Relazioni, cammino di libertà


Una domanda che unifica storie diverse

Sto per lasciare l'Italia e imbarcarmi alla volta del Brasile, portando con me una folla di volti, di storie che mi riprometto di svolgere come le pagine di un album di foto e di accogliere nelle lunghe ore di silenzio che spero mi conceda il nuovo soggiorno. Non vado per riposare, ma ridurrò lo spazio e cambierò il mio andare nell'accogliere.

Mi accompagna il ricordo dei giovani di Napoli, di Lucca, di Bergamo, della Puglia, del Piemonte, delle Marche cui ho avuto la gioia di trasmettere il messaggio di speranza, e di cui mi è giunto profondo lo sguardo interrogante e inquieto diretto verso l'oltre, il futuro, l'ignoto sconvolgente. Non è vero che il periodo della giovinezza sia il più lieto. Forse i giovani mi cercano perché intuiscono la mia solidarietà nella loro ricerca, la comprensione di una sofferenza che pochi adulti sono in grado di capire. La porto con me da una piccola comunità terapeutica dove mi sono seduto in un circolo di giovani che silenziosamente mi trasmettono l'accusa di essere stati travolti dentro un'accelerazione del tempo insostenibile per la loro fragilità. Mi accusano di assenze che non sanno definire ma che pure pesano su loro, non sanno da quale parte e da chi doveva giungere il senso del vivere di cui si sono scoperti sprovvisti. Di una protezione che hanno rifiutato come inadatta. Probabilmente qualcuno che doveva dare un "uovo ha dato uno scorpione" come è scritto nel Vangelo. Una giovane seduta acconto a me mi lancia un appello che continua a percuotermi dentro: come troveremo la forza? Una domanda semplice apparentemente simile a quella che sorge alla chiusura di tutti i miei discorsi: che cosa possiamo fare? Ma questa è radicalmente diversa. Tutti gli sguardi si concentrano su lei; è una sola domanda che mi trasmettono i volti nel circolo. Una domanda che unifica le storie diverse, l'accettazione dell'essere lì o il progetto di fuggire, di tornare indietro: come trovare la forza? Questo è il solo il vero bisogno. Sono convinto che solo l'amore può essere questa sorgente sconosciuta, ma non posso dirlo perché cadrebbe come una risposta che mi permette di assolvermi. So che devo lasciare aperta la ferita di questa domanda: l'amore nasce solo nella povertà, la sola solidarietà è condividere il silenzio a questa domanda. Il Dio della Bibbia è povero perché non risponde mai ai nostri angoscianti perché: l'unica risposta che ci giunge è "io sarò con te".

Ho vissuto anche molte storie esaltanti di giovani che riescono ad emergere cercando la loro autonomia nel liberarsi dalla folla di offerte del mondo commerciale che, per produrre e vendere, ha bisogno di trovare i metodi di ridurre le persone ai tre movimenti, prendere - consumare - gettare. Ripenso ai giovani che sono venuti a Spello a vivere con i fratelli una settimana dividendo il tempo nel silenzio, nell'orazione e nel lavoro contadino. Quei giovani stanno entrando nella crisi della nostra cultura che coinvolge il cristianesimo, le parrocchie, la scuola, la famiglia: è la crisi della cultura di ascendenza greca che porta in sé il disprezzo della materia, la separazione dal reale, dal visibile, dal contingente. Le conseguenze oggi pesano sempre più sul nostro vivere. Tutti gli eccessi, le deviazioni nel comportamento sessuale appaiono a un osservatore profondo e attento come incapacità di usare il corpo. La chiesa ha insegnato morale non etica, cioè comandamenti, prescrizioni, non ethos, costume di vita. Il perché è molto chiaro non si è rivolta all'essere umano, ma all'anima. La cultura greca non le ha affidato la persona che vive nel mondo in un intreccio di relazioni da cui non può mai staccarsi nemmeno nel più remoto deserto. Forse non abbiamo mai pensato in maniera realistica che proprio nel deserto il nostro modello di uomo Gesù si trova a dialogare con le sue relazioni: gli altri, le cose, il proprio corpo. La scelta è essere dominatore, schiavo, o fare delle relazioni un cammino di libertà. I programmi pastorali, persino le norme procedurali seguite per la proclamazione dei santi, appaiono a chi le osserva con attenzione basate su una visione dualistica della persona. I santi non sono giudicati come esseri che sono nel mondo ma come anime che prescindono dalle relazioni che vivono corporalmente. Anche nelle forme più volgari, nelle relazioni sbagliate che si esprimono in azioni demenziali, quando la passione spinge al delitto, appaiono esseri umani che non sono mai vissuti veramente dentro il proprio corpo. Per cui una spiritualità astratta, un culto fine a se stesso diviene sempre più anacronistico e quindi necessariamente rifiutato.
Una mamma che ho incontrato recentemente mi diceva che il figlio sedicenne nelle ultime vacanze scolastiche ha dichiarato di non voler più andare a messa, è andato a fare il muratore e, con i soldi che ha guadagnato, è andato in viaggio incontro a mondi diversi. I giovani scoprono, quando si staccano dalle tradizioni familiari e dallo schiamazzo assordante del mercato, i loro bisogni reali che sono in relazione alle crisi del nostro tempo, la religiosa prima di tutto, la politica strutturale e quella del pensiero. L'identità sono le relazioni: le mani devono imparare l'uso delle cose, i piedi devono muoversi verso gli altri. Certo c'è il rischio di dimenticare l'anima; ma ad ogni modo non c'è altra partenza se non dalle rovine di cui le generazioni passate hanno ricoperto la superficie della terra. Il rischio di perdere quel supplemento di anima senza il quale la generazione montante continuerà ad accumulare rovine, è certo. Ma come uomo di fede, rileggo il libro di Tobia e credo fermamente che la riserva di guide non sia esaurita. I genitori credenti hanno perso l'uso di chiederle, forse fidandosi troppo di sé e dimenticando che la partenza del figlio è un avvenimento ontologico, strutturale, la storia raccontata nel capitolo 15 di Luca è del giovane di ogni tempo. Il ragazzo torna solo ma non si è accorto che il padre gli ha messo accanto il compagno invisibile pregando con il cuore lacerato dall'assenza. Non mi piace rimpiangere il tempo che fu, ma credo che molti genitori di un tempo preferissero ricorrere a questi angeli-guide piuttosto che mantenere sotto la loro protezione i figli oltre il tempo che la natura concede loro. Oltre questo tempo la protezione è piuttosto egoismo che amore vero.

Arturo Paoli

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