COME
PARLARE DI DIO OGGI?
da "Oreundici" di gennaio 2006
Una delle voci profetiche che si è espressa nel Concilio della
modernità, a cui dobbiamo sempre attingere per intendere il cammino
del Regno nella storia, ci trasmette questo messaggio: la Chiesa
ha bisogno urgente di una povertà culturale, certamente non come
ignoranza, ma piuttosto come rinunzia al geloso possesso di un sistema
concettuale costruito e chiuso, per porsi invece in un atteggiamento
di disponibilità verso tutte le culture egualmente capaci di ricevere
il messaggio evangelico e di dilatare gli orizzonti della fede.
La Chiesa cioè avrebbe dovuto accettare di essere povera e di rinunziare
a proporre l'evangelo rivestito di una sola determinata formulazione
culturale non essenziale rispetto al messaggio stesso, ma anzi talora
causa d' incomprensione, come già ripetutamente accaduto (1). L'intervento
è del cardinale Lercaro, che rappresenta il gruppo bolognese di
Dossetti, Alberigo e altri, che ha avuto un'importanza singolare
nello svolgimento del concilio. La dichiarazione è di eccezionale
importanza; essa si manifesta soprattutto nello svolgimento del
tempo che trascorre dalla chiusura del concilio. L'importanza si
chiarisce nell'indirizzo generale e costante seguito dal pensiero
filosofico nell'occidente dopo la dichiarazione della morte della
metafisica, che lascia la Chiesa sola fissata in questa sua ricchezza,
totalmente svalutata. Perché il pensiero metafisico non è stato
solo il rivestimento del Dio rivelato nella Bibbia ma delle monarchie
assolute, della verità che ha mandato ai roghi generazioni di eretici,
dello stato che ha acceso di nuovo il fuoco nei forni per distruggere
milioni di esseri umani e ha scavato le fosse staliniane. E oggi
è lo stesso assoluto che genera la scellerata globalizzazione col
diritto di affamare milioni di esseri umani, per mettere nelle mani
le risorse economiche per fabbricare le armi di un potere distruttivo
sempre maggiore.
Dopo la fine della metafisica che è il metodo di pensare, trasferendo
tutta la realtà nell'invisibile, come parlare di Dio? E l'alternativa
alla morte della metafisica non è fatalmente una rinunzia alla verità,
creando come alternativa una confusione infinita? Alla prima obiezione
rispondo semplicemente con alcuni versetti di Isaia promettendo
di tornarci su: Ecco il Signore Dio viene con potenza… come un pastore
che fa pascolare il gregge - e con il suo braccio lo raduna - porta
gli agnellini sul seno - e conduce pian piano le pecore madri (Is
40,10-11). E' questo il Dio di Gesù e finché non abbiamo trovato
questo Dio nel nostro itinerario spirituale significa che siamo
fermi davanti a idoli creati dal nostro orgoglio o dalla nostra
paura, oppure nei rivestimenti razionali tolti dagli a r m a d i
dei greci. Nei versetti di Isaia appaiono insieme potenza e tenerezza,
due attributi che in Dio non si contraddicono, perché il potere
di Dio non si può mai confondere con la violenza o con l'egoismo
come nell'essere umano: si può definire come la forza dell'amore.
E' la scoperta di Gandhi che sente Dio come la fonte di un impegno
di giustizia da realizzare con la sola forza dell'amore. La verità
astratta metafisica è sotto accusa non solo per la globalizzazione,
sistema che svuota i beni della terra, di cui il simbolo è il denaro,
del loro unico senso di soddisfare i bisogni essenziali dell'uomo
per farne un valore in sé, cioè un feticcio. Ma, risultato ancora
più grave, consente progetti e guide di spiritualità che trascurano
l'economia, lo strumento più diretto per creare concretamente vita
o morte, giustizia o la sua negazione. I grandi responsabili della
fame nel mondo possono accedere facilmente ad alti gradi di spiritualità
cattolica, facendo parte di movimenti che solo chiedono delle percentuali
per mantenere iniziative di carità - elemosina. La tragedia del
popolo credente attualmente è vivere nella idolatria senza difesa,
perché chi ha la responsabilità e il dovere di difenderlo, è mantenuto
fuori dall'arena dove si gioca veramente l'epico duello denunziato
da Gesù: o Dio o mammona.
Nel vangelo si presenta Dio come relazione dinamica: mio Padre opera
senza interruzione e così faccio anch'io (Gv 5,17) e non è una allusione
alla lontana settimana della Genesi che racconta in maniera semplice
l'emergere del cosmo dal caos. Qui si tratta dell'operare permanente
di Dio con le mani dell'uomo. E' l'uomo Gesù che di sabato trasmette
la vita ad esseri umani esistenti nei quali la vita che discende
dal Padre è mortificata o fisicamente o psichicamente o spiritualmente.
Non troverei una parola più adatta di questo verbo mortificare per
significare la presenza della morte in un essere che c'è, che vive
con i piedi fermi sulla terra. Mi viene sempre alla mente quel capitolo
di Levinas il y a - c'è, che parla dell'essere in sé assolutamente
insignificante pensato fuori dalle sue relazioni concrete. Molte
persone ci sono, perché si muovono, respirano, occupano uno spazio
ma sono inutili, chiuse in se stesse, non trasmettono vita. Lo scendere
dal cielo della metafisica, dalla contemplazione degli assoluti
non termina necessariamente nel perderci, ma significa affrontare
tutte le responsabilità dell'essere qui, con i piedi sulla terra,
tra gli altri: la commedia comincia qui - scrive Levinas - con il
più semplice dei nostri gesti. Gesù volutamente scandalizza operando
di sabato perché l'immobilità, il chiudersi in se stessi, il rifiutarsi
alla relazione, il non ascoltare l'altro è fermare il passaggio
della vita. E la vita si qualifica verità viva nella relazione della
persona con l'altro: Certamente io uccidendo posso raggiungere uno
scopo, posso uccidere così come vado a caccia, come abbatto un albero
o un animale; ma proprio allora io ho colto l'altro nell'apertura
dell'essere in generale come elemento del mondo in cui mi trovo,
l'ho percepito all'orizzonte. Non l'ho guardato in faccia, non ho
percepito il suo volto… essere in relazione con l'altro faccia a
faccia significa non poter uccidere (2). Lo spazio metafisico ha
permesso al mondo cristiano di togliere Gesù dal faccia a faccia
e di pensarlo solo alla destra del Padre. Classificarlo come onnipotente
è negare la prossimità di cui parla Dussel come avviene ai due religiosi
della parabola del buon samaritano. Guidati dalla legge vanno verso
il tempio e non vedono l'altro, forse pensano di soccorrerlo con
la compassione e la preghiera. E così collocando i veri valori e
le vere responsabilità nella lontananza abbiamo permesso all'idolo
sterminatore del mercato di stabilire il suo trono fra noi.
L'essere come valore assoluto è stato processato nel vangelo che
lo ha fatto verità nella relazione asimmetrica con l'altro e con
la terra. Il linguaggio filosofico di Levinas non mi è parso assolutamente
nuovo per la mia stretta intimità col vangelo. La persona umana
è liberata dalla chiusura nell'essere solitario solo dall'apparizione,
dal faccia a faccia del volto affamato, nudo, indifeso. E questo
incontro violento marca la relazione con un terzo, con l'Altro (la
maiuscola è di Levinas), l'Altro è il trascendente, la nonviolenza
di Gandhi, di Capitini, vera solo se diventa atto concreto e se
allo stesso tempo l'atto concreto resta aperto sull'infinito, se
trascende tutti i limiti. Per un seguace del Maestro è chiaro l'Altro,
colui che è dentro alle parole: quello che avete fatto a uno dei
più piccoli di questi miei fratelli lo avete fatto a Me (Mt 25).
Nel numero del 30 novembre de Il Manifesto trovo la recensione dell'ultimo
libro di un autore che ho citato in articoli precedentemente pubblicati
su Rocca, Miguel Benasayag, un argentino uscito sconfitto dalla
resistenza alla dittatura militare, sconfitto ma non vinto. Da resistente
contro la dittatura a resistente alla globalizzazione economica.
Con la sua notevole carica umana suggerisce una resistenza nonviolenta
nel miglioramento delle qualità della vita, facendo appello alle
risorse umane come in altre sue opere: relazioni affettive, legami
di amicizia, reciprocità, opposizione alle forze mediatiche. Ma
questo appello può essere preso come un esercizio, come uno yoga:
ottimo, ma politicamente insignificante se confrontato con la dura
disciplina della nonviolenza nel progetto di Gandhi. O ancora meglio
con la scelta relazionale proposta dal vangelo nel citato capitolo
di Luca. Il samaritano non compie un atto semplice come sarebbe
stato rialzare il ferito, metterlo sul bordo della strada, rianimarlo
e… abbandonarlo al suo destino. Diviene ostaggio del ferito, si
trasforma, è come se mettesse la sua vita in una direzione altra.
Il vangelo ce lo dice con una parola semplice e immensa allo stesso
tempo: è diventato prossimo. Si è messo sul cammino infinito. E'
l'altro che trasforma la qualità della vita. Un credente trova questa
trasformazione dotata di una logica stringente molto più chiara
delle famose prove dell'esistenza di Dio e di tutti i rivestimenti
che nascondono il vero Gesù rapito dalla strada e collocato nelle
varie regge d'oro. Dall'inquinamento della vita ci libera solo l'altro
che incontriamo e che ci mette su un cammino di responsabilità.
Questa relazione è resa forte, sicura, permanente da quell'Altro
che sta nel profondo di tutte le scelte che faremo lungo il percorso
della vita. Nella grande tradizione benedettina appena spunta l'alba
il monaco è invitato ad ascoltare la voce: ascoltate oggi la sua
voce canta il salmo 94 - non indurite il cuore come nel deserto
- non vi lasciate tentare. La voce di chi? Penso spesso con molta
gioia, come il vangelo ha ipotizzato molti secoli prima, quello
che oggi il pensiero umano sciolto da preoccupazioni religiose sta
scoprendo. Il sacerdote è fissato in una verità astratta a cui obbedisce
ciecamente confondendola con la verità concreta, il levita studioso
pensatore è l'immagine del laico sicuro della verità che coglie
nello stesso spazio fuori dalla realtà. Il terzo, il samaritano,
coglie la verità nel lamento di quell'ignoto nudo giacente sulla
strada assaltato non da tigri o cani rabbiosi, ma da elegantissimi
banchieri o titolati politici. Nell'aria tranquilla di un ufficio
climatizzato hanno deciso di toglierlo dal mondo perché appartiene
al numero degli esseri esuberi, fuori da quella quantità di esseri
in cui hanno deciso di fissare la crescita dell'umanità. Il fatto
nuovo che ci consola è che ormai la persona umana, tolta dall'immagine
creata dal pensiero metafisico, è stata messa sulla strada davanti
alla decisione: o diventare responsabili del futuro della vita,
o complici di una progressiva distruzione che potrebbe segnare la
fine della storia.
1. Giuseppe Alberigo, Breve storia del concilio Vaticano II, Il
Mulino Bologna, pag. 11
2. Emmanuel Levinas, Tra noi, Jacabook, pag. 39
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