Dentro la spaccatura

Nella nuova galassia in cui è entrata la storia bisogna che l'uomo scopra di non essere padrone dei beni ma semplice amministratore

 

Il tempo autunnale fino a quello di Natale mi ha offerto un vero bagno di gioventù. Non mi aspettavo di poter essere accolto nelle scuole superiori e di poter incontrare tanto pubblico giovanile. Considero questa una delle tante eleganze del mio Amico, soprattutto perché non so ancora chi abbia preso l'iniziativa né come sia stato possibile in luoghi tanto diversi. Non potrò facilmente dimenticare i giovani di Aversa, di Noci in Puglia, di Savigliano in Piemonte, della Romagna, della Toscana, di Lucca, di Pistoia, nella immensa chiesa di San Francesco, una delle più belle chiese d'Italia in una mattinata glaciale. Eppure i giovani ascoltarono attenti. Gioia e responsabilità nello scoprire un'attesa, e un diritto della gioventù a trovare modelli di vita che scarseggiano sempre di più anche in quelle sedi che avrebbero il dovere di offrirne. Ricordo i loro interventi, le loro critiche, l'insofferenza del consumismo che li seduce e li mantiene schiavi. Il rifiuto di una religione che non risponde alle domande che sorgono spontanee dalle contraddizioni che affiorano nella loro stessa famiglia. E nonostante tutto il bisogno di credere, l'intuizione che la vita potrebbe essere diversa da quella che conducono, e insieme la paura dello sconosciuto. Il timore che le comodità affettive e tutte quelle che fanno la facilità di vivere, ostacolino l'aspirazione a raggiungere il livello di adulti e allo stesso tempo la paura che la perdita di queste comodità significhi accogliere una alternativa di sacrificio e di austerità epidermicamente rifiutate. Il bisogno istintivo di trovare un senso a vivere e l'accorgersi che il mondo degli adulti vi ha rinunziato. Non mi sono mai sentito così povero, così disarmato davanti ad altri auditori come davanti a questi giovani perché mentre davanti ad un pubblico dove prevalgono gli adulti mi sento accusatore, e mi assolvo dalle accuse talvolta irritanti, sentendo sinceramente di essere allo stesso tempo la voce della tribuna e la coscienza di chi ascolta. Qui mi sento solo accusato: anch'io sono parte di quelle generazioni che consegnano ai giovani una società assolutamente priva di etica. E insisto priva di etica, non privata da una denunzia rivoluzionaria di una moralità ipocrita preoccupata di apparire; ma per avere perduto il senso nell'adottare un progetto insensato come l'affare, il negozio, le attività che richiedono delle capacità truffaldine. Proponendo progetti di lucro come sostituti validi del pensiero politico, della preparazione pedagogica alla vita. Al posto di quei maestri che si erano logorati la vista sui libri e che ci abbagliavano per la loro cultura e sapevano dare delle risposte che giudicavamo essenziali, i giovani trovano davanti a sé modelli di successo, quelli che sono capaci di rovesciare il senso delle leggi e che dimostrano la forza di emergere da una competizione feroce, difendendo con una faccia di bronzo il diritto prioritario del proprio io.

      Ma vorrei dire ai giovani che ho incontrato che credo nella possibilità di persone buone in tempi cattivi, e su questa fede posa la mia lealtà verso di loro. Ho sempre seguito il proposito di non ingannare i giovani con frottole o con discorsi retorici fondati sulla irrealtà anche se solenne. In questo momento mi giunge il messaggio lacerante di un giovane quindicenne che devo decifrare per voi e con voi. Il ragazzo è Charles Bishof che ha rubato un aereo e ha ripetuto il kamikaze dell'11 settembre. L'establishment ha già pronto il commento: si tratta di un ragazzo squilibrato con il complesso dell'eroe. Danni minimi, un solo morto: lui. Poi affideranno a uno o più psicanalisti lo studio della personalità per tranquillizzare i sussulti sociali provocati dall'episodio insoluto, ma il fatto è un simbolo. Sapete ragazzi che l'uomo è un essere simbolico? Ma per leggere i simboli ci vuole quel tempo che le persone che si muovono intorno a voi non troveranno mai. Ci vuole un atteggiamento permanente di voler cogliere il senso delle cose e degli avvenimenti e conseguentemente il rifiuto di vivere senza senso. Charles è un buon alunno, intelligente, forse una personalità schizofrenica. Importante per voi giovani perché mette allo scoperto quello che voi vivete e che non sapete spesso tematizzare cioè mettere in termini accessibili per chi ha sempre fretta e vivendo superficialmente ha bisogno di formule semplici e chiare. E' stato coinvolto nel clima di terrore, di condanna, di compassione che si viveva in casa: l'America svegliata bruscamente, inaspettatamente dal terrore di essere fragile, aperta alle aggressioni - dunque il mondo degli adulti, l'establishment è debolissimo insicuro. Quello che fanno contro di noi è ingiusto. Il nostro Presidente ci rassicura di fare giustizia infinita. L'aggettivo è ben trovato, va al fondo dell'insicurezza, della paura, dell'angoscia. Non si impianterà un sistema di allarme che ci svegli quando l'aggressore entrerà: ma si distruggerà l'aggressore e l'aggressione per sempre. State tranquilli, continuate a vivere come siete abituati, nulla è cambiato. Piangete sui morti, ma anche loro risorgeranno con le torri e nelle torri e tutto sarà come prima.
Quante volte Charles vede passare sotto i suoi occhi questo messaggio chiuso nell'immagine trasmessa al ralenti dell'aereo che entra nel simbolo della potenza immortale e l'avvolge nella nuvola nera della morte. Guida l'aereo un piccolo uomo come Charles forse pieno di paura come lui: Charles non vede la morte, vede al di là, oltre. Il piccolo pilota ha sfidato il potere, lo ha vinto, dunque si può… E' un bambino, è un Davide nudo che avanza contro il Golia armato fino ai denti, sicuro che le sue armi sono capaci di giustizia infinita perché le armi non finiranno. Povero Bush, non sapeva di pronunziare una profezia! Ma dall'11 settembre la storia è entrata nell'epoca della giustizia: è finita quella dell'ingiustizia. Quella che ha permesso a una parte minima dell'umanità di mettere le mani sui beni di tutti spogliando della vita l'altra parte.
Nella nuova galassia in cui è entrata la storia bisogna che l'uomo scopra di non essere padrone dei beni ma semplice amministratore. Non è in suo potere decidere se è più utile investire nelle armi piuttosto che nel pane. Che esistono differenze nell'umanità di razza, di cultura, di religione, ma tutti gli uomini hanno la stessa origine e devono partecipare agli stessi diritti. In questa nuova galassia si scoprirà il Dio di Gesù, il Dio liberatore, il Dio che ha mandato Gesù ad annunziare ai poveri la buona notizia. E la buona notizia oggi può essere solo quella di uno stato universale di cose in cui sia garantita la soddisfazione delle necessità essenziali (naturali diceva Giovanni XXIII), nuove relazioni pacifiche con quelli che definiamo altri da noi, nuove forme di vivere la religione in cui non si affidi più a Dio e ai santi quello che dobbiamo fare noi e solo noi: assumere la responsabilità di fare pace e giustizia; da Dio riceviamo la luce e la forza per agire, dai santi il modello per essere solidali con tutti i poveri della terra.

     Un mio amico teologo Jon Sobrino mi addita una stella verso cui levare il nostro sguardo, la "civiltà della povertà" che vuol dire civiltà dei valori in opposizione alla idolatria delle cose. Questo concetto è pieno di sensi e invito i miei giovani amici a cominciare a pensarli e a viverli. Un intellettuale italiano mi ha fatto tornare allo sbrano dell'11 settembre e al più piccolo fatto da Charles nel grattacielo di Tampa: "Ci sono tempi in cui la speranza e il credere è nidificare nella profondità della spaccatura come la colomba del Cantico dei cantici (Ivo Lizzola)". Di lì riparte la storia.

Arturo Paoli

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