| Dalla parte dei poveri - da un articolo di Maurizio Chierici su "L'Unità" del 31 dicembre 2005 |
Una
delle voci profetiche che si è espressa nel Concilio della modernità, a cui
dobbiamo sempre attingere per intendere il cammino del Regno nella storia, ci
trasmette questo messaggio: la Chiesa ha bisogno urgente di una povertà culturale,
certamente non come ignoranza, ma piuttosto come rinunzia al geloso possesso
di un sistema concettuale costruito e chiuso, per porsi invece in un atteggiamento
di disponibilità verso tutte le culture egualmente capaci di ricevere il messaggio
evangelico e di dilatare gli orizzonti della fede. La Chiesa cioè avrebbe dovuto
accettare di essere povera e di rinunziare a proporre l'evangelo rivestito di
una sola determinata formulazione culturale non essenziale rispetto al messaggio
stesso, ma anzi talora causa d' incomprensione, come già ripetutamente accaduto1.
L'intervento è del cardinale Lercaro, che rappresenta il gruppo bolognese di
Dossetti, Alberigo e altri, che ha avuto un'importanza singolare nello svolgimento
del concilio. La dichiarazione è di eccezionale importanza; essa si manifesta
soprattutto nello svolgimento del tempo che trascorre dalla chiusura del concilio.
L'importanza si chiarisce nell'indirizzo generale e costante seguito dal pensiero
filosofico nell'occidente dopo la dichiarazione della morte della metafisica,
che lascia la Chiesa sola fissata in questa sua ricchezza, totalmente svalutata.
Perché il pensiero metafisico non è stato solo il rivestimento del Dio rivelato
nella Bibbia ma delle monarchie assolute, della verità che ha mandato ai roghi
generazioni di eretici, dello stato che ha acceso di nuovo il fuoco nei forni
per distruggere milioni di esseri umani e ha scavato le fosse staliniane. E
oggi è lo stesso assoluto che genera la scellerata globalizzazione col diritto
di affamare milioni di esseri umani, per mettere nelle mani le risorse economiche
per fabbricare le armi di un potere distruttivo sempre maggiore. Dopo la fine
della metafisica che è il metodo di pensare, trasferendo tutta la realtà nell'invisibile,
come parlare di Dio? E l'alternativa alla morte della metafisica non è fatalmente
una rinunzia alla verità, creando come alternativa una confusione infinita?
Alla prima obiezione rispondo semplicemente con alcuni versetti di Isaia promettendo
di tornarci su: Ecco il Signore Dio viene con potenza… come un pastore che fa
pascolare il gregge - e con il suo braccio lo raduna - porta gli agnellini sul
seno - e conduce pian piano le pecore madri (Is 40,10-11). E' questo il Dio
di Gesù e finché non abbiamo trovato questo Dio nel nostro itinerario spirituale
significa che siamo fermi davanti a idoli creati dal nostro orgoglio o dalla
nostra paura, oppure nei rivestimenti razionali tolti dagli a r m a d i dei
greci. Nei versetti di Isaia appaiono insieme potenza e tenerezza, due attributi
che in Dio non si contraddicono, perché il potere di Dio non si può mai confondere
con la violenza o con l'egoismo come nell'essere umano: si può definire come
la forza dell'amore. E' la scoperta di Gandhi che sente Dio come la fonte di
un impegno di giustizia da realizzare con la sola forza dell'amore. La verità
astratta metafisica è sotto accusa non solo per la globalizzazione, sistema
che svuota i beni della terra, di cui il simbolo è il denaro, del loro unico
senso di soddisfare i bisogni essenziali dell'uomo per farne un valore in sé,
cioè un feticcio. Ma, risultato ancora più grave, consente progetti e guide
di spiritualità che trascurano l'economia, lo strumento più diretto per creare
concretamente vita o morte, giustizia o la sua negazione. I grandi responsabili
della fame nel mondo possono accedere facilmente ad alti gradi di spiritualità
cattolica, facendo parte di movimenti che solo chiedono delle percentuali per
mantenere iniziative di carità - elemosina. La tragedia del popolo credente
attualmente è vivere nella idolatria senza difesa, perché chi ha la responsabilità
e il dovere di difenderlo, è mantenuto fuori dall'arena dove si gioca veramente
l'epico duello denunziato da Gesù: o Dio o mammona. Nel vangelo si presenta
Dio come relazione dinamica: mio Padre opera senza interruzione e così faccio
anch'io (Gv 5,17) e non è una allusione alla lontana settimana della Genesi
che racconta in maniera semplice l'emergere del cosmo dal caos. Qui si tratta
dell'operare permanente di Dio con le mani dell'uomo. E' l'uomo Gesù che di
sabato trasmette la vita ad esseri umani esistenti nei quali la vita che discende
dal Padre è mortificata o fisicamente o psichicamente o spiritualmente. Non
troverei una parola più adatta di questo verbo mortificare per significare la
presenza della morte in un essere che c'è, che vive con i piedi fermi sulla
terra. Mi viene sempre alla mente quel capitolo di Levinas il y a - c'è, che
parla dell'essere in sé assolutamente insignificante pensato fuori dalle sue
relazioni concrete. Molte persone ci sono, perché si muovono, respirano, occupano
uno spazio ma sono inutili, chiuse in se stesse, non trasmettono vita. Lo scendere
dal cielo della metafisica, dalla contemplazione degli assoluti non termina
necessariamente nel perderci, ma significa affrontare tutte le responsabilità
dell'essere qui, con i piedi sulla terra, tra gli altri: la commedia comincia
qui - scrive Levinas - con il più semplice dei nostri gesti. Gesù volutamente
scandalizza operando di sabato perché l'immobilità, il chiudersi in se stessi,
il rifiutarsi alla relazione, il non ascoltare l'altro è fermare il passaggio
della vita. E la vita si qualifica verità viva nella relazione della persona
con l'altro: Certamente io uccidendo posso raggiungere uno scopo, posso uccidere
così come vado a caccia, come abbatto un albero o un animale; ma proprio allora
io ho colto l'altro nell'apertura dell'essere in generale come elemento del
mondo in cui mi trovo, l'ho percepito all'orizzonte. Non l'ho guardato in faccia,
non ho percepito il suo volto… essere in relazione con l'altro faccia a faccia
significa non poter uccidere (2). Lo spazio metafisico ha permesso al mondo
cristiano di togliere Gesù dal faccia a faccia e di pensarlo solo alla destra
del Padre. Classificarlo come onnipotente è negare la prossimità di cui parla
Dussel come avviene ai due religiosi della parabola del buon samaritano. Guidati
dalla legge vanno verso il tempio e non vedono l'altro, forse pensano di soccorrerlo
con la compassione e la preghiera. E così collocando i veri valori e le vere
responsabilità nella lontananza abbiamo permesso all'idolo sterminatore del
mercato di stabilire il suo trono fra noi. L'essere come valore assoluto è stato
processato nel vangelo che lo ha fatto verità nella relazione asimmetrica con
l'altro e con la terra. Il linguaggio filosofico di Levinas non mi è parso assolutamente
nuovo per la mia stretta intimità col vangelo. La persona umana è liberata dalla
chiusura nell'essere solitario solo dall'apparizione, dal faccia a faccia del
volto affamato, nudo, indifeso. E questo incontro violento marca la relazione
con un terzo, con l'Altro (la maiuscola è di Levinas), l'Altro è il trascendente,
la nonviolenza di Gandhi, di Capitini, vera solo se diventa atto concreto e
se allo stesso tempo l'atto concreto resta aperto sull'infinito, se trascende
tutti i limiti. Per un seguace del Maestro è chiaro l'Altro, colui che è dentro
alle parole: quello che avete fatto a uno dei più piccoli di questi miei fratelli
lo avete fatto a Me (Mt 25). Nel numero del 30 novembre de Il Manifesto trovo
la recensione dell'ultimo libro di un autore che ho citato in articoli precedentemente
pubblicati su Rocca, Miguel Benasayag, un argentino uscito sconfitto dalla resistenza
alla dittatura militare, sconfitto ma non vinto. Da resistente contro la dittatura
a resistente alla globalizzazione economica. Con la sua notevole carica umana
suggerisce una resistenza nonviolenta nel miglioramento delle qualità della
vita, facendo appello alle risorse umane come in altre sue opere: relazioni
affettive, legami di amicizia, reciprocità, opposizione alle forze mediatiche.
Ma questo appello può essere preso come un esercizio, come uno yoga: ottimo,
ma politicamente insignificante se confrontato con la dura disciplina della
nonviolenza nel progetto di Gandhi. O ancora meglio con la scelta relazionale
proposta dal vangelo nel citato capitolo di Luca. Il samaritano non compie un
atto semplice come sarebbe stato rialzare il ferito, metterlo sul bordo della
strada, rianimarlo e… abbandonarlo al suo destino. Diviene ostaggio del ferito,
si trasforma, è come se mettesse la sua vita in una direzione altra. Il vangelo
ce lo dice con una parola semplice e immensa allo stesso tempo: è diventato
prossimo. Si è messo sul cammino infinito. E' l'altro che trasforma la qualità
della vita. Un credente trova questa trasformazione dotata di una logica stringente
molto più chiara delle famose prove dell'esistenza di Dio e di tutti i rivestimenti
che nascondono il vero Gesù rapito dalla strada e collocato nelle varie regge
d'oro. Dall'inquinamento della vita ci libera solo l'altro che incontriamo e
che ci mette su un cammino di responsabilità. Questa relazione è resa forte,
sicura, permanente da quell'Altro che sta nel profondo di tutte le scelte che
faremo lungo il percorso della vita. Nella grande tradizione benedettina appena
spunta l'alba il monaco è invitato ad ascoltare la voce: ascoltate oggi la sua
voce canta il salmo 94 - non indurite il cuore come nel deserto - non vi lasciate
tentare. La voce di chi? Penso spesso con molta gioia, come il vangelo ha ipotizzato
molti secoli prima, quello che oggi il pensiero umano sciolto da preoccupazioni
religiose sta scoprendo. Il sacerdote è fissato in una verità astratta a cui
obbedisce ciecamente confondendola con la verità concreta, il levita studioso
pensatore è l'immagine del laico sicuro della verità che coglie nello stesso
spazio fuori dalla realtà. Il terzo, il samaritano, coglie la verità nel lamento
di quell'ignoto nudo giacente sulla strada assaltato non da tigri o cani rabbiosi,
ma da elegantissimi banchieri o titolati politici. Nell'aria tranquilla di un
ufficio climatizzato hanno deciso di toglierlo dal mondo perché appartiene al
numero degli esseri esuberi, fuori da quella quantità di esseri in cui hanno
deciso di fissare la crescita dell'umanità. Il fatto nuovo che ci consola è
che ormai la persona umana, tolta dall'immagine creata dal pensiero metafisico,
è stata messa sulla strada davanti alla decisione: o diventare responsabili
del futuro della vita, o complici di una progressiva distruzione che potrebbe
segnare la fine della storia. 1. Giuseppe Alberigo, Breve storia del concilio
Vaticano II, Il Mulino Bologna, pag. 11 2. Emmanuel Levinas, Tra noi, Jacabook,
pag. 39