta dei rischi di “frantumazione” della persona chi si avvicina al suo nulla. Nel percorso di crescita spirituale o psicologica è indispensabile avere dei riferimenti, qualcuno che accompagni con sapienza avendo fatto in prima persona l’esperienza del deserto, o del nulla. “Milad sembrava veramente come l’uomo del deserto, (…) l’uomo spogliato di tutti i travestimenti che ci vengono chiesti” scrive Arturo a proposito del suo maestro di noviziato. La grande intuizione del maestro Milad fu chiedere ad Arturo di lasciare da parte tutto ciò che avevano rappresentato il suo “vestito” – i libri, la cultura, la scrittura -, e inoltrarsi nel deserto per scoprire la sua vera dimensione esistenziale. “Non ho mai sentito dalla sua bocca la parola ‘regola’. (…) Era lui la presenza esistenziale di quelle norme che Gesù aveva dato agli inviati” prosegue Arturo. Milad non parlava mai di regole, cioè voleva far emergere la regola interna di ciascuno, commisurata con il proprio essere più profondo, la norma che Dio consegna a ogni uomo, che consiste nel prendersi cura della propria esistenza perché in essa è contenuto tutto il progetto di vita della persona. 
Quali sono i rischi che si possono incontrare in questo percorso? Al primo abbiamo già accennato, si verifica quando coloro che accompagnano il cammino psicologico o spirituale riproducono la dipendenza della persona dal desiderio altrui. L’essere umano, nell’infanzia, si struttura sul desiderio delle figure importanti che lo aiutano a crescere, e qualche volta la persona adulta continua a soddisfare per tutta la vita il desiderio dell’altro, rappresentato dalle figure che sostituiscono i genitori, che possono essere la chiesa, il lavoro, la politica, la verità ecc. Quando questi riferimenti ripetono la dipendenza della persona diventano “situazioni canaglia”, perché non permettono all’identità della persona di emergere. L’altro grande rischio si verifica quando la vita ci fa sperimentare il vuoto assoluto, per la perdita di una persona cara, il fallimento di un progetto cui si era ancorata la propria vita, la caduta di un ideale al quale ci si era votati. In questi momenti ci può essere il sopravvento delle ansie, si può cadere nel vuoto esistenziale e in esso perdersi. Il nulla che la vita, grande maestra, prima o poi fa sperimentare a tutti, può diventare il “punto zero” se riusciamo ad assumere la “consapevolezza del nulla” che siamo, senza cadere nella disperazione. È un confine molto sottile, ma se si ha accanto qualcuno che ci aiuta a ricostruire il “confine attorno al nulla”, si può scoprire l’unicità della propria esistenza senza dover più rincorrere il desiderio altrui. 
Il grande dono che nasce dall’esperienza del nulla, ce lo indica ancora Arturo parlando di Nelly, la sua amica argentina, atea, scomparsa nelle fauci della repressione militare: “Nelly stava per cedere alla tentazione di rifiutare l’esperienza del nulla, ma accettandola ne uscì vittoriosa. (…) I tre segni che colsi in lei erano l’assoluta incapacità di giudicare, l’incapacità di possedere e la solidarietà. In lei queste linee non erano virtù, non erano il risultato di una lunga ginnastica della volontà, ma il segno del suo totale radicamento nel nulla”. Chi ha fatto esperienza del nulla, chi ha consapevolezza del proprio nulla, non giudica nessuno, si scopre fratello di tutti gli uomini, si accosta alla sofferenza dell’altro senza sentirsi superiore o diverso perché sa che la sua nullità è uguale alla propria. Finché ci si sforza di “essere buoni” con l’altro che soffre, finché si asseconda un modello di vita spirituale impostato sulla rinuncia e sulla sofferenza, si resta su un piano di alienazione da se stessi e dalla autentica relazione con l’altro e, per chi crede, con Dio. L’esperienza umana e in particolare quella dei mistici è l’incontro con Dio al confine con il proprio nulla. È l’esperienza che prima di ogni cosa c’è un mistero insondabile per la nostra mente di cui si percepisce l’esistenza, qualcosa che possiamo chiamare Dio.

Don Mario De Maio

(da “Oreundici” di luglio-agosto 2012)