| Motivi musicali di Arturo Paoli
Nella vicinanza del Natale mi vengono alla mente
i tre avverbi della lettera di S. Paolo a Tito, che ritornano spesso
nelle liturgie natalizie. Mi succede qualcosa di simile a quando
abbiamo assistito ad un'opera lirica e ci sentiamo accompagnati
da alcuni motivi che sembrano essere restati in qualche cantuccio
del nostro sistema psichico-logico. Gli avverbi sono: "sobrie",
"juste", "pie". L'apostolo che ha molto a cuore
la comunità sorta dalla sua predicazione, la esorta a vivere con
sobrietà, giustizia e pietà. Sentendo questi tre avverbi come motivi
musicali che danzano dentro il mio corpo, mi è venuta incontro una
strana fantasia. So che è la pazza di casa, ma permettetemi di intrattenermi
con lei. Ho visto davanti a me delle piante delicate che non resisterebbero
al freddo invernale, e vengono ritirate nelle serre e forse rinchiuse
in una veste di paglia che toglieremmo loro a primavera. Queste
tre piante, sobrietà, giustizia, pietà implorano di essere protette
perchè fuori all'aperto certamente morirebbero. E la serra è il
nostro cuore. La parola cuore è il simbolo di una caverna che serve
da ripostiglio. Gesù ha osato aprirlo e ci ha scoperto tante immondizie
ma ci ha anche assicurato che è possibile ripulirlo per accogliere
l'Essere mai raggiunto e mai raggiungibile dal male: beati i
puri di cuore perchè vedranno Dio. La sobrietà non sa dove
rifugiarsi; muore nel clima consumistico. La giustizia è stata buttata
fuori malamente dai parlamenti, senati e grandi imprese. Si è rifugiata
nei templi, ma le hanno detto gentilmente di andarsene perchè si
chiude. La pietà aveva un bel bancone riservato nel coro dei monaci
e di lì viene trasportata nelle profumate volute d'incenso. Così
il Natale difficilmente trasmette la tenerezza di Dio che fu accolta
nel cuore di Francesco d'Assisi che volle rappresentarla semplicemnete
nel presepe di Greccio e di lì si trasferì presto nell'allegro splendore
dei presepi napoletani. Del resto sappiamo che il Natale fu innestato
dai primmi tempi del cristianesimo occidentale sul carnevale romano
che celebrava la nascita del sole ed è difficile che rappresenti
la decisione di Dio di scendere a salvare l'uomo, quindi l'espressione
più alta dell'amore del Padre verso il figlio prodigo. Quindi è
lecita la gioia ma la gioia non è certamente la fragorosa felicità
con cui viene avvolto il fatto più importante per tutta l'umanità.
Il senso dell'Incarnazione
L'ebreo Lévinas ha colto forse come nessun altro teologo il
senso vero dell'incarnazione di Dio, anche se l'annunzio che Dio
ha deciso di incarnarsi nell'uomo non può essere accolto dall'ebreo
religioso. Ma il filosofo ebreo si ferma davanti al fatto di questo
Essere che scende al livello più basso e più profondo allo spogliamento
di ogni potere perché la sola forza che poteva opporsi efficacemente
al male del mondo frutto dell'Io umano fetale, primitivo portato
ad ergersi sugli altri ed a imitare l'onnipotenza di Dio. E questa
intuizione di Lévinas mette in evidenza questa apparente contraddizione
che l'estrema umiliazione di Dio è la forza unica che riesca a dominare
e a distruggere l'orgoglio falsamente onnipotente dell'Uomo.
Così il centro della predicazione di Gesù è il regno di Dio: il
vero e unico potere è sceso nell'umanità in questa umiliazione del
figlio Gesù. Questo ce lo ha detto in modo chiaro ed inequivocabile
lo Spirito Santo che si è espresso nel Concilio Vaticano II, ripetendo
diverse volte che l'intenzione vera e unica che ha guidato il pellegrino
Gesù sulle strade del suo paese non è la santità personale o la
salvezza dell'anima dell'uomo, e neppure la preghiera. Dicendo questo
posso apparire estremista, però voglio rassicurarvi: io sono un
uomo di preghiera anche se indegnamente; ma ho la coscienza che
il centro della mia vita non sia questo. Se la preghiera non mi
fa uomo dell'amore, se non mi rende responsabile degli altri, se
non mi crea l'assillo che tutto ciò che succede di male nel mondo
dalla guerra alla violenza ai contrasti domestici fra conviventi
sotto lo stesso tetto, non mi è estraneo che la mia preghiera è
perfettamente vuota di senso. Se non mi obbliga ad assumere l'impegno
concreto per oppormi e prendere posizione di fronte ai mali che
scatena sulla terra l'insipienza e la malvagità della persona umana
vuol dire che la mia preghiera non ha sortito il suo effetto.
Il senso che ha scoperto Lévinas dell'incarnazione è per me il migliore
chiarimento per superare la lettura tradizionale del sacrificio
di Cristo e illuminare il senso dell'espiazione. Per noi uomini
e per la nostra salvezza discese dal cielo. Non per pagare
un debito, non per calmare l'ira di Dio, ma per portare nel mondo
l'unica ed efficace sfida al vero autore del male del mondo, l'uomo.
Quando sento parlare dell'ira di Dio, di un Dio irato, mi viene
in mente il Padre raccontatoci da Gesù nel capitolo XV di Luca.
Secondo il figlio maggiore il Padre è ingiusto, ed è davvero ingiusto
per la sua traboccante tenerezza che non può essere distrutta o
solamente intaccata dalla colpa dell'uomo anche se questa raggiunge
l'abiezione estrema del ragazzo partito da casa elegantissimo e
pieno di soldi e tornato affamato, lacero e sporcato dalla polvere
della strada. Il Padre lo vede da lontano perché è sulla strada
dove ha portato l'angoscia dell'assenza e la debole speranza del
giorno.
La proposta dell'amore
La proposta di diventare simile a Dio non è un invito ad una
perfezione pensata secondo la cultura greca di assoluta estraneità
dalla materia: l'amore non esclude certamente il corpo, la totalità
dell'uomo soggetto alla terribile forza delle sue pulsioni. Per
questo l'educazione all'amore non è tanto facile come lo è alla
verità e all'obbedienza alla legge. Ma è la sfida proposta alla
nostra libertà. Gesù ci ha detto in poche parole il senso di questa
somiglianza al Padre: nessun maggior amore che dare la vita
per gli amici. L'amore è dono di sé e questo appare anche in
molti avvenimenti il cui soggetto sono persone non certamente prive
di difetti e qualche volta di gravi omissioni. Ma il dono di sé
per gli amici cioè per difendere il diritto degli oppressi, dei
venti, degli esclusi realizza questo maggiore amore che Gesù ha
definito il senso vero ed ultimo dell'esistenza umana.
Il passaggio di epoca che stiamo vivendo è particolarmente drammatico,
perché non è un passaggio evolutivo come di altre epoche ma è necessariamente
segnato da una rottura violenta. E le occasioni di fare della nostra
vita dono per i nostri fratelli certamente saranno più frequenti
e saranno colte da quelli che hanno praticato la preghiera non come
calma delle proprie angosce ma luce pe adempiere la volontà del
Padre.
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