|
L'introduzione di Arturo Paoli
Il senso della parabola del samaritano è stupendo.
Un uomo perde i sensi in un’imboscata, si risveglia come avviluppato
in una storia d’amore: scoprirà che qualcuno lo ha
curato, lo ha portato all’albergo, ha pagato per lui. Non
poteva essere amato di più. Questa scoperta è capace
di ricostruirlo dal fondo, di dargli la forza di alzarsi e di ricominciare
la vita. Nel momento dell’abisso, del buio, della perdita
di tutto, lì trova l’amore. «D’amore eterno
ti ho amato; perciò ti ho conservato la mia pietà»
(Ger 31, 3). La nuova storia dell’uomo ritornato alla vita
comincia da lì, dalla scoperta di essere stato «comprato»,
salvato dall’amore.
È un’esperienza che ognuno di noi deve fare. Mi pare
che molti passino tutta la vita attenti alla definizione di Dio,
attenti a «chi è Dio», senza arrivare a scoprire
«che cosa è Dio», cioè a conoscere e sentire
che Dio è Amore.
Quando una persona lo scopre in un’avventura di dolore –
in un risveglio improvviso che pare molto simile a quello del nostro
uomo, in una stanza d’albergo nudo, senza soldi, senza sangue
– si sentirà come un fiume che ha trovato il suo letto,
una pianta nella sua terra, un uomo nella sua patria, in casa sua
fra le persone che gli vogliono bene. Una sicurezza profonda, un
perno che concentra per sempre la vita su qualcosa di solido e inalienabile.
Non si può dimenticare la chiusura del capitolo 8 della lettera
ai Romani, che è un canto di trionfo: «Chi ci separerà
dall’amore di Cristo? Forse le tribolazioni, l’angoscia,
la persecuzione, la fame, la nudità, i pericoli, la spada?»
(Rm 8, 35).
Questo mondo proiettato in avanti, verso la grande avventura dello
Spazio e del Tempo, ha bisogno di una base sicura: sentirsi amato.
Partire con la sicurezza che in qualunque orbita entri nei suoi
voli, non potrà mai uscire dall’orbita dell’amore
di Cristo, a cui è legato e assicurato tutto il cosmo attraverso
l’Incarnazione. Le misurazioni morali delle sue audacie, le
valutazioni etiche dei suoi piani, non gli diranno più niente.
La natura non sarà più un mistero che possa far paura
e che debba essere esorcizzata da una qualunque magia.
L’uomo è arrivato alla vigilia di una grande scoperta
di Dio. La scoperta che Dio è amore e che la creazione non
è un mistero ma un sacramento, cioè un segno di questo
amore.
La sua educazione all’amore, all’atteggiamento profondamente
delicato e insieme forte e responsabile di «signore e custode»
della vita, è una conversione, un rovesciamento di mentalità,
è la scoperta di un’altra dimensione. Scopro di essere
amato da sempre, prima e al di là di mia madre e di mio padre,
molto prima dell’incontro brutale con i ladri, incontro che
non ha spezzato l’iniziativa di questo amore. Al contrario
me lo ha fatto scoprire...
La prefazione della curatrice Silvia Pettiti
Quando ho chiesto ad Arturo in che anno scrisse questo
libro non se lo ricordava, però mi ha raccontato una storia.
Erano gli anni Sessanta, si trovava in Argentina a Fortin Olmos,
uno dei luoghi più difficili della terra da quanto ho potuto
capire in varie occasioni, ed era alla prima esperienza di missione
con i Piccoli fratelli di Charles de Foucauld. Réné
Voillaume era il priore generale della congregazione. Regola voleva
che i fratelli si dedicassero a lavori umili, manuali, “ultimi
con gli ultimi” e Arturo aveva accettato consapevolmente quella
regola che poco si addiceva alle sue inclinazioni e alla sua formazione.
I lunghi pomeriggi nella piana arida e accaldata di Fortin Olmos
obbligavano a interrompere ogni attività per ridurre al minimo
il dispendio di energie, in attesa che la frescura della sera arrivasse
a rendere possibile il lavoro e la vita comune. Gli altri fratelli
trascorrevano quelle ore nel riposo, Arturo le passava scrivendo:
“erano per me veloci e piacevoli”. Quando Réné
Voillaume andò in visita alla fraternità, Arturo gli
parlò di quella sua abitudine pomeridiana: “lo faccio
per me, mi fa bene, mi aiuta a pensare, a pregare, a vivere il tempo”.
Voillaume volle leggere gli appunti di Arturo e non ebbe dubbi:
“Vanno pubblicati”. Nasce così “Un incontro
difficile”, il commento alla parabola del samaritano che Gribaudi
mandò per la prima volta alle stampe nel 1966. Trentacinque
anni più tardi, nel 2001, Cittadella Editrice ne pubblica
una nuova edizione parzialmente rivista. Oggi, estate 2008 –
quarantadue anni dopo la prima edizione – Cittadella mi ha
proposto di rivedere il testo per offrirlo ad un pubblico vasto,
interessato alla spiritualità intesa come ascolto della vita
e delle sue dinamiche profonde. Nell’operare la riduzione
dalle quasi duecento pagine precedenti alle attuali ho cercato di
non modificarne il linguaggio né il senso. Ho cercato di
raccogliere un filo – uno tra i tanti che erano possibili
– e snodarlo senza romperlo né forzarlo. Un filo che
racconta il cammino esistenziale e spirituale di “un uomo”
che diventa “persona”. A questo è dovuto il nuovo
titolo del libro: “Il difficile amore”, per sottolineare
che ogni incontro diventa difficile quando è incontro d’amore
e che forse non si può parlare d’amore né d’incontro
quando l’esperienza non è ‘difficile’.
Un capitolo è stato interamente riscritto da Arturo per questa
edizione ed è quello relativo “all’albergo”
(io direi meglio: all’«albergo»), il luogo scelto
dal samaritano per condurre l’uomo percosso dai briganti,
da lui trovato e salvato. Ringrazio Arturo per la sua amicizia e
la sua testimonianza di uomo, persona, amico di Dio.
|