INDICE:
Prefazione di Walter Veltroni
Introduzione
1. Sangue innocente
2. Giusto tra le nazioni
3. Profeta scomodo
4. Obbligo di emigrare
5. Il deserto ospitale
6. Parentesi (quasi) italiana
7. Argentina: amicizie e persecuzioni
8. Venezuela: il volto di Gaudy
9. Brasile: i poveri e la liberazione
10. Foz do Iguaçu: l’acqua, la terra, i giovani
11. «L’esistenza è bella»Ringraziamenti
Bibliografia
Arturo Paoli narra ricordi ed eventi, opinioni
ed esperienze; la voce narrante srotola il filo degli avvenimenti,
intreccia le storie con la Storia.
L'INTRODUZIONE DELL'AUTRICE SILVIA PETTITI*
«Scrivere è viaggiare senza il peso delle valigie»,
disse Emilio Salgari.
Ho viaggiato, senza il peso delle valigie, per circa dodici mesi:
numerosi gli incontri con Arturo Paoli e con tanti testimoni che
hanno condiviso le sue esperienze dalla sua giovinezza ad oggi.
Ho cercato di tessere insieme ricordi, letture, immagini, parole,
tra le migliori vergate da Arturo stesso nel corso della sua lunghissima
vita. Le pagine che ne sono scaturite compongono un puzzle dal quale
emerge l’intreccio delle storie con la Storia, la freschezza del
pensiero, l’originalità dell’uomo e della sua fede.
Il libro ha la forma del racconto a due voci: Arturo narra in prima
persona ricordi ed eventi, espone le sue opinioni sulla società,
sulla politica, sulla Chiesa, confida la sua ricerca spirituale
ed umana di uomo sempre in cammino; la voce narrante srotola il
filo degli avvenimenti dentro cui si è svolta la vita di Arturo,
attraverso un secolo di storia, durante il quale è cambiato più
volte il mondo, e attraverso due continenti, l’Europa e l’America
Latina. Le parole di Arturo provengono da fonti diverse, richiamate
nelle note bibliografiche. Ho omesso il riferimento quando sono
tratte dalle mie interviste o da episodi da lui raccontati in situazioni
informali. Molte citazioni non sono letterali, mi sono permessa
alcuni adattamenti per rendere coerente la narrazione.
Man mano che il lavoro procedeva, cresceva in me la consapevolezza
dell’ardua impresa di “far stare l’oceano in un bicchiere”. Allora,
scusandomi sinceramente con le tante persone importanti per la vita
di Arturo che non sono nominate, per i tanti luoghi da lui amati
e visitati che non ho potuto ricordare, per i tanti fatti che ho
dovuto omettere o raccontare per eccessiva rapidità, voglio sperare
che queste pagine possano costruire ancora legami di amicizia ed
essere occasione di incontro tra quanti hanno a cuore il senso del
vivere.
* Silvia Pettiti, laureata in Giurisprudenza,
ha lavorato per Slow Food Editore, per il sito internet dell’“Agenzia
romana per il Giubileo”, per l’associazione “Ore undici onlus” curando
il periodico mensile omonimo. Dal 2001 al 2005 è stata la segretaria
personale di Arturo Paoli, che ha seguito nei suoi viaggi in Brasile
e in Italia, e per il quale ha curato la redazione di alcuni libri:
La gioia di essere liberi (Messaggero, 2002), Prendete e mangiate
(La Meridiana, 2005), Le beatitudini. Uno stile di vita (Cittadella,
2007), Il difficile amore (Cittadella, 2008). Risiede ora a Lucca
nei pressi della Casa Beato Charles de Foucauld in cui vive fratel
Arturo Paoli. Collabora come giornalista con il settimanale Il nostro
tempo di Torino ed è responsabile di redazione del mensile «Ore
undici».
DALLA PREFAZIONE DI WALTER VELTRONI
Gli studi giovanili, il sacerdozio, l’occupazione tedesca e la resistenza,
la militanza nella gioventù di azione cattolica del dopoguerra;
poi le confidenze “imprudenti” rilasciate a un cronista e la partenza
per l’America Latina, un provvedimento punitivo che schiude a Paoli
gli scenari della sua più autentica vocazione: la condivisione del
destino di esclusione e di miseria delle popolazioni indigene. La
vita di Arturo Paoli è un incessante slancio vero gli ultimi: l’avvio
di iniziative sociali, di forme di cooperazione produttiva, sulla
spinta di una pastorale illuminata dalla radicalità del Vangelo
più che adagiata sulla tradizione devozionale di importazione europea.
Da qui l’appoggio dei vescovi più avanzati e l’ostilità di quelli
moderati; i rapporti con i teologi della liberazione, l’attività
di predicazione e di animazione spirituale che Paoli svolge, nelle
vesti di piccolo fratello di Foucauld, percorrendo in lungo e in
largo il subcontinente americano. Sfuggito alla repressione dei
generali argentini, soggiorna a lungo in lontani villaggi del Venezuela
e poi del Brasile, riorganizzando la vita delle comunità locali
e aprendo case di accoglienza, formando giovani e circondandosi
di confratelli solidali, nel quadro di un’evangelizzazione che sposa
senza esitazione il destino degli oppressi, le ragioni della giustizia,
la figura del povero come tangibile presenza del Cristo.
UN NOMADE NOSTALGICO DEL DESERTO
Recensione di Carlo Molari per "Rocca" n°21/2010
Nel cammino di ogni persona ci sono momenti di tenebre luminose, di esperienze sconvolgenti da cui scaturiscono onde di luce, che danno un senso nuovo all’esistenza e trasformano in fari chi le accoglie e le diffonde. Vivere consapevolmente questi momenti, conservarne la memoria e trarne messaggi per trasmetterne la ricchezza alle nuove generazioni, è il segreto dei sapienti. Quando poi la persona coinvolta ha la passione dell’educazione e spende la vita per gli altri nel nome del Vangelo, il messaggio si fa testimonianza feconda. Se un buon scrittore sa narrarne l’avventura e raccoglierne l’eredità, la storia diventa scrigno di preziosi tesori.
È questo il valore dell’agile ritratto di Arturo Paoli (30 novembre 1912), dei piccoli Fratelli del Vangelo, delineato, dopo un’appassionata ricerca e una lunga serie di colloqui con l’interessato, da Silvia Pettiti (Arturo Paoli. Ne valeva la pena, S. Paolo 2010). Memorie e richiami storici si intrecciano con commenti attuali dello stesso Arturo, in un racconto vivace e avvincente.
Il primo momento di quelle tenebre luminose che hanno segnato il suo lungo cammino, accadde il 14 dicembre 1920 quando, nella sua città di Lucca, durante il comizio di un socialista, le camicie nere provocarono un tumulto e due persone rimasero sul terreno colpite da armi da fuoco. Quel sangue sul terreno sconvolse Arturo: “sono diventato grande nelle brevi ore di un pomeriggio d’inverno. Avevo compiuto otto anni quattordici giorni prima” (p. 11). Spesso parlando ai giovani egli ricorda quella esperienza perché vuole “rendere chiaro che la sofferenza e anche la morte sono parte della vita, ci colpiscono quando meno ce lo aspettiamo, ma da lì inizia la nostra responsabilità di scegliere come «abitare il mondo»” (p. 13). Egli poi richiama abitualmente anche le riflessioni della madre che il giorno dopo, prendendolo in disparte l’ha fatto riflettere: “quello che è accaduto ieri è molto grave. Delle persone hanno ucciso altre persone e sai perché questo accade? Perché gli uomini non si vogliono bene. Noi dobbiamo impegnarci perché nel mondo ci sia più amore, perché le persone imparino a volersi bene”. Parole, dice Arturo “che mi hanno accompagnato per tutta la vita” (p. 12). Quando aveva ventidue anni sopravvenne, improvvisa, la morte della madre, e poco dopo “un’infezione incurabile spezzò la giovane esistenza” della ragazza che avrebbe potuto essere la sua “compagna di vita” (p. 19). Egli ricorda queste circostanze come “indizi per intendere come decise” nel 1937 di entrare in seminario (p. 21). Il 24 giugno 1940 fu ordinato sacerdote.
Un’altra serie di episodi luminosi accaddero nelle tenebre dell’ultima guerra quando aveva ricevuto l’incarico dal Vescovo di occuparsi, con altri tre sacerdoti, degli ebrei perseguitati. Li accoglievano e cercavano di nasconderli, con il rischio grave di essere scoperti. Arturo è stato anche arrestato e tenuto in caserma per alcune ore. Ancora oggi il 6 agosto, giorno di quella esperienza, egli celebra una Messa per l’anonimo tenente tedesco che lo lasciò tornare a casa (p. 35). Con alcuni ebrei assistiti in quegli anni egli ha conservato rapporto epistolare fino alla loro morte. Come con Ludwig Greve divenuto in Germania noto scrittore e morto annegato in mare nel 1991. Egli ha lasciato memorie di quei giorni di paura: “Mi accogliesti con quella ospitalità e cortesia con cui da sempre l’Italia ha disarmato i barbari…Mi conquistasti soprattutto perché non mi risparmiavi”. (L. Greve, Un amico a Lucca. Ricordi d’infanzia e d’esilio, Roma Carocci citato a p.30). Per queste attività Arturo ha ricevuto la medaglia d’oro al merito civile il 25 dicembre 2006 dal Presidente Ciampi, assieme ad altri tre amici sacerdoti lucchesi deceduti. Ma già nel 1999 l’ambasciatore di Israele in Brasile aveva conferito ad Arturo il riconoscimento di “Giusto fra le nazioni” per l’iniziativa di Yacov Gersel, allora diciannovenne, diventato poi rabbino e noto studioso del Talmud.
Altro momento di tenebre dense fu il gennaio 1954: conclusione amara dell’esperienza romana come vice assistente nazionale della Gioventù di azione cattolica,. Era stato scelto per tale compito da Mons. Montini cinque anni prima, in un momento di grande espansione della GIAC, che nel settembre 1948 aveva celebrato l’ottantesimo anniversario della fondazione con l’imponente manifestazione dei trecento mila baschi verdi a S. Pietro. Il gruppo dirigenziale era dominato allora dalla figura prorompente del giovane Carlo Carretto (1910-1989), che progressivamente si trovò in conflitto con Luigi Gedda, Presidente generale. L’azione di Arturo come assistente spirituale si concentrò nel richiamo all’interiorità necessaria per dare sostanza alle strutture e nel sostegno della autonomia laicale nelle scelte politiche nei confronti dell’invadenza clericale. Apparve sempre più chiara la frattura fra la Presidenza centrale dell’Azione cattolica, caratterizzata dall’anticomunismo viscerale di Luigi Gedda, e la direzione della Giac molto più duttile e maggiormente concentrata sulle esigenze di giustizia da praticare nella storia. Nel 1952 la “sterzata verso destra nazionalista e conservatrice” con l’ “operazione Sturzo” e la Presidenza Tambroni, furono l’ultimo stimolo che provocarono nell’ottobre le dimissioni di Carlo Carretto (p. 53). La sofferenza di Arturo fu aggravata anche dalle voci false che lo accusavano di essere “complice delle dimissioni di Carretto, di avere iniziato a pensare alla sua successione quando lui era ancora in carica” (p. 55). Anche con Mario Rossi, indicato da Arturo quale successore di Carretto, la presidenza GIAC continuò il cammino nella stessa direzione fino a quando Pio XII (8 dicembre 1953) con un messaggio pubblico richiamò la necessità “dell’unione interna” e “dell’unità del comando” dell’Azione cattolica. “Fu una doccia fredda, il crollo definitivo della speranza di avviare un processo di leale e fecondo rapporto tra la Chiesa e la politica” (p. 59) commenta ora Arturo. Scosso da quel richiamo egli preparò un meditata lettera di dimissioni che però non inviò, in attesa dello sviluppo degli eventi, dato che Mario Rossi sperava ancora di avere una certa libertà di azione. La tensione era forte. Bastò un incidente giornalistico a far precipitare gli eventi. Un breve colloquio di Arturo con un giornalista del settimanale L’Europeo si tradusse in una esplosiva intervista dal titolo: “questi cattolici cercano nuovi cieli e nuove terre”. L’intervista conteneva molte approssimazioni. Arturo non ne riconosceva la paternità che per tre idee: “Esiste un contrasto di due mentalità nell’ambito della Azione cattolica. Oggi la chiesa sta portando a maturità il laicato. I giovani non voglio essere di destra”, idee che lo stesso Arturo confermava scrivendo a Mons. Montini “dopo molta preghiera e molta insonnia” (p. 64). Nella stessa lettera comunicava che per un po’ di tempo “dopo tanto lavoro e tanti affanni” si sarebbe recato presso l’amico Sirio Politi, parroco in Lucchesia in attesa di istruzioni. Dopo una ventina di “giorni faticosi e duri” (p.66) tornò a Roma dove trovò un clima diverso: “ero solo, lasciato solo, guardato con diffidenza. Il dialogo era spezzato, la cordialità del fare con le persone con cui avevo condiviso tutto per cinque anni era peggiore di un secco litigio” (p. 66). Il 26 gennaio fu convocato dal Card. Piazza “abbiamo deciso di mandarti come cappellano di navi” (p. 66). Arturo partì. Si sentiva “sradicato”: “dovevo, come prima cosa, cercare il senso della vita” (p. 68). “Quella famiglia mi aveva estromesso, con quei metodi soavemente crudeli che talvolta gli uomini di chiesa utilizzano per sospendere dalle loro funzioni le persone sgradite, senza dare spiegazioni”, “sentimenti di stizza, di polemica, di angoscia si agitavano dentro di me” (p. 69). Nel viaggio di ritorno da Buenos Aires a Genova l’incontro fortuito con il religioso francese Jean Saphores della nuova Congregazione fondata da René Voillaume seguendo l’ispirazione e la regola scritta da Charles de Foucauld, segnò la nuova via di Arturo. Cominciò nel deserto dove lo raggiunse anche l’amico Carlo Carretto. L’esperienza del deserto, dolorosa, ma feconda, ha segnato in profondità la sua persona: “non solo il senso di inutilità aveva raggiunto la radice della potenza e l’aveva corrosa per sempre, ma l’Interlocutore, Colui che mai mi aveva fatto temere la solitudine, si era nascosto” (p. 80). Quando rievoca quei giorni parla di una sofferenza che l’ha fatto rinascere in modo definitivo e la sua voce acquista un timbro squillante: “Nel nulla senza memoria, nel nulla dello spazio e del tempo, non restava che affondare dentro e affidarsi al baratro. Guardandolo negli occhi, si scopre infine che il nulla contiene la ricchezza dell’origine. In principio era il nulla”. “Era morto un Arturo e ne era nato un altro” (p. 81). Anche la fede era risorta, nuova e libera.
La vita ricominciò fecondata da quella scoperta e alimentata da una presenza arcana. Cominciò la parte più feconda della sua esistenza ma anche più rischiosa. Presso i minatori a Bindua (Sardegna, allontanato ancora d’autorità), in Venezuela, in Argentina (accusato di sovversione e condannato a morte), in Brasile (con invenzioni di fraternità e la creazione di strutture solidali per i più poveri). Una vita densa che continua tutt’ora (a 98 anni) nella casa di spiritualità offertagli dalla diocesi di Lucca nelle colline di S. Martino in Vignale, asilo accogliente per molte persone in ricerca di Dio.
RECENSIONE DI PIERGIORGIO CAMAIANI PER "OREUNDICI" DI NOVEMBRE 2010
Arturo Paoli il prossimo 30 novembre compie novantotto anni. Vive a San Martino in Vignale, nei pressi di Lucca, in una casa canonica con annessa chiesetta, che l’arcivescovo Italo Castellani gli ha messo a disposizione. Ormai su di lui si sa molto. La sua è una vita singolare, oltre che lunghissima, che vorremmo non finisse mai, vissuta sempre con la stessa passione per “L’Amico”. Sono molti i libri che ha scritto, tra cui Facendo verità (Gribaudi, Torino 1984) ha contenuti in parte autobiografici, almeno fino a quell’anno. Su di lui esistono ormai sufficienti pubblicazioni per ricostruire la sua vita: il volume di Francesco Piva, La gioventù cattolica in cammino (Angeli, Milano 2003) è dedicato, come recita il sottotitolo, alla storia del gruppo dirigente della GIAC dal 1946 al 1954, anno della defenestrazione di Arturo Paoli e di Mario Rossi; in questo volume si parla molto di Arturo e lui stesso viene intervistato ampiamente. Va ricordata poi una pubblicazione più recente: “Vivo sotto la tenda” (Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2006), che raccoglie le lettere scritte da Arturo dall’America Latina tra il 1960 e il 1988 ad Adele Toscano, una signora gravemente ammalata che era diventata sua confidente. In questo volume ho tracciato brevi profili biografici di Arturo, ma il merito maggiore di questa pubblicazione è di Paola Paterni, che ha trascritto e annotato tutte le lettere.
Ora, grazie a Silvia Pettiti, che i lettori di Ore Undici conoscono bene, appare la biografia più completa di Arturo Paoli, ancora nelle Edizioni San Paolo; nel titolo l’espressione “Ne valeva la pena” è tratta da una riflessione di Arturo, pubblicata a conclusione del libro: valeva la pena di vivere, evidentemente (sintesi dell’ottimismo profetico e psichico del personaggio). Va detto subito che questo volume ha una forma singolare: è a due voci. Ci sono frasi rievocative scritte o dette dallo stesso Arturo in circostanze diverse (che opportunamente sono pubblicate in corsivo) e c’è il tessuto che collega queste frasi, con cui l’autrice offre il contributo diretto della sua ricostruzione storica. Le frasi di Arturo sono tratte da innumerevoli fonti, in particolare dal volume di Piva e da “Vivo sotto la tenda”, da articoli dello stesso Arturo apparsi suOre undici o su Lotta come amore”, e infine da interviste da lui concesse a Silvia o ad altri. Il quadro che ne risulta è notevole e stupisce la fluidità del discorso, nonostante la varietà delle fonti e il carattere polifonico del libro. L’autrice mostra di avere buone doti di ricercatrice e di scrittrice. Ha saputo mettere insieme documenti di varia provenienza non sempre facili da trovare, e ci offre un libro scritto molto bene con passaggi molto belli. La sua novità è che abbraccia tutta la vita di Arturo.
Se si deve passare ai contenuti del volume ci troviamo di fronte all’imbarazzo della scelta. Proverò a ricordarne qualcuno, sapendo di trascurare molte cose importanti. D’altronde si tratta di un periodo di novanta anni; dico novanta perché sottraggo otto (gli anni in cui avviene il primo avvenimento importante della vita di Arturo) a novantotto. Nel primo capitolo si parla della giovinezza di Arturo a Lucca, dove è nato nel 1912. Viene ricordato l’episodio sanguinoso avvenuto nel 1920 in piazza San Michele, che avrà gran peso nella sua maturazione. Si passa dall’attività nell’Azione cattolica all’espe- rienza nella Società di San Vincenzo, alla scelta sacerdotale compiuta a venticinque anni. Mi piace ricordare una frase che la madre aveva detto al giovane Arturo: “Tu non sai badare a te stesso; per questo ti devi sposare, hai bisogno di una donna”(p. 19). Come si sa, Arturo Paoli non si è sposato, ma ha avuto sempre un rapporto particolarmente bello con il sesso femminile, su cui si può leggere Il sacerdote e la donna (Marsilio, Venezia 1996), e di cui si ha un esempio toccante nell’amicizia con Gaudy, giovane “donna povera” del Ve-nezuela, amicizia narrata in Camminando s’apre cammino (Gribaudi, Torino 1977) ed ora nel capitolo ottavo di questo libro: “Il nostro incontro ci ha fatto dolorosamente persone, uomo e donna. Per Gaudy è stata la liberazione che attendeva: un uomo finalmente non la faceva oggetto, non passava oltre, non la manteneva schiava. E io finalmente scoprivo il valore della castità” (p. 151).
Èevidente che non posso ripercorrere il volume capitolo per capitolo. Subito dopo l’ordinazione sacerdotale (1940) Arturo si trova coinvolto in alcune vicende tragiche, tra cui ha rilievo particolare l’opera in favore degli ebrei. Su segnalazione di uno degli ebrei salvati lo Stato di Israele nel 1999 ha concesso ad Arturo il titolo di “giusto tra le nazioni”. Su questo si sofferma il secondo capitolo. Il terzo è particolarmente importante perché ripropone le vicende del periodo in cui Arturo a Roma è stato vice assistente della GIAC, per poi essere stato allontanato nel 1954. Il capitolo è costruito in gran parte su quanto è stato documentato da Francesco Piva (La gioventù cattolica in cammino). Segue l’esperienza del deserto in seguito all’ingresso nella fraternità di Charles de Foucauld, la breve permanenza tra i minatori in Sardegna, e infine l’approdo definitivo in America Latina a partire dal 1960. Qui la fonte principale è“Vivo sotto la tenda”, arricchita da numerosi articoli e interviste, per cui si possono apprendere molte cose nuove. La parte del libro dedicata al periodo latinoamericano è ovviamente la più ampia; per renderne conto dovrei scrivere un saggio e non una breve recensione. Tutti sanno che il periodo è durato più di quarant’anni e si è suddiviso in permanenze in Argentina, in Venezuela e in Brasile. In questo Stato la sua opera ha avuto come centro Foz do Iguaçu, ereditata dal gruppo di Ore undici. Non resta che leggere queste pagine per rivivere il suo amore per l’America Latina, il senso di profonda condivisione con la vita dei poveri, la fiducia nell’”Amico”. Sarebbe consigliabile che chi si pone il problema dell’evangelizzazione riflettesse su queste pagine per meditare su giudizi, critiche, esperienze, che esprimono una ricerca appassionata per l’avvento del “Regno” in una terra che L’Europa ha guardato dall’alto in basso. L’ultimo capitolo “L’esistenza è bella” è dedicato a questi anni della vita di Arturo a San Martino in Vignale, dove risiede stabilmente dal 2006, avendo rinunciato a fare la spola tra l’Europa e l’America Latina. Il libro si chiude con due pagine particolarmente belle, in cui Arturo usa per sé la metafora di un vecchio che vive in una barca che si muove lentamente verso la foce di un fiume: “non temete: l’Amico lo tiene per mano, soavemente o con energia, e non lo lascerà fino all’incontro con l’Infinito” (p. 226).
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