La patologia dell'Occidente

Riconoscere che l'occidente è rimasto fissato nel suo narcisismo e ha provocato l'irruzione violenta dell'altro

Alle generazioni future racconteranno che il tempo che scorreva rapido con la velocità del suono con la sola novità di produrre oggetti che saziassero i desideri per neutralizzare il bisogno di pensare un mondo diverso, l'11 settembre 2001 fu improvvisamente lacerato. Fino a quel momento la storia pareva fermata come un orologio che cessa di segnare lo scorrere delle ore. Il progetto economico politico in occidente pareva avanzare senza troppi intoppi fino a raggiungere un progressivo allontanamento della persona dalla responsabilità di partecipare ad una sistemazione delle convivenze, una fatica che si riconosceva causa di conflitti, di guerre, di quei dolorosi avvenimenti che avevano turbato il secolo concluso. Il progetto globalizzazione o mondializzazione contiene nel suo stesso senso quello di eliminare poco a poco tutto ciò che è "altro". Entra in questo altro soprattutto l'attività del pensiero, stimolata da quello che è intrinseco al suo stesso svolgersi: pensare la convivenza umana come un ente in movimento verso un meglio. E in questo muoversi è riposto il senso della storia.

La ricchezza cresce da se stessa, le prestazioni di lavoro sono provvisorie; si tratta di attendere: i cancelli e le porte si aprono senza la fatica di cercare le chiavi. Le banche fra poco saranno inutili; dal vostro letto svegliandovi, potete investire i vostri soldi dove la radio mattutina vi ha indicato la stazione di arrivo. Li vedrete crescere soli, emancipati dal lavoro manuale, e anche dello sforzo mentale di calcolare. Abbiate pazienza e entrerete in un tipo di vita felice perché facile. Voi ci starete dentro senza che ci mettiate del vostro: come in un grande hotel di lusso che voi godete senza aver partecipato in nessun modo alla sua organizzazione.

Improvvisamente avvenne qualcosa che i cineasti avevano già rappresentato per rompere la monotonia dei giorni, cercando che l'emozione sostituisse lo spegnersi del pensiero. L'occidente ha dimenticato da troppo tempo di essere solo uno dei punti cardinali. Quello che a un'ora non decisa dall'uomo è abbandonato dalla luce…. Abbiamo rimediato stupendamente, non abbiamo bisogno di questa luce: le nostre città sono più sfavillanti più vivace e allegre quando l'altra regia ha deciso di sottrarci la luce. Decisi a liberare sempre di più dei servizi di poteri occulti che non sapremmo mai sottomettere del tutto, non perdiamo più il tempo ad ascoltare i suoi messaggi come i nostri antenati facevano. In altre parole la nostra cultura non ha mai fatto i conti veramente con l'altro. Ha considerato l'alterità come un fenomeno provvisorio destinato a scomparire quando il grande io occidente si estenderà sull'altro, assimilandolo e facendolo lo stesso, "le meme" nel francese di Lévinas.

Di fronte agli avvenimenti snodati dal fatto giudicato di fantascienza, ci sono due atteggiamenti possibili: uno è quello di limitarci alla descrizione giornalistica degli eventi, e permettere all'angoscia di invaderci come un virus fino alla depressione. Oppure finalmente accogliere la diagnosi della patologia dell'occidente e riconoscere umilmente che l'occidente è restato fissato nel suo narcisismo e ha provocato l'irruzione violenta dell'altro. Questa irruzione ha certamente delle manifestazioni ingiuste condannabili; ma questo non deve nascondere la nostra responsabilità di non avere mai veramente riconosciuto l'altro tentando di assimilarlo con la religione, la beneficenza, o schiacciandolo con il nostro strapotere. Se è suonata l'ora storica del declino dell'occidente, questo si darà: non prendete questa affermazione come un atteggiamento fatalista perché è autorizzata da pensatori attenti alla rivelazione della storia, partendo dall'essenza dell'alterità la indicano come contenuto necessario dell'etica, marcata da un risveglio traumatico.

Possiamo oggi cominciare a vivere questa dimensione dell'alterità? Ormai sta entrando nella nostra cultura attraverso pensatori, filosofi come Lévinas, sociologi come Bauman, economisti vari. La cultura di domani non potrà essere più a senso unico. Indipendentemente dalla solidarietà verso le vittime, possiamo diffondere questa nuova visione dell'uomo e abituarci all'ascolto dell'altro: un ascolto non simulato ma vero, fondato su un atteggiamento di umiltà, di rispetto e di pazienza. Dalla formazione religiosa dovremmo bandire quella forma di sicurezza trionfalistica, cercando di scoprire il vero della nostra fede al di là del solenne, dell'estetico, dell'autoritario. Il più autenticamente vero è quello che ci impone la responsabilità verso i nostri fratelli anche se "altri". Dobbiamo accogliere le notizie tragiche di cui ci informano i giornali come una sfida: che faccio io perché quelli che abbiamo considerato "altri" siano accolti e ascoltati? Con l'esposizione e il vanto della nostra onnipotenza abbiamo fatto di Bin Laden il Gengiskan della storia, abbiamo ingigantito enormemente la sua figura: il nostro "io" si è proiettato sull'avversario.

Ho ascoltato da qualche cristiano autentico affermare che la carità dei cristiani (anche se non praticanti vengono dal mondo altro) soprattutto verso i bambini farà capire che, oltre agli assoluti schiavizzanti inculcati da una concezione religiosa fanatica di cui Bin Laden appare l'esponente, l'alterità religiosa è rappresentata da questo amoroso interesse. Dal mondo cristiano vi giunge senza parole il messaggio della resurrezione. Salvando i bambini, portatori della continuità della vita, vogliamo che voi "altri" da noi esistiate e siate testimoni che la vita rinasce sulle macerie che hanno travolto - e speriamo per sempre - l'io orgoglioso e solitario dell'occidente.

Arturo Paoli

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