| Che cosa ci porterà LULA |
Il cambio politico avvenuto in Brasile. Indicandoci
la strada da percorrere in compagnia di coloro che fanno la storia
Ho salutato il sorgere del sole il primo gennaio del 2003 a Rio de Janeiro. Sull'ampia avenida che fa da cintura alla spiaggia di Copacabana mi trovavo di notte fra una folla immensa in movimento. E questo muoversi permetteva che nessuno si sentisse imprigionato in un piccolo spazio: provavo la sensazione piacevole di essere fra tanti, libero non costretto.
I miei
ospiti esitavano a farmi la proposta di assistere da vicino allo spettacolo
pirotecnico "unico al mondo" per timore che mi stancassi troppo. Più che lo
spettacolo dei fuochi sentivo il piacere e la gioia di sentirmi in quel bagno
di folla, felice, in attesa non solo di un anno cronologicamente nuovo ma di
un nuovo Brasile. Come scrive il mio amico Leonardo Boff sentivo nell'allegria
della gente passare "la speranza operativa da cui nascerà il Brasile nuovo che
noi vogliamo". Nel primo pomeriggio, come tutti i brasiliani, seduto e attento
davanti a uno schermo televisivo assistevo all'insediamento di Lula. Boff con
il suo tono professorale ammoniva il Presidente di non dimenticare mai che il
popolo lo ha eletto come Lula e non come Luiz Inacio da Silva.
Conobbi Lula nel 1980 nello storico sciopero dei metallurgici al tempo della
dittatura Geisel. Il centro dello sciopero era Santo Andrè, uno dei municipi
satelliti di Sao Paulo. Il tempio metropolitano aprì le sue porte per accogliere
gli operai e proteggerli dalle rappresaglie della dittatura. Io stavo predicando
un ritiro alle famiglie della zona, vi prendeva parte l'operaio Santo Dias,
prima vittima della rappresaglia dittatoriale. Oggi è ricordato come uno dei
martiri caduti nella difesa dei diritti della classe operaia. Entrai più volte
nel tempio e mi colpì il silenzio e il rispetto con cui molti operai occupavano
quel luogo. Fuori, sulla piazza della chiesa, sostavano i gruppi dei fumatori
che discutevano fra loro. So che dom Claudio, vescovo, oggi cardinale arcivescovo
di Sao Paulo, ricevette poi severi ordini di evacuare il tempio e di mantenere
chiuse le porte. Ma erano ancora i tempi in cui le speranze annunziate dal Concilio
Vaticano II avevano il "color del verde" (Dante). Il Concilio aveva chiaramente
delineato la nostra nuova identità: da funzionari del tempio a evangelizzatori,
indicandoci la strada da percorrere in compagnia di coloro che fanno la storia.
Perché solo nella storia si scoprono le tracce del Regno di Dio.
Nel pomeriggio un compagno sacerdote mi condusse nella vicina abitazione del
leader sindacale Lula, lo trovai con una gamba ingessata e non gli chiesi se
si trattava di una frattura o di altro. Avevo altri interessi. Finalmente in
quel giorno scoprivo un'eccezione a quanto lamentato da Pio XI, ovvero che "lo
scandalo del XX secolo era rappresentato dall'allontanamento della classe operaia
dalla chiesa". Oggi è ampiamente dimostrato che si tratta dell'inverso: è la
chiesa ad avere abbandonato la classe operaia. Il collega che mi accompagnava
mi informava che Lula aveva degli amici appartenenti alla corrente della Teologia
della Liberazione e che questa visione costituiva la base della ideologia che
ispirava l'azione del leader sindacale. Questa notizia è tornata oggi su un
giornale carioca. Passai molta parte di quel pomeriggio conversando con Lula,
convincendomi delle sue qualità umane non comuni capaci di trasmettere ottimismo
e speranza.
Ritornando al nostro discorso sulla giustizia mi vengono in mente con grande
emozione, le parole pronunziate dal nuovo Presidente quando veniva portato al
suo posto di comando da una folla entusiasta e vibrante; "finche vi saranno
un brasiliano o una brasiliana che patirà la fame abbiamo motivo abbondante
per coprirci di vergogna". E più avanti: "trasformeremo la vittoria sulla fame
in una grande causa nazionale come la Pietrobras (impresa petrolifera) e la
lotta memorabile per il ritorno del Brasile alla democrazia".
Nella prima riunione del Consiglio dei Ministri il primo progetto proposto è
stato quello di dotare la forza aerea brasiliana (FAB) di dodici aerei da caccia
preventivando la spesa di 760 milioni di dollari. La proposta è stata rimandata
all'anno prossimo. Si comincia dal progetto "fame zero". Questo "si" al pane,
e quindi alla vita dell'uomo concreto, e contemporanemanete il "no" alle armi
e quindi alla morte ha un importanza politica e storica di cui è impossibile
oggi conoscere le conseguenze. Intanto significa non rinunziare al grande sogno
brasiliano di essere la maggiore potenza dell'America Latina gareggiando con
le grandi potenze del mondo; significa decidere qual è la vera autentica grandezza
e sceglierla coraggiosamente come alternativa ad altri governi militari che
hanno gareggiato con il potere delle armi. Il Brasile apre un discorso nuovo
nella storia del mondo.
I giornali ci offrono l'opportunità di mettere a confronto due presidenti: il
piccolo Lula che ascende la rampa presidenziale con umiltà fra due file di giovani
uniformati mostrando quasi il bisogno di abbracciarli uno ad uno, e il Presidente
americano in uniforme da guerra che ha alle sue spalle una truppa armata impaziente
di lanciarsi nella guerra. L'ex operaio metallurgico rimette al centro della
politica l'uomo o, sarebbe meglio dire, l'umano come soggetto di giustizia e
portatore di bisogni che costituiscono il contenuto del diritto alla vita. L'altro
è spinto dal proposito di una vendetta infinita e dalla cupidigia di impadronirsi
di energie che assicurino per sempre la superiorità del suo paese facendolo
centro del mondo. Quale dei due è destinato a prevalere sull'altro? Il piccolo
Lula è attento alle voci del suo popolo, accoglie i segni di solidarietà umana,
si ferma a guardare il volto del suo popolo. Le note veramente universali che
definiscono l'identità dell'uomo, che parevano scomparse per sempre sotto la
pesante cappa della uniformità globale, riappaiono in questa alba piena di speranza.
Bush appare come ultima espressione del platonismo occidentale, quello che pur
parlando delle realtà umane si è staccato dall'uomo andando dietro le astrazioni
da cui sono nate le dittature, i nazionalismi, le guerre, tutte quelle avventure
che hanno convinto la società occidentale che le armi sono più importanti e
urgenti del pane, della salute, dell'istruzione: in una parola dell'uomo. Bush
non ha tempo di posare il suo sguardo sul popolo reale e ascoltare la sua voce,
di cogliere i suoi veri bisogni per fare giustizia. La tecnica lo ha inebriato
d'onnipotenza svuotando le sue viscere umane di clemenza, di compassione, di
quella tenerezza che il Che Guevara affermava come compagna indivisibile della
forza autentica dell'uomo. La tecnica ne ha fatto un gigantesco robot che si
muove in una sola direzione. Lula è esponente di un popolo concreto, reale che,
a chi legge in profondità la storia, appare come guida di un continente che
ha come prima necessità quella di liberarsi. La liberazione da una dipendenza
cronica può avvenire solo staccandosi dal carro imperiale ormai inarrestabile
nella sua corsa verso quell'infinito fittizio, come lo specchio d'acqua di Narciso.
Può staccarsi solamente contando sulla forza del popolo e sui suoi bisogni che,
nella concezione neoliberista, si presentano come il principale ostacolo al
suo futuro.
L'Europa ha rinunziato a credere nella grandezza e nella vitalità dell'umano
e con l'Europa pare avervi rinunziato la Chiesa cattolica, impedita dal suo
intellettualismo teologico e dalla sua vana ambizione di primeggiare nelle diplomazie
occidentali.
La fame non è il solo problema del popolo brasiliano, c'è quello dell'istruzione,
del lavoro e altri; ma la fame è insieme realtà e simbolo che, per la sua urgenza
e le devastazioni che produce, fa apparire le qualità umane di compassione e
di solidarietà. Penso che se tutto il popolo brasiliano ascolta il messaggio
del suo Presidente si estenderà su tutto il paese un'onda di umanizzazione che
porterà il Brasile all'avanguardia di una novità che apparirà al chiudersi di
questa epoca, dominata da potenti fantasmi senza corpo, come lo stato, il mercato,
il partito. "Perché potenziare l'esercito?" ha detto Lula respingendo la proposta
di comprare dodici aerei. Il Brasile non deve allearsi con le guerre che l'America
del Nord sta per esportare in vari luoghi della terra. In queste imprese deve
perire quella parte dell'Occidente imperialista pronto a cancellare l'umanità
per impadronirsi del petrolio, dell'uranio, dell'oro, delle ricchezze destinate
ad assicurare la vita delle diverse comunità nazionali. Deve perire perché nasca
un nuovo umanesimo. Non quello che partendo dalla testa non è mai riuscito a
scendere fino ai piedi, piedi che dovevano reggere l'uomo a stare nel mondo
con sapienza. Possiamo affermare che in un futuro che speriamo prossimo non
si parlerà più di grandi potenze formate sulla superiorità del denaro e delle
armi. Questa novità politica è sicuramente affidata all'America Latina. Di questa
novità il leader può essere il Brasile se i paesi latinoamericani avranno la
capacità di scegliere l'apparente semplicità di Lula e il suo progetto pacifico,
contro l'allucinante grandezza dell'uomo di Washington. Alla Chiesa cattolica
qualcuno ha offerto di unirsi a questa vera novità politica che evidentemente
si manifesta in armonia con il Vangelo. Non sarà facile perché molti membri
di questa Chiesa sembrano conquistati dalle comodità del consumismo e dal fascino
della forza. Una parte della Chiesa fatalmente perirà nell'inevitabile naufragio
dell'impero e allora sorgeranno nuove spiritualità incarnate nella storia. Sorgeranno
nuovi movimenti caratterizzati dall'umiltà di camminare col popolo.
In un quaderno che si distribuisce a Rio gratuitamente ogni fine settimana si
parla di una rinascita della teologia della liberazione che sarebbe favorita
da questo nuovo orientamento politico del governo popolare. L'accostamento ha
suscitato in me una folla di pensieri su cui mi fermo a riflettere perché ha
qualcosa di suggestivo e di ambiguo allo stesso tempo. È fuori dubbio che oggi
una riflessione su Dio e sulla religione è solo possibile partendo dalla storia
dell'uomo. Ma i brasiliani e i latinoamericani che vogliono una nuova visione
politica devono difendere la laicità del progetto di Lula. Il progetto "fame
zero" deve poggiare su un'etica della responsabilità, della solidarietà, della
misericordia e - perché no?- della tenerezza come qualità laiche. La chiesa
ha parlato sempre di virtù formando collezionisti di virtù spesso privi d'etica.
Forse questo lungo periodo di silenzio sulla teologia della liberazione è servito
per non confondere la spiritualità della liberazione con le virtù che vengono
tradizionalmente insegnate. Questa spiritualità è assolutamente incompatibile
con la religiosità pentecostalista, carismatica, borghese (come la definisce
il teologo Metz) praticata dai movimenti di spiritualità molto diffusi nell'Occidente
capitalista. C'è da sperare che prossimamente questa spiritualità si presenti
come la pianta di fico a cui il pellegrino di Nazareth chiese inutilmente un
frutto.
Il rifiuto di accrescere il potere militare del governo di Lula è di tale importanza
storica che manifesterà la sua fecondità nel tempo. Può fare uscire il Brasile
dalla competizione per essere una grande potenza fissata nel modello occidentale
destinato al tramonto. È possibile che le grandi potenze dell'oriente come la
Cina e l'India possano trarre la lezione dall'impero americano, per fondare
la grandezza su altre basi. L'impero americano è stato trascinato da quella
tentazione oceanica di cui parla Cassano, il poeta del mare, che vede il mare
come una strada che può essere senza ritorno. La guerra infinita, secondo la
definizione di Bush, può rappresentare il cedimento a questa tentazione oceanica
in cui è entrata la tecnica. Speriamo che le potenze emergenti dall'oriente
ascoltino la lezione della storia. La civiltà occidentale sulle idee di Platone
e ancorata all'"io penso" cartesiano è approdata a credere nel potere infinito
delle armi, e a confondere la civiltà con la forza.
L'ex operaio Lula pare aver intuito quali sono i valori reali di uno stato moderno,
quali passi si devono muovere per passare da una concezione della grandezza
politica ad una concezione fondata sulla priorità concessa alla ricerca della
dignità d'ogni uomo. Ho ritrovato nel discorso di Lula quel vanto della superiorità
del brasiliano, spesso argomento di comicità quando negli incontri latinoamericani
viene ridicolizzata l'espressione "pais mais grande do mundo". Ma nel discorso
di Lula l'invito a scoprire la propria dignità nazionale e a farsi carico della
missione universale del Brasile viene dal basso, dal riconoscimento di una piccolezza
perché manifesta fiducia nella forza disarmata del popolo.
"Noi dobbiamo trasmettere il nostro progetto democraticamente in dialogo con
le altre nazioni del pianeta. Perché noi siamo il nuovo, noi siamo la novità
di una civiltà che si è disegnata nel corpo, nell'anima e nel cuore del popolo
molte volte in contrasto con le élites e persino con lo stato". Le energie che
stanno dentro la carne del suo popolo costituiscono la vera e unica ricchezza
su cui conta il nuovo Presidente. "Quando guardo la mia vita di immigrato che
viene dal nord-est, di ragazzino che vende noccioline americane e arance sul
molo di Santos che diventa tornitore meccanico e leader sindacale, che un giorno
fonda il PT (Partito Lavoratori) credendo in quello che faceva fino ad assumere
oggi il posto di guida della Nazione, vedo e so con assoluta certezza e sono
assolutamente convinto che possiamo molto di più." Spero che i brasiliani capiscano
presto il motivo profondo per cui hanno scelto come successore al professore
Cardoso l'operaio Lula. Il modello Cardoso avrebbe mantenuto il Brasile nello
stato di colonia aggregato al carro americano. Il popolo deve esigere che il
governo resti fedele alla sua promessa. "Non perderemo mai di vista che l'essere
umano è il destinatario ultimo di tutti i risultati e di tutte le trattative".
Gli Stati Uniti vogliono convincersi di essere i salvatori dell'umanità e di
avere il monopolio della liberta, di fatto hanno creato schiavitù e dipendenza,
non hanno raccolto né distribuito cultura, hanno cercato di colonizzare il mondo
con la Coca Cola e i McDonald, sostituendo la cultura con la comodità, con la
capacità di dominare il tempo. Il far presto, il togliere gli indugi, gli spazi
liberi, quegli ozi umani dove si affaccia la nostalgia di quello che è veramente
proprio dell'identità umana è stato il metodo di dominazione dell'impero. Contro
la violenza sul tempo che ha tentato di distruggere il tempo umano, il nuovo
presidente del Brasile riporta nel suo programma di governo il tempo della pazienza,
dell'attesa, che è il tempo nel quale vivono i poveri. Egli sa per esperienza
che lo spazio che intercorre fra la sua esistenza di ragazzino che vende le
noccioline americane e quello di primo cittadino del suo Paese, è un tempo lungo,
interminabile, che non si può cancellare con i prodotti tossici con cui si distruggono
le piante parassitarie, perché è con il tempo che a poco a poco emerge l'umano.
Citando il presidente operaio, egli afferma che "il cambiamento è un processo
graduale e continuo, non un semplice atto di volontà o una infatuazione volontaristica".
Bush non può perdere tempo nell'ascoltare la voce degli uomini, quanti argomenti
sono apparsi per dimostrare che la guerra è una suprema stoltezza, la decisione
meno razionale. Bush è figlio della tecnica, non può fermarsi un momento, lasciar
entrare nella sua vita un tempo umano: ascoltare e valutare questi argomenti
significa già perdere la guerra. Il suo tempo è quello della tecnica che richiede
attenzione solo verso ciò che viene dopo, un dopo che viene imposto e non pensato,
non valutato, che deve essere solo accolto.
La Corea apre un nuovo fronte, bisogna accogliere questa sfida sul piano strategico
e basta. Lula non è un intellettuale, porta con sé lo stimolo dei bisogni che
non possono essere soddisfatti subito. E ha l'autorità di chiedere la pazienza
al suo popolo, una pazienza attiva perché nasca questa grande novità di cui
ha bisogno il mondo: mettere la persona umana e la sua dignità al centro della
vita politica. La vita a New York è come uno che nuota, e se smette di nuotare
affoga. Lula sa per esperienza che sarebbe affogato mille volte se non avesse
accolto il tempo umano, quello della pazienza, dell'attesa, dell'ascolto. Il
giorno in cui si staccasse dalla solidarietà con il popolo per ascoltare gli
intellettuali che arrivassero a persuaderlo che l'etica non è compatibile con
la politica, Lula affogherebbe con il suo progetto. Il Presidente potente e
il Presidente umano devono avere la capacità di non ascoltare; ma la differenza
è evidente. Il rischio di Lula è quello di ricadere nell'intellettualismo astratto
che ha prodotto l'Occidente colonialista che ha bisogno di guerre per sopravivere.
Il rischio di Bush è rappresentato dalla nostalgia dell'umano che ascoltandola
farebbe fallire il suo progetto di dare sicurezza al popolo americano, liberandolo
dalla minaccia del terrorismo e soprattutto dalla paura di perdere il suo standard
di vita. La fame di Bush è la fame del gorilla, quella di Lula è il punto di
partenza per arrivare a conferire dignità ad ogni uomo.
Se una parte del mondo cattolico brasiliano sarà capace di accogliere la scelta
di governo come un messaggio dello Spirito e di sentirlo come denunzia lasciandosi
ferire, si può sperare che tutta la Chiesa rinverdisca e si stacchi da una spiritualità
contaminata dai mezzi mediatici e soprattutto dal tempo della tecnica. Solo
da questa sofferenza e da questa umiliazione può nascere nella Chiesa una pastorale
che guidi la gioventù ad essere protagonista nella storia.
Lula con i suoi ministri ha rifiutato la proposta che secondo molti contribuirebbe
alla grandezza del popolo, una grandezza competitiva solo generatrice di guerra.
"Il Brasile - afferma Lula - può dare molto a se stesso e al mondo". Un cattolico
dovrebbe esultare che finalmente la persona umana sia al centro di un programma
politico concreto; ma il cattolico è stato formato a conoscere e ad apprezzare
progetti astratti e ha fatto molte volte l'esperienza che nel momento in cui
questi progetti sono messi in pratica coloro che ne sono autori sono perseguitati.
Così i cattolici sono per lo più attratti da una religiosità senza impegni politici
e sociali. Quando un dottore della legge chiede a Gesù chi è il prossimo, Gesù
non tematizza, non può tematizzare perché ha scelto d'essere povero, di vivere
fra i poveri e spiega con una parabola che è il centro del Vangelo che il prossimo
è un uomo assaltato dai ladri e lasciato morente sulla strada. È successo qui
in Brasile come in altre parti che la Chiesa cattolica dominata dalla preoccupazione
dei numeri, sia stata trascinata insensibilmente nel pentecostalismo. Invece
di attrarre a sé i seguaci delle diverse aggregazioni cristiane, quelle che
in tempi di cristianità si chiamavano sette, oggi sembra convertita ai metodi
delle stesse. Le Messe show al posto della Messa "memoria passionis", ricordo
della passione di Cristo, ne sono un segno. Quel primato della persona e dei
suoi bisogni come segno inconfondibile della presenza del Regno che avviene
nella storia, sembra escluso dalla pratica pastorale affascinata dai metodi
mediatici. Pare che lo Spirito santo lo abbia affidato a un progetto politico.
Attenzione, si tratta di un metodo di governo, di una visione nuova della società,
non si tratta come nel passato di comitati assistenzialistici per vincere la
fame. Il progetto del Presidente è la dignità di ogni brasiliano qualunque sia
la sua condizione, a partire dall'ultimo posto, dal bisogno più elementare e
primario come la fame. Spero con tutte le mie forze che questo progetto resti
politico e laico, che la Chiesa in quanto istituzione non lo faccia suo incorporandolo
nella sua lunga pratica assistenzialista. Vorrei raccomandare a Lula di difendere
il progetto da quelli che vengono definiti talebani, che lo disprezzeranno mettendolo
a confronto con i grandi progetti che hanno affascinato il liberalismo di Cardoso,
attaccato al carro americano. Deve difenderlo dal clericalismo cattolico pronto
ad assimilarlo come un piatto solito che viene dalla sua cucina. La Chiesa non
ha mai saputo cogliere la forza rivoluzionaria e la novità intramontabile contenuta
nel messaggio di Dio al mondo, messaggio che non è trasmesso solo dal capitolo
25 di Matteo, ma da altre tradizioni religiose più antiche del Vangelo: "ebbi
fame e mi avete dato da mangiare".
L'uomo si trascende proiettandosi verso l'infinito e si libera da tutte le forze
regressive che lo persuadono di poter dominare la violenza con una più forte
violenza, solo assumendosi la responsabilità di liberare con la forza della
solidarietà e dell'amicizia, in una parola dell'amore. Vorrei citare a questo
proposito un libro uscito recentemente (1). Tutto questo Lula non saprà tematizzarlo,
ed è questa la sua migliore qualità, ma lo capta stupendamente perché il suo
proposito è quello di non staccarsi mai dalla comunione con il suo popolo. Ne
è una prova il suo coraggioso e fermo SI alla vita e NO alla morte. Con quest'affermazione
apre il Brasile alla speranza di essere il modello di una società alternativa,
la sola che può nascere sui campi di morte e di sterminio che la più gran potenza
del mondo lascerà come sua eredità storica. È una scelta a cui si devono unire
gli altri popoli dell'America Latina, collaborando alla sua missione storica.
Lula ha parlato nel suo discorso di rinnovare il progetto "Mercosul". L'unità
del continente può cominciare dai grandi paesi del sud. È possibile che la grave
situazione economica riesca a far tacere i nazionalismi che hanno separato questi
paesi dall'epoca della loro indipendenza. L'impegno bellico degli Stati Uniti,
che si aggraverà necessariamente col tempo, offre una buona occasione per sedersi
insieme in condizione di parità per rivedere il debito estero. È possibile che
il Fondo Monetario Internazionale deponga la sua arroganza e tratti i popoli
dell'America Latina come veri interlocutori. L'avverarsi di queste speranze
sarà lungo, difficile ma è segnato chiaramente nel destino storico dell'umanità.
Quando i potenti saranno deposti dai loro troni emergeranno gli umili. Gli Stati
Uniti non hanno nascosto il loro timore che il trionfo di Lula potesse rappresentare
una forza di unificazione dell'America Latina. Gli Stati Uniti hanno fatto di
tutto per alimentare la paura della "sovversione comunista", ma non hanno la
fantasia per accorgersi che la vera sovversione non è quella ideologica ma quella
contenuta nella crescita etica dei popoli soggetti. È veramente sovversiva,
è veramente forza efficace di cambiamento la scelta di Lula di dire SI al pane
e NO alle armi, più di tutti i progetti che si possono raccogliere dai frammenti
di ideologie sparsi ovunque, che ormai hanno dato alla storia quello che potevano
dare. Hegel ha scoperto nella sua meditazione filosofica - ed è forse la sua
intuizione più vera - che quando un progetto politico non è più abitato dallo
Spirito muore senza speranza di resurrezione. Per questo bisogna passare ad
altro. E la novità del Brasile invita i politici del mondo a riflettere.
Arturo Paoli