IL
PROGETTO DI "AMORIZZARE IL MONDO". O LO FAVORIAMO O COSTITUIAMO
UN OSTACOLO
da "Oreundici" di febbraio 2005
Riprendo il discorso sull'Eucarestia al sorgere del sole nel quinto
anno del secolo, chiedendo allo Spirito di Gesù di far giungere
alle orecchie del Padre il gemito dell'umanità che è restata senza
casa e senza gli esseri amati nel paradiso terrestre asiatico diventato
in pochi istanti terra di morte. Questo gemito ha battuto al nostro
cuore cristiano. Ma la stessa pietà cristiana non si è estesa sulla
Palestina, sull'Iraq, sui bambini mutilati, sui trentamila bambini
che muoiono di fame ogni giorno, su tutte le vittime di quel demoniaco
potere che abita il cuore dell'uomo. L'intenzione di spengere al
più presto questo gemito e allo stesso tempo mandare avanti il programma
di lanciare contro popolazioni inermi armi accresciute di potere
distruttivo, è il segno della presenza demoniaca sulla terra. L'umanità
cristiana che marca un giorno di lutto per la solidarietà verso
le vittime dello tsunami e allo stesso tempo tace rassegnata al
progetto guerra infinita è quella stessa a cui Paolo rivolge la
sua condanna: chiunque in modo indegno mangia il pane e beve il
calice del Signore sarà reo del corpo e del sangue del Signore…
chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore mangia
e beve la propria condanna (1Cor 11,26 segg.).
Penso al mio lontano passato quando la Chiesa terrorizzava gli adolescenti
proibendo di ricevere il corpo del Signore se si fossero trattenuti
su un pensiero impuro e peggio se fossero arrivati all'atto della
masturbazione, e mi rendo conto che viviamo tutti in mezzo a cuori
devastati da propositi di odio verso i fratelli. Un odio camuffato
da giustificazioni varie, terrorismo, eliminazione del male, difesa
della nostra integrità religiosa. Con il pretesto di difendere Dio
che nessuno ha visto o può vedere, continuiamo ad ucciderlo nella
carne del Cristo che è qui sulla terra, fra noi nel suo infaticabile
operare per realizzare la verità nell'amore. Questa incapacità radicale
del cuore umano di essere vero, perché capace di camuffare il proprio
egoismo con atti di generosità, è drammatico e ha conseguenze disperanti.
E' un aspetto peggiorato del farisaismo così ripudiato dal Cristo,
che si trova di fronte all'impotenza di distruggerlo. Il farisaismo
moderno appare più complicato con atti e scelte che ostacolano evidentemente
il progetto di pace e di giustizia che Gesù definisce regno di Dio.
C'è speranza per il futuro dell'umanità? L'Amico mi consola concedendomi
di vedere il domani anche se nell'opacità del tempo. Intanto ho
la sicurezza che il pensiero ha dato una svolta e non potrà più
tornare indietro. I pensatori che sono anche i progettisti della
società, sono scesi sulla strada e si fanno compagni di tutti gli
stranieri e, mettendosi con loro in cammino, ascoltando le loro
storie, sentiranno che un Altro diverso cammina in questa fila.
Qualcuno sicuramente sentirà il cuore battere di un palpito nuovo
e insolito (1). Penso con gioia che i teologi, privati del servizio
dei filosofi (philosophia ancilla theologie) dovranno abbandonare
i loro telescopi puntati su Dio, su Gesù, sulla carnale Eucarestia
e cambiare sostanzialmente il loro metodo di ricerca. Cominceranno
ad interessarsi del Gesù raccontato, di colui che ha abbandonato
la condizione divina per realizzare un progetto terreno, universale,
qui ora. Ne nascerà una cristologia come investigazione del senso
che ha oggi il progetto regno. Gesù sarà accolto, amato, ascoltato
come progetto. La nostra risposta sarà un semplice eccomi piuttosto
che canti sdolcinati e irreali che si dirigono a un Gesù evanescente
che sfuma tra le nuvole di incenso. E allora sarà necessario fare
chiarezza su questo progetto di amorizzare il mondo e nessuno sarà
più innocente: o lo favoriamo o costituiamo un ostacolo. Il posto
di Tommaso d'Aquino sarà necessariamente occupato da un economista
che ci spiegherà chiaramente come attraverso scelte economiche realizzate
con un computer si possono immettere nell'umanità dinamiche di morte
o dinamiche di vita. Il fiorentino Chiavacci ha anticipato questo
avvicinamento, o meglio matrimonio, fra teologia ed economia che
non avverrebbe per un decreto della Congregazione romana che impone
il cursus studiorum ai seminari, ma come segno dei tempi che Gesù
in una esplosione indignata dice di accogliere come manifestazione
storica del regno. Se in carica ci sono gli sfruttatori dei poveri,
gli assassini a piede libero con cravatta e un completo impeccabile,
laici e credenti che vogliono vivere nella verità potranno puntare
il dito contro di loro e unirsi per deporli dal loro trono. Ecco
uno dei primi risultati della morte della 'filosofia - concetto'
e della sua rinascita come etica.
Per tornare all'Eucarestia, che ho deciso quest'anno di mettere
al centro della mia preghiera e del mio studio, mi auguro che l'attenzione
dei teologi non si posi più sulla presenza reale ma sul cuore dell'uomo
che deve accogliere la carne e il sangue del nostro fratello Gesù.
E questo cuore deve rinunziare alla sua innocenza e chiarire se
farà del male ai fratelli conservando progetti contrari al regno
o se accoglierà pienamente le possibilità che offrono i tempi di
far avanzare il regno di Dio. Prima è necessario far crollare l'idolo
dal piede di terracotta con il quale Gesù ha dichiarato incompatibilità
assoluta ed eterna, o Dio o mammona. Forse sarà necessaria la grande
carestia accennata nel capitolo 15 di Luca perché l'umanità cominci
a trovarsi nel bisogno e il figlio che si è creduto libero grazie
al potere del denaro che lo aveva emancipato, si renda conto che
il vivere non è accumulare denaro e andarsene in una regione lontana
per sfuggire al controllo dei fratelli, non è vivere sugli altri,
ma è convivere. Allora i movimenti appariranno totalmente antistorici,
come una vampata di un giornalismo senza radici, come la truppa
messa a disposizione di Roma per fermare la riforma della Chiesa
(2) e, aggiungerei, per non perdere l'innocenza di usare il denaro
senza chiedersi se questa libertà non sia pagata dalla fame dei
bambini nel Terzo mondo.
Voglio finire comunicandovi la gioia di avere capito profondamente
due espressioni di Gesù: come infatti il Padre risuscita i morti
e dà la vita così anche il Figlio dà la vita a coloro che vuole.
Il Padre infatti non giudica nessuna ma ha dato tutto il giudizio
al Figlio (Gv 5,21 - 23). La vita che scende da Dio si qualifica
secondo l'uso che ne fa l'uomo. Può essere una energia umana guidata
dall'amore che è verità o trattenuta dall'egoismo e finire in una
pozzanghera fetida. Questo avviene qui sulla terra e il giudice
può essere solo un Uomo che vive con gli altri uomini qui sulla
terra. Il vangelo di Giovanni ci mostra continuamente un Gesù uomo
fra gli uomini in cui sono calati i poteri di Dio. Penso agli interventi
apparsi nel dibattito su 'Repubblica' Perché non possiamo non dirci
laici a firma di Giuliano Amato e di Arrigo Levi che, parlando dei
credenti, affermano che hanno una marcia in più dei laici. La mia
opinione, frutto di preghiera e di lunga riflessione, è questa:
oggi siamo in grado di capire meglio Gesù, e il Gesù ebreo e il
suo progetto regno di Dio, che si deve svolgere nella piena e libera
laicità, pur essendo allo stesso tempo quel sogno che Dio ha messo
nelle mani del figlio Gesù. Questa è la sola verità dell'uomo, indipendentemente
dalle sue qualifiche e dalle sue scelte politiche e religiose purché
siano scelte. Questa verità si illumina nel tempo in cui gli uomini
di pensiero hanno messo i piedi sulla cruenta polvere (Manzoni)
e si sono accorti che comprendere l'uomo è il primo e irrefutabile
compito del filosofo ed è la determinazione storica del soggetto
della propria finitezza e accettazione ad essere dentro la storia
in maniera ineludibile (3). Questa verità, apparsa nel tempo che
lega l'uomo alla sua responsabilità, secondo me è un segno dello
Spirito che rinnova continuamente la faccia della terra ed è come
un vento che tu non sai da dove viene e dove va. Su questo sfondo
chi può dire di avere una marcia in più?
Note
1. Il racconto di Luca 24
2 A. Melloni, Chiesa madre chiesa matrigna, Einaudi 2004
3. E. Baccarini, La soggettività dialogica, Roma 2002
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