SENZA LEGGE NE’ DESIDERIO

“l’inconscio collettivo” del nostro Paese secondo il Censis

Il Censis, Centro Studi Investimenti Sociali, è un istituto di ricerca socio-economica fondato nel 1964. A partire dal 1973 è diventato una Fondazione. Esso svolge da più di quarant’anni una costante e articolata attività di ricerca, consulenza e assistenza tecnica in campo socio-economico. Tale attività si è sviluppata nel corso degli anni attraverso la realizzazione di studi sul sociale, l’economia e l’evoluzione territoriale, programmi d’intervento e iniziative culturali nei settori vitali della realtà sociale: la formazione, il lavoro, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti economici, i media e la comunicazione, la sicurezza e la cittadinanza. L’annuale Rapporto sulla situazione sociale del Paese, redatto dal Censis sin dal 1967, viene considerato il più qualificato e completo strumento di interpretazione della realtà italiana. Il 3 dicembre 2010 è stato pubblicato il 44° Rapporto. Il recente rapporto annuale del Censis ha descritto lo scenario sociale del nostro paese formulando delle considerazioni che riguardano le dinamiche profonde delle persone, sia come singoli che come comunità di cittadini. Per la prima volta le analisi sociologiche sono integrate e supportate da considerazioni relative alla psicologia del profondo e in particolare al modello lacaniano di interpretare le dinamiche dell’inconscio. L’affermazione che sintetizza lo stato d’animo degli italiani parla di “estinzione del soggetto del desiderio” e di “apologia del godimento immediato e sregolato”. Questa affermazione è riassunta bene nel titolo: “Un inconscio collettivo senza più legge né desiderio”, che si ispira ai termini e ai concetti della clinica psicoanalitica. Il riferimento implicito rimanda al libro di Massimo Recalcati, psicoanalista lacaniano che vive e lavora a Milano, pubblicato con il titolo: L’uomo senza inconscio (Raffaello Cortina, gennaio 2010). Ma qual è il messaggio che ha voluto trasmettere il rapporto del Censis? Certamente gli italiani hanno vissuto e stanno vivendo con molta fatica i mesi della drammatica crisi. Su questo terreno si è innestato un meccanismo di reazione che il Censis descrive con queste parole: “Ogni giorno il desiderio diventa esangue, indebolito dall’appagamento derivante dalla soddisfazione di bisogni covati per decenni: la casa di proprietà, le vacanze, ecc. Spesso tale desiderio viene indebolito dall’offerta di oggetti neppure desiderati, gli adulti sono attratti dal sesto tipo di cellulare e i bambini sono obbligati a godere di giocattoli che non hanno mai richiesto”. Parallelamente sono scomparsi gli “archetipi”, gli ideali, i modelli di riferimento, l’unica proposta pare essere quella di vivere senza norma, addirittura senza confini. Si crede che sia possibile desiderare e ottenere tutto attraverso il fare, sottovalutando o sopprimendo la possibilità di crescita dell’essere. Il Censis fotografa una società appiattita su comportamenti e atteggiamenti indifferenti, cinici, prigionieri dell’influenza dei mass media. L’apologia del godimento immediato e sregolato senza più argini simbolici significativi, il godimento illimitato si trasforma, paradossalmente, nell’unica forma possibile di legge. Con il termine godimento non ci si riferisce ovviamente solo alla sfera sessuale ma all’attitudine a subordinare ogni cosa ( la verità, i legami sociali e personali anche intimi, gli interessi generali di una comunità) al proprio godimento personale, vissuto come imperativo incoercibile. Al contrario, la caratteristica del “desiderio” è quella di essere senza oggetto, perché è slancio, apertura verso il nuovo, verso l’alterità, verso l’imprevisto. Per nascere e farsi progetto il desiderio esige di incontrare il limite, esattamente l’opposto dell’appagamento facile e immediato attraverso gli oggetti. Nella società di oggi anche il padre simbolico, luogo della legge, diviene colui che può godere senza limiti. Attraverso la bellezza apparente e l’efficienza ostentata, egli incarna l’illusione dell’onnipotenza che, in ultima analisi, rappresenta la negazione della malattia e della morte. Questa onnipotenza, che è la nuova versione del potere, esprime la negazione della dimensione finita dell’essere umano. “Il padre perde” la sua funzione ideale orientativa. Di conseguenza, a livello collettivo, la vita della polis, regolata dalla politica, non è più in grado di integrare le differenze e di comporre i conflitti. Come tornare a desiderare? La formula “rigore – ripresa”, l’imperativo di “rilanciare lo sviluppo” per non essere solo enunciati, hanno bisogno di una consapevolezza collettiva generale. Sono indispensabili espressioni di autorità morali capaci di ridare forza alla “legge”. Sono necessari processi che rilancino il desiderio individuale e collettivo per andare oltre la soggettività autoreferenziale, per vincere la sfiducia generalizzata o, come tecnicamente viene chiamato, il nichilismo. Attualmente si intravedono alcuni germi di desiderio che possono riattivare il dinamismo di questa società troppo appagata e appiattita. Gli ambiti in cui questi germi trovano espressione sono l’internazionalità vissuta come valore e aspirazione da molti giovani, soprattutto quelli impegnati in discipline quali l’economia, l’arte, le politiche di sviluppo. Pensare su scala mondiale permette a questi giovani di uscire dai vincoli del ristretto provincialismo nazionale puntando su scambi interculturali e su forme di cooperazione tra paesi diversi. Un secondo elemento è il sorgere di nuove forme di aggregazione e comunicazione, di nuove comunità attraverso internet, i social network e facebook. Il mondo digitale è la nuova piazza dove ci si incontra, ci si conosce, ci si scambiano beni e idee. La terza area in cui sorgono germi di desiderio sono le forme nuove di monachesimo. Come è sempre accaduto nei grandi momenti di crisi della storia, oggi cresce nei giovani e nelle persone mature la necessità di spazi di interiorità, di spiritualità ispirata a valori sia laici che religiosi. Il monachesimo, inteso non come osservanza e conformazione a una regola o a un modello di vita prefigurato e definito, ma come monos, unicità, diventa una possibilità di espressione del proprio “ desiderio “ in forma nuova e inedita.

Don Mario De Maio

(da “Oreundici” di gennaio 2011)