| Il vento di Trevi (gennaio 2004) |
Bisogno di etica e di responsabilità
Dopo la prima guerra
mondiale (1915 - 18) avvennero molte conversioni al cattolicesimo di intellettuali,
specialmente nell'Europa latina; credo per il fatto che la guerra aveva marcato
un brusco arresto della storia. Molti che si credevano innocenti, o per lo meno
pensavano di non aver commesso delitti contro l'umanità, presero coscienza che
si può essere colpevoli in tanti modi, anche fermando le gambe sotto un tavolo
e passando lunghe ore del giorno e della notte "sulle faticate carte" e allora
appare spontaneo rivolgersi a un Dio "che solo può salvarci".
Oggi la guerra non è finita ed è stata definita profeticamente infinita e chi
ne è responsabile non ascolta il richiamo alla resa dei conti. Non è possibile
che oggi l'intellettuale ritorni a quel cattolicesimo romantico, intimista,
del parroco di campagna di Bernanos; siamo in un'epoca in cui il vero bisogno
appare bisogno di etica e di responsabilità, che non mi pare sia così evidente
nel campo religioso. Non esiterei anche oggi a definire il Diario di un prete
di campagna un capolavoro letterario, ma questo cattolicesimo intimista e individualista
che si contorce negli spasimi del cuore è tramontato. Siamo in attesa di una
nuova forma di viverlo, di un'altra qualità. Quale?
Come uomo di fede riconosco che la conversione è un fatto di grazia, è come
l'apparire della luce che squarcia un cielo chiuso e nero; ma c'è anche un'attesa
inconscia nella persona, e direi un'attesa nella storia. Occorre una caduta
da cavallo per fare di un soggetto il protagonista di un'epoca nuova. Una conversione
del tipo classico di un Giovanni Papini o di un Mauriac, introdurrebbe l'intellettuale
fra i seguaci di un cattolicesimo che ha bisogno di un cambiamento radicale.
Molti cattolici seri propongono l'apertura di un nuovo Concilio. L'esito del
Concilio vaticano II ha deluso molti credenti ed è venuto alla luce come un
progetto di riforme possa risultare assolutamente impraticabile a una chiesa
impegnata in una pratica pastorale e nella diffusione di una spiritualità inaccettabili
a confronto col progetto di chiesa approvato dai padri conciliari. Può una teologia
conciliare cambiare un progetto di chiesa scelto come il più adatto al tempo
attuale, oppure bisogna partire da situazioni esterne che rendano inattuali
o addirittura negative proposte pastorali e di spiritualità? Oggi mi pare che
questo cambiamento del cattolicesimo, nel quale entra naturalmente la chiesa,
avverrà a partire dal mondo laico. E intendo per mondo laico i non credenti,
i pensatori che malgrado loro mettono nella storia delle esigenze e delle premesse
che influiranno sostanzialmente nel cambio della prassi ecclesiale.
Intanto i filosofi della linea levinassiana, da laici - e ci tengono a esplicitarlo
- trovano nella bibbia ebraica, quella dell'antico testamento, risposte a quesiti
e bisogni dell'uomo oggi, quali i concetti di alterità, di ospitalità, di critica
alla proprietà difesa spesso dalla chiesa cattolica come un dogma, di solidarietà
vissuta non come carità ma come un dato ontologico, e tanti altri valori che
appaiono quando, stando nel mondo, si guarda l'umanità dalla prospettiva dei
bisogni essenziali e dei diritti primari. La chiesa non può non trovarsi d'accordo;
ma le riuscirà difficile cambiare la prospettiva che è quella del potere e che
ha contaminato il concetto di autorità e la visione dell'uomo come anima - come
le è stata consegnata da una cultura platonico-dualista.
Il successore di Giovanni Paolo II riprenderà forse la tradizione dei viaggi
apostolici che dovrebbero avere come obiettivo una lunga visita e lunghe sedute
con i suoi esecutori, responsabili di fare la chiesa in Asia, in Africa, in
America Latina. Sarebbe meraviglioso che il pontefice al termine della visita
mandasse un messaggio di saluto al presidente, per esempio del Brasile o del
Messico, ringraziandolo dell'ospitalità ricevuta nel suo meraviglioso paese
e pregandolo di accogliere cordialmente la visita del fratello scelto come rappresentante
del vescovo di Roma per informarlo sul nostro convivio e sulle decisioni prese
per collaborare ai progetti di giustizia e di pace.
Il potere è difeso, oltre che dalle armi, da tante norme cerimoniali dirette
a creare distanza, anche se lo stesso cerimoniale stabilisce degli incontri
con il popolo che diano l'apparenza della prossimità: ho toccato la sua mano,
ho tirato il lembo del suo abito. Spesso si deve concludere che certi soggetti
di potere tanto popolari siano anche trasparenti e veri; ma di fatto credono
loro dovere non informare di tutto il loro popolo. Credo che il papa dovrebbe
chiarire che il solo vero interesse, l'affare che deve marciare bene nell'istituzione
di cui è responsabile, è l'amore fraterno che raggiunge l'intero corpo se si
parte dagli ultimi, dagli esclusi. Gesù sapeva perfettamente che a partire dal
tempio, dagli scribi, dai farisei, dagli aristocratici sadducei non si arriva
mai a quel Dio che nell'uomo Gesù spoglia se stesso e si umilia diventando simile
agli uomini che stanno all'ultimo posto ( fil 1-5).
La cattolicità della chiesa (so di dire cose non nuove) può essere una concordia
discors come la musica solo se ogni chiesa locale suona il suo proprio strumento
e se il vescovo di Roma ascoltando lungamente questo suono, lo immette nell'armonia
universale. Non sono brasiliano, ma da vent'anni mi sento membro di questa chiesa
e mi sento bruciare di umiliazione quando, pastori stranieri di nascita o fatti
stranieri attraverso una lunga immersione in una dottrina che è unica, vengono
mandati a guidare un gregge maltrattato in tutti i modi fino ad essere buttato
fuori dalla sua propria terra, unica fonte della sua vita. Il Brasile non è
più il popolo più numeroso che la chiesa cattolica possa contare fra i suoi
membri.
Un laico che si dichiara non credente osserva l'Italia con simpatia e ne coglie
un dato contingente sconosciuto credo a tutti gli abitanti della penisola. Mi
è parso strano che uno scrittore che come psicoanalista esprime una critica
fortemente negativa al cristianesimo colga questo particolare: in Italia c'è
una consapevolezza collettiva dell'essere intenti a elaborare qualcosa. Probabilmente
si tratta della elaborazione di duemila anni di cattolicesimo in un tempo molto
breve in cui l'antica cultura cristiana si confronta con la nuova; per me l'intera
cultura occidentale è lì come un microcosmo, in Italia più che in qualunque
altro luogo (1). Mi sono proposto di divulgare questo messaggio che ho colto
come una profezia, cioè un qualcosa di sotterraneo o di subfluviale che è l'immagine
più vicina alla storia che corre nel tempo. Lo stesso autore dopo un capitolo
il mio lungo duello con il cristianesimo, parlando lungamente dell'amore, esce
con questa affermazione: si presume che questo sia un pregio della religione
cristiana, la prova della sua unicità: il cristianesimo ha fatto dell'amore
il suo dio. Così per restare in contatto con il Dio della nostra cultura dobbiamo
sentire amore, innamorarci, essere amabili, amare gli altri e noi stessi secondo
il comandamento, e l'amore diventa un enorme problema, il principale obiettivo
dello sforzo terapeutico(1).
Dunque noi italiani, i nostri pensatori parrebbero essere al centro di questa
elaborazione di una religione universale, o, se questo crea prurito nelle orecchie
dei filosofi italiani, diciamo di una nuova cultura universale, che noi credenti
chiamiamo ecumenismo. Il Concilio vaticano II metteva nelle mani del papa varie
riforme: la chiesa cattolica universale come comunità di chiese. La proposta
poteva essere vista come il contenuto programmatico del servizio petrino, oppure
come un assalto satanico all'unità della chiesa. Al papa la risposta. Per impedire
che questa proposta dello Spirito santo avesse conseguenze diaboliche, cioè
di divisione, il papa doveva uscire dal Vaticano e farsi centro visibile di
comunione e di unità con la sua presenza fra i fratelli della chiese.
Da giovane sono stato frequentatore di teatri d'opera e, secondo un'abitudine
innata, sono sempre arrivato assai prima dello spettacolo, e assistevo ai rumori
che arrivavano dall'orchestra, perché i vari strumenti cercavano gli accordi
prima che, dopo un breve silenzio, apparisse la bacchetta del direttore e cominciasse
la grande suonata. Questo mi pare essere il ministero petrino, e Giovanni Paolo
II lo ha intuito perfettamente, solo che i suoi viaggi sono entrati nei circoli
del potere che hanno costretto il papa ad essere ricevuto come capo di stato
ed essere nel potere del cerimoniale. E allora bisogna apparire al balcone accanto
al tiranno Pinochet o nei poster mettendo l'eucarestia nelle mani sporche di
sangue dei militari argentini. E alla Conferenza nazionale e continentale dei
vescovi è tolta quell'unità collegiale che dovrebbe essere quella di scegliere
pastori del proprio paese senza nessuna influenza estranea, nemmeno quella di
Roma che deve dare l'investitura allo scelto.
Nessun personaggio come il papa avrebbe potuto dare un colpo deciso al potere
manifestando che il suo unico interesse è la chiesa che deve svolgere, nella
variabile storica, il programma unico che il Fondatore ha annunziato nella sinagoga
di Nazareth. Il progetto di chiesa del Vaticano II avrebbe rafforzato il cattolicesimo
e messo in evidenza l'insostituibile importanza del vescovo di Roma come centro
di unità mantenuta non con i documenti sempre meno letti, ma mediante la presenza
fisica del garante dell'unità. Meno visibile al gran pubblico e per questo più
essenziale e necessario. I documenti sul ministero petrino sarebbero stati inutili
perché vissuti oltre le parole. Hillman parlando del dio amore dice che la risposta
è l'innamoramento, e subito come terapeuta si accorge di aver toccato un tasto
delicato.
Ho pensato molte volte che un 'scelto' deve essere un innamorato e i profeti
della bibbia ce lo mostrano senza infingimenti. C'è certamente il rischio cui
allude lo psicanalista delle patologie. E oggi, dove i media frugano tutte le
oscurità, molte di queste patologie sono state impietosamente date al pubblico.
Come ha reagito il centro? Tornando al metodo platonico di mettere nella testa
un peso tale che facesse gravitare la carne su questo centro. Oppure sacralizzando
talmente il sacerdote e facendolo distributore di cose assolutamente e unicamente
sacre, da farne un intoccabile. Io rivolgerei timidamente una domanda. Avete
mai ascoltato in una favela o fra i baraccati la storia di una donna povera?
Violata dall'infanzia da un secondo o terzo uomo della madre, gravida a quattordici,
quindici anni, diventata oggetto di sfruttamento di tutti i generi, non è lei
che crea in noi messaggeri del vangelo quel misterioso unico innamoramento,
spogliandoci dalla rapacità e dall'egoismo del maschio? Avete ascoltato la storia
di una bambina o di un bambino che ha passato una notte di terrore in un hotel
insieme a un uomo elegante che nella hall dello stesso hotel appare un signore
meritevole dei rispetti e di quella accoglienza che gli hotel di lusso riservano
a questi briganti vestiti da gentiluomini? Vi potrebbe passare per la mente
di caricare di altre profanazioni queste vittime della lussuria che è uno dei
tanti prodotti di questa società così ricca di oggetti e così vuota di valori?
Credo che più che ministri del culto rivestiti di sacralità o dottori e maestri
di spirito, coloro che vogliono essere i testimoni del Cristo dovrebbero sentirsi
come Lui salvatori; ma non di una salvezza invisibile e incomprensibile ma di
una salvezza che si estende sulle piaghe concrete dell'umanità. E l'innamoramento
allora si può salvare dalle patologie a cui ognuno di noi in quanto essere di
carne è esposto. Ritornando al vangelo scopriamo che Gesù ha ripetutamente mostrato
le piaghe del suo corpo, ha voluto che i suoi continuatori infilassero le mani
nei buchi prodotti dai chiodi e dalla lancia. Possiamo dimenticare questo e
cercare metodologie pedagogiche e formative solo nei distillati del pensiero
e negli aristocratici convegni di psicologia, psicopatologia e affini? A questa
richiesta di mettere le mani nelle piaghe continuiamo ad essere invitati anche
noi.
E penso che l'innamoramento, senza il quale ogni nostra parola e ogni nostro
gesto restano vuoti e inefficaci , si può salvare dalle patologie se si accoppia
alla responsabilità di rendere attuale quella salvezza del mondo per il quale
il Cristo è morto sulla croce, nel luogo dove muoiono gli esclusi e gli emarginati
dalla società.
Arturo Paoli