Si chiama "Vivo sotto la tenda"
il libro, pubblicato dalle Edizioni San Paolo e curato da
Pier Giorgio Camaiani e Paola Paterno, che raccoglie la corrispondenza
epistolare tra fratel Arturo Paoli e Adele Toscano, una donna
che ha vissuto a Viareggio, dove ha trascorso oltre 40 anni
senza poter uscire di casa perché immobilizzata da
una grave malattia. Le lettere, che coprono il periodo dal
1960 al 1988 - anno della morte di Adele - consentono di cogliere
una parte consistente della vita di Arturo, che già
allora era impegnato in America Latina a portare la parola
del Vangelo. In queste lettere si potranno trovare le riflessioni
che Arturo man mano faceva, i suoi stati d’animo, le
sue sofferenze, le sue gioie, le sue riflessioni sull’America
Latina e sulla Chiesa. Qui di seguito pubblichiamo l'introduzione
al volume a firma di Pier Giorgio Camaiani.
IL
DIO "AMICO" DI UN PELLEGRINO TRA I POVERI
di Pier Giorgio Camaiani
Tra il 1960 e il 1988 Arturo Paoli ha intrattenuto
una corrispondenza con Adele Toscano, sua confidente ed amica,
nata in Calabria il 21 maggio 1901 e residente a Viareggio,
da tempo gravemente ammalata. Scrivendo nel 1978 all'arcivescovo
di Lucca la definisce "mia consigliera" e "mia
sorella amatissima" (1). Dopo i primi
anni le lettere si fanno sempre più confidenziali;
l'amicizia si rafforza e diventa un momento molto importante
nella vita di fratel Arturo. E' per questo che le lettere
ne rivelano il volto più vero, meno mediato da preoccupazioni
esterne: si presumeva non avessero altri lettori. Consentono
quindi di cogliere le sue riflessioni religiose, i suoi stati
d'animo, le sue sofferenze, le sue gioie, i suoi giudizi sull'America
Latina e sulla Chiesa. Nessun altro documento, neppure le
sue pubblicazioni, può dare un'idea così viva
di quali siano state la vita di Arturo Paoli e la sua fede.
Nel 1979 così scrive ad Adele: "Tu sei libera
di lasciare le lettere a chi vuoi; io ne ho perduto la proprietà,
però non penso mai che le possano leggere altri"
(2). Tre anni dopo ripete: "Tu puoi
fare delle mie lettere quello che vuoi" (3).
Adele evidentemente desiderava che non venissero perse e per
questo pensava ad una loro pubblicazione in un futuro non
immediato; comunque dopo la sua morte. Era consapevole della
loro importanza, che trascendeva la sua persona. Avrebbero
potuto aiutare anche altri (4).
Arturo Paoli dal 1960 si trova stabilmente in America Latina;
prima in Argentina, poi in Venezuela, infine in Brasile. Ma
il suo impegno per il Vangelo lo porta in moltissimi luoghi.
Queste lettere, tra l'altro, permettono di seguire i suoi
spostamenti. Certamente colpiscono la frequenza e l'ampiezza
dei suoi viaggi per l'America Latina, compiuti per le esigenze
della Fraternità dei Piccoli Fratelli e le richieste
continue da parte di vescovi e comunità religiose di
ritiri spirituali o conferenze. Egli spesso si lamenta confidenzialmente
con Adele di non saper mai dire di no a queste richieste,
di dover quindi sottoporsi ad una vita massacrante. All'inizio
del 1982 si può trovare tra le lettere un roteiro (itinerario
e programma) dei ritiri che avrebbe tenuto durante l'anno
in Brasile e in altri paesi (5). Ma nel suo
girovagare non si limita a frequentare ambienti religiosi;
cerca la compagnia dei più poveri e vive in mezzo a
loro nelle più diverse situazioni (6).
E' importante sottolineare che non è mosso dagli intenti
di un agitatore politico, come crede la polizia della dittatura
militare argentina. Non è spinto soltanto dalla solidarietà
umana o dallo zelo apostolico; ci sono in lui certamente anche
questi due aspetti, ma non bastano a fornire una spiegazione
adeguata. La molla interiore è quella del pellegrino
che va da un luogo all'altro in cerca di Dio e sa di trovarlo
nei poveri: sono il santuario dove il pellegrino sa che è
presente Cristo (7). E' per questo che può
dire: "Vivo sotto la tenda" (8).
Queste lettere devono essere lette senza schemi precostituiti.
Lo sguardo giusto non è quello di chi vuole trovare
il prete impegnato nelle lotte sociali, o di chi si preoccupa
di valutarne l'ortodossia o sussulta per qualche giudizio
duro su alcuni vescovi, sacerdoti e religiosi. La pubblicazione
non deve servire a favorire un processo di canonizzazione.
Il modo giusto di avvicinarsi a questi scritti è quello
di chi ha a cuore l'uomo, il suo mistero, la sua sofferenza.
Queste lettere infatti sono percorse da un grande senso di
dolore per le condizioni in cui vivono gli uomini; soprattutto
i poveri dell'America Latina. Dolore che si ripercuote nella
vita quotidiana di chi le scrive, per le difficoltà
e le incomprensioni che deve affrontare; un dolore a cui c'è
sempre una risposta, per certi versi stupefacente, che è
la presenza dell'Amico.
Arturo Paoli in questa espressione traduce in maniera molto
viva e personale l'idea di Dio e l'immagine di Cristo. Quando
parla dell'Amico si avvertono una freschezza e una spontaneità
sorgive, come se leggessimo pagine bibliche in cui il popolo
ebraico tratta con il suo Signore misericordioso e i discepoli
ascoltano Gesù. E' un Dio dolcissimo e insieme terribilmente
esigente: "Lo sguardo di Dio, questo insopportabile sguardo
di Dio" scrive nel 1976 (9). In una
lettera del 1983 arriva a parlare di un "Dio nemico"
(10). Sono espressioni che non devono stupire.
Nell'esperienza dei mistici, così come nei testi biblici
(basta pensare ai Salmi), convivono due visioni opposte di
Dio: l'essere supremo, severo e terribilmente lontano; e l'amico
intimo, pieno di tenerezza per l'uomo, di cui raccoglie ogni
lacrima. Arturo Paoli ha vissuto e vive l'esperienza del "deserto";
ha provato la sofferenza dell'abbandono, particolarmente dopo
il suo allontanamento nel 1954 dall'incarico che aveva a Roma
nell'Azione cattolica e nel periodo di noviziato tra i Piccoli
Fratelli nel deserto dell'Algeria (11).
Tuttavia ha vissuto e vive spesso momenti di luce e di gioia
profonda. Con la sua vita testimonia che per cercare di capire
qualcosa di Dio (anche se molto poco), è necessario
aver vissuto ambedue le esperienze. Un Dio facilmente raggiungibile
dalle devozioni dei fedeli e dai concetti dei teologi rischia
di diventare banale; un Dio intuito nella sua incomprensibile
grandezza è dolorosa oscurità e spaventa. Arturo
fa capire che ha trovato la sintesi nella figura di Cristo:
l'Amico.
Nelle lettere descrive moltissime volte l'alternanza di tenebre
e di luce, di sofferenza e di gioia; ambedue indispensabili
per trovare l'Amico (12). Gli capita spesso
di sentire Dio molto vicino quando scrive o parla di Lui;
e di veder sparire tutto non appena ha terminato di parlare
(13). E' un modo di essere tipico dei mistici,
che vedono e non vedono. Ma è convinto che questo è
come un gioco di Dio che purifica la fede di chi lo cerca
nell'oscurità.
In un breve passaggio si può cogliere quale sia il
punto di partenza di questa esperienza: "Sono ora 15
anni che vivo così e so quanto è duro: soave
e durissimo" (14). Tenendo conto che
la lettera è scritta alla fine del 1968, non è
difficile capire che intende riferirsi alla sua defenestrazione
da viceassistente nazionale della Gioventù di Azione
cattolica, avvenuta nella primavera del 1954. All'inizio di
quell'anno fu invitato a lasciare il suo incarico e ad imbarcarsi
sul Corrientes, una nave argentina destinata al trasporto
degli emigranti (15).
Confidandosi con Adele (che per altro gli comunica esperienze
interiori simili), Arturo scrive spesso di trovarsi nell'oscurità
e di sentirsi abbandonato da Dio; ma contemporaneamente non
fa altro che dire che l'Amico gli riserva sempre delle attenzioni,
delle "delicatezze". Molte circostanze impreviste
del suo vivere quotidiano, in cui all'improvviso gli si presenta
una via d'uscita alle difficoltà, le interpreta come
interventi "provvidenziali", segni della presenza
di Dio, che lo accompagna costantemente nella sua vita. Si
rende conto, grazie anche al suo bagaglio culturale "occidentale"
(16), che può sembrare ingenuo o
eccessivo quando attribuisce questi episodi alla protezione
costante e amorosa del Dio lontano e vicino (17).
Ma prosegue imperterrito nel descrivere moltissime volte le
"delicatezze dell'Amico", che riguardano ogni più
piccolo avvenimento della sua vita (18).
E' uno degli aspetti che colpisce di più e forse sorprende
chi legge queste lettere. Talvolta si tratta del superamento
di rischi seri, derivanti dalla situazione politica e sociale
dell'America Latina, come d'altronde era già avvenuto
in Italia durante l'occupazione tedesca (19).
E' comunque evidente che non presenta queste esperienze come
prove dell'esistenza di Dio o conferme della sfera del miracoloso.
Il suo racconto è totalmente estraneo ad intenti apologetici;
non a caso questi accenni si trovano raramente nelle sue pubblicazioni
o nelle lettere circolari. E' un modo di vivere l'abbandono
in Dio, su cui insiste così di frequente nelle lettere
ad Adele (20). In questo modo la sua vita
itinerante ha sempre un senso, anche quando sembra non averne
nessuno.
Questo aspetto è importante per spiegare la costanza
nel cercare i segni di un mondo nuovo, in cui si manifesti
il messaggio evangelico di giustizia e di pace. Arturo Paoli
ha una dimensione mistica che alimenta un impegno storico.
Nei diversi luoghi in cui ha posto la sua "tenda"
ha sempre cercato di favorire la nascita di iniziative di
promozione sociale, soprattutto delle cooperative, a partire
dai boscaioli di Fortin Olmos in Argentina. Sono esperienze
singole che hanno migliorato le condizioni di vita di popolazioni
povere. Ma la sua predicazione ha una visuale più ampia,
che trasmette la tensione verso un avvenire diverso e migliore
dell'America Latina; un continente che ama e vede dibattersi
in una situazione insostenibile. Qui la dimensione mistica
ha importanza, perché lo porta a ritenere che si deve
muovere in questa direzione indipendentemente dai risultati,
che per lo più non sono confortanti. E' certo che l'Amico
vuole da lui questo impegno e non sta a calcolare se vede
o non vede fruttificare subito i semi che sparge.
Questo è il motivo per cui si sente solidale con la
teologia della liberazione (21). Quando
giungono le riserve di Roma su questa corrente teologica,
si domanda se ha qualcosa da rimproverarsi. Ricorda una conversazione
avuta a questo proposito con il vescovo di Caxias do Sul,
Paulo Moretto:
"Dicevo al vescovo, commentando il decreto di avvertenza
del Sant'Uffizio, che questo ci aiuterà a controllare
il nostro linguaggio che, a volte, con buona intenzione, può
suonar male. Anch'io confesso, dicevo al mio amico, a volte
posso aver dato motivo di far credere che il mio linguaggio
era più politico che religioso. E il vescovo mi ha
interrotto: 'Niente affatto, discordo, perché la ragione
per la quale ti accettiamo e ti approviamo è proprio
questa, di sentire che tu sei nella linea della teologia della
liberazione, ma non ti stacchi mai dal linguaggio di fede'.
Confesso che la dichiarazione non cercata, ma spontanea, mi
ha fatto piacere" (22).
Il vescovo colloca correttamente l'ispirazione di fratel Arturo
in un ambito religioso. La discussione, talvolta eccessiva,
sulla teologia della liberazione ha spesso sottovalutato posizioni
come questa, che d'altronde non era solo sua.
L'esperienza di Arturo Paoli è interessante anche perché
si realizza in lui un difficile equilibrio tra un impegno
"storico", non spiritualistico, a favore dei poveri
e la vita di fede. La garanzia è data dalla dimensione
interiore di tipo mistico, di cui si sono già viste
le manifestazioni. La direzione da seguire è quella
della lotta per la liberazione di chi è sfruttato e
oppresso (la maggior parte della popolazione latino-americana);
ma questa liberazione storica non è il fine ultimo:
c'è sempre una tensione che va al di là. In
questo può essere accostato a don Milani (23)
. E' il motivo per cui Arturo, che pur certo non è
indifferente agli orientamenti politici, può scrivere:
"Io non vedo la salvezza nella vittoria delle sinistre"
(24). Ma nelle lettere affiorano ripetutamente
i rilievi critici sulle connivenze di una parte della gerarchia
ecclesiastica e degli istituti religiosi con il sistema capitalistico
(25). Il suo ideale è una "Chiesa
dei poveri" che sia libera dai condizionamenti dei poteri
economici e politici.
Il risultato di questa posizione è un alternarsi di
approvazioni e disapprovazioni nei suoi confronti da parte
dei vescovi, preti e laici, a seconda delle loro posizioni,
che sono molto variegate anche in America Latina. C'è
chi lo "perseguita", come egli stesso scrive (26),
e chi lo loda e lo incoraggia. Capita che alcuni vescovi prendano
parte ad esercizi spirituali da lui predicati (27).
Ma ell'ottobre del 1982 in Venezuela nella diocesi di Barquisimeto,
dove era situata la comunità di Monte Carmelo, il vescovo
Críspulo Benítez Fontúrvel, che era favorevole
ad Arturo, viene trasferito e al suo posto viene nominato
Tulio Manuel Chirivella Varela, che gli è sfavorevole
(28). E' uno dei motivi per cui gli appare
preferibile la residenza in Brasile (29),
dove può godere dell'amicizia del card. Paulo Evaristo
Arns, arcivescovo di S. Paolo (30), e di
Helder Camara, arcivescovo di Recife, descritto come "l'uomo
più umano che conosco, essendo personalmente di una
austerità impressionante" (31).
E' d'altronde quello che era successo in Italia negli anni
della crisi della Gioventù di Azione cattolica. Luigi
Gedda era riuscito ad allontanarlo dall'Italia, valendosi
dell'ascendente che esercitava su Pio XII, e facendo sì
che non restasse in Sardegna, dove era stato inviato come
Piccolo Fratello da padre Voillaume. Giovan Battista Montini,
allora sostituto alla Segreteria di Stato, aveva cercato di
difenderlo, proponendo soluzioni che non lo emarginassero
completamente (32). La divaricazione di
atteggiamenti si era riprodotta anche nel popolo cristiano,
dai preti ai laici: alcuni conservavano una profonda amicizia,
che si spingeva fino alla devozione; altri ritenevano di doverlo
criticare, visto che era stato allontanato da Roma e quindi
qualcosa doveva aver fatto. Questi opposti schieramenti erano
particolarmente visibili a Lucca (33). Montini
aveva conservato una grande stima nei suoi confronti e, divenuto
pontefice, lo aveva ricevuto in udienza. "Cosa vuoi che
il Papa faccia per te?" gli aveva chiesto. E, visto che
non aveva risposta, aveva ripetuto la domanda. Al che Arturo,
ringraziando, aveva dichiarato di non aver nulla da chiedere:
era contento della vita che faceva (34).
Nelle lettere scritte dall'America Latina si alternano giudizi
sulla Chiesa amareggiati, e talvolta duri, con espressioni
di grande amore e fedeltà. "Tutta la Chiesa qua
è in agonia, ma non muore, perché è animata
dallo Spirito Santo" scrive nel 1969 (35).
"Mi rendo conto che io appaio un critico feroce e maldicente,
eppure amo la Chiesa a morte" scrive nel 1970 (36).
Il suo è un amore critico in cui si sente libero: "Sento
di muovermi nella Chiesa con assoluta libertà e senza
rimorsi di nessun genere. Le accuse di non essere figlio devoto
della Chiesa non mi scalfiscono minimamente" scrive nel
1976 (37). "La Chiesa si pronunzia,
si vede che ha coscienza dell'oppressione, della miseria del
popolo, sente il suo dovere di occuparsene, ma poi si tira
indietro" scrive nello stesso anno; e aggiunge: "Penso
che devo essere fedele alla Chiesa anche in queste sue terribili
contraddizioni. Perché? Perché lo vedo come
una fedeltà a Cristo" (38).
Ha scoperto in una suora, "che è una vera contemplativa",
cosa vuol dire davvero riconoscere la presenza di Dio nei
poveri. "Però questo mi fa sentire sempre di più
il disagio della Chiesa, che non è certamente la Chiesa
dei poveri" (39).
Mostra di essere scandalizzato dal silenzio della conferenza
episcopale argentina sulla morte di Enrique Angelelli, vescovo
di La Rioja, trovato morto il 4 agosto 1976 su un'automobile
in una scarpata. Si era negli anni della dittatura del generale
Videla. Dieci anni dopo un giudice argentino sentenzia che
non si era trattato di un incidente, ma di un assassinio.
Il vescovo tornava da El Chamical, dove aveva potuto appurare
che dei militari erano responsabili dell'uccisione di due
sacerdoti. La conferenza episcopale a suo tempo aveva preferito
avallare l'ipotesi dell'incidente e nel 1986 si mostra riluttante
ad accettare la sentenza. "Di fronte alla diplomazia,
alla falsità, la mancanza di amore che raggiunge anche
uomini di Chiesa, uno si domanda se hanno mai letto il Vangelo"
(40). Ma del "nostro carissimo martire
Angelelli" parla un vescovo argentino, Miguel Esteban
Hesayne, in una lettera del 1984 (41). Arturo
sa che alcuni sacerdoti e Piccoli Fratelli, con cui aveva
vissuto in Argentina, sono tra i desaparesidos, uccisi dai
militari o dalle organizzazioni paramilitari, e che anche
lui ha mancato per poco dal fare la stessa fine (42).
Era una realtà particolarmente dolorosa per chi aveva
il compito di promuovere le Fraternità in America Latina
(43).
Nel 1977 aveva scritto: "Siamo in gran pena perché
ora sono ben tre i fratelli scomparsi in Argentina: penso
che i religiosi devono pagare la liberazione e nello stesso
tempo, con vergogna, che poco pago io. Mi rifugio un po' nel
pensiero che ultimamente la mia sofferenza è stata
tanto profonda, tanto midollare, che ho detto al Signore di
prendermi. Non credo di aver desiderato la morte, così
semplicemente, ma ho detto a Gesù che certamente sarebbe
stato più facile morire che continuare a vivere così"
(44).
In un continente così lacerato anche le visite del
Papa sono oggetto di manipolazioni. Nel 1985 Arturo Paoli
nella consueta lettera circolare agli "amici d'Italia"
(45) passa in rassegna le differenti opinioni
sulla visita compiuta quell'anno da Giovanni Paolo II in Venezuela.
"C'è stata una manipolazione consumistica, una
politica e anche una certa manipolazione ecclesiastica. La
consumistica ha raggiunto livelli osceni e addirittura sacrileghi
come quella propaganda della Pepsi Cola: 'Chi riceve voi riceve
me, Pepsi', ripetendo la frase del Vangelo e trasportandola
di peso al Papa e alla Pepsi […]. Politicamente si è
cercato di recuperare il discorso del Papa, spesso abbastanza
critico e scopertamente a favore delle classi oppresse, come
appoggio allo status quo […]. Un altro aspetto di manipolazione
è quello di dare alle parole del Papa una interpretazione
che attacchi il meno possibile i nervi dei veri caudillos.
Così mi risulta che la insistenza del Papa sulla scelta
preferenziale dei poveri è stata tradotta, in una riunione
ad alto livello, come la raccomandazione a 'fare la carità'.
Attribuire al Papa una frase così grossolana, davvero
è fargli torto".
Queste lettere sono state scritte ad una persona da tempo
malata, che poteva (doveva) morire da un momento all'altro.
E' un aspetto che si può cogliere anche dalla ripetuta
raccomandazione con cui spesso si chiudono: "Non se ne
vada"; e, quando passa al tu (46):
"Aspettami". Arturo valorizza consapevolmente le
sofferenze, anche interiori, di Adele, in una visuale ispirata
dalla teologia del Corpo mistico e della comunione dei santi.
La rende compartecipe della sua opera di evangelizzazione,
come se costituisse una miniera a cui attingere. Sa che in
questo modo dà senso alla malattia dell'amica, le dà
voglia di vivere nonostante tutto. Ma non è un espediente
psicologico; è il filo rosso di questa amicizia fondata
su un atto di fede. C'è un "patto" stabilito
fin dall'inizio della loro relazione (47).
Arturo si mostra convinto che Dio si vale della debolezza
per mostrare la sua forza; che opera soprattutto nei momenti
di vuoto e di fallimento (48). Di questo
è certo dopo la sua esperienza del deserto e nelle
lettere cerca di trasmettere la convinzione alla "sorella",
che spesso attraversa periodi di oscurità, non riesce
a pregare, soffre spiritualmente oltre che fisicamente (49).
Dio vuole emergere dall'impotenza dell'uomo: è un atto
di fede, che non solo vale per Adele ma viene annunciato a
tutti, in cui è evidente l'ispirazione paolina (50).
Per questo è importante che le lettere siano lette
in questa ottica. La lettura può essere particolarmente
feconda per chi vive momenti difficili e si pone delle domande
su Dio. Arturo ripete che Dio, anche se può sembrare
un nemico, è un Amico. Ma non è indispensabile
avere la stessa fede di Arturo. E' necessario però
camminare in punta di piedi, cercare di capire e ascoltare.
Forse può risultare prezioso essere nella sofferenza.
Chi soffre può intuire, anche se crede di non avere
fede. Anzi, può essere un modo di tentare di capire
chi, per un dono misterioso e gratuito, ha pagato molto e
gioito molto per una fede non facilmente ripetibile.
Queste lettere restano comunque, per chi crede e per chi non
crede, un documento straordinario di umanità (51).
NOTE:
1. Lettera scritta da Monte
Carmelo, Venezuela, per Pentecoste 1978. La figura di Adele
Toscano è stata rievocata da Arturo Paoli su "Il
Regno", n. 22, 15 dicembre 1995, pp. 658-660. Dell'articolo,
intitolato L'età contemplativa, è riprodotta
in appendice la parte che riguarda Adele.
2. Lettera da New York, 7 gennaio 1979.
3. Lettera da Caracas, 2 febbraio 1982.
4. Credo di dover ricordare alcuni passaggi
che riguardano necessariamente anche la mia persona. Ho conosciuto
Adele Toscano qualche anno prima della sua morte, andandola
a trovare insieme ad Arturo nella sua casa di Viareggio da
cui non usciva mai. I due corrispondenti hanno deciso di comune
accordo di consegnarle a me per una futura pubblicazione.
Non le ho prese subito, anche perché la corrispondenza
continuava. Nel febbraio del 1988 ho ricevuto una telefonata
da Adele: "Professore, venga a prendere le lettere, perché
sento che non ho molti giorni da vivere". Non sono corso
subito a Viareggio, perché non ho creduto a questa
previsione, che era già stata fatta varie altre volte.
La mattina del 23 febbraio 1988 mi è giunta la notizia
che Adele era stata trovata rantolante nel suo letto. Aiutato
da amici (Allegretti e Bandettini), ho trovato le lettere
in un armadio, ben ordinate in una scatola. Dopo qualche anno
ho capito che ad incaricarsi del lavoro poteva essere Paola
Paterni, una delle mie migliori allieve, che lo ha portato
a termine con grande dedizione, trascrivendo gli originali
delle lettere e intervistando lo stesso Arturo Paoli numerose
volte, in occasione delle sue visite in Italia, per raccogliere
notizie su luoghi, persone, avvenimenti. Si devono a lei le
annotazioni alle lettere, redatte grazie a queste interviste
e ad ulteriori ricerche.
5. "Roteiro dos retiros do Arturo Paoli
em 1982". L'itinerario è stato inviato in due
riprese: per la prima metà dell'anno è allegato
alla lettera da Città del Messico del 20 dicembre 1981;
per la seconda metà alla lettera da Monte Carmelo,
Venezuela, 14 gennaio 1982.
6. E' la spiritualità tipica dei Piccoli
Fratelli di Charles de Foucauld; cfr. R. VOILLAUME, Les fraternités
du père de Foucauld: mission et esprit, Parigi, 1946;
ID., Au coeur des masses: la vie religieuse des Petits frères
du père de Foucauld, Parigi, 1950 ( trad. it., ID.,
Come loro. La vita religiosa dei Piccoli Fratelli del padre
de Foucauld, Edizioni S. Paolo, Roma, 1955; di questo volume
si sono avute numerose edizioni).
7 . "In questo mondo, così tenebroso,
appaiono delle persone che ti fanno vedere da vicino che Gesù,
il Salvatore, il restauratore della giustizia, è con
noi. Per vederlo non c'è altro punto di osservazione
che quello dei poveri. Fuori di lì non si può
assolutamente vedere" (lettera da Santiago de los Caballeros,
S. Domingo, 31 gennaio 1983).
8. "Uno è venuto ora qua per dirmi
con le lacrime agli occhi che non me ne vada, che non lasci
più Bojò. E veramente, se stessi a sentire il
cuore non me ne andrei più. Però quante volte
ho dovuto far tacere la ragione del cuore! […]. Vivo
veramente sotto la tenda come gli uomini dell'Antico Testamento"
(lettera da Bojò, Venezuela, 13 giugno 1975). "Fra
qualche anno dovrò pensare dove è la mia casa.
Già ora mi sveglio e mi occorrono 5 minuti per pensare
dove sono" (lettera da Curitiba, Brasile, 22 agosto 1982).
9. Lettera da Cordoba, 2 novembre 1976.
10. "Domani spero di mettermi a scrivere
la seconda parte dell'esperienza di Dio, il Dio nemico. Mi
pare di vedere degli aspetti interessanti e forse queste agitazioni
interne sono adatte a farmi comprendere questo aspetto di
Dio" (lettera da Caracas, 1 marzo 1983).
11. A. PAOLI, Facendo verità, Gribaudi,
Torino, 1984. Cfr. in particolare i capitoli "L'esperienza
del deserto e del nulla" (pp. 36-58) e "Gesù
visto e non visto" (pp. 59-89).
12. "Stamani mi sono svegliato con Gesù
tanto vicino che mi faceva impressione. Poi se ne va. Perché?"
(lettera da Rio de Janeiro, 27-28 luglio 1984).
13. "Perché [lo Spirito Santo]
non mi lascia questa fede che mi trasmette quando parlo con
altri? […]. Questo caldo-freddo, questa pienezza-vuoto,
questa gioia di vedere e poi piombare nell'oscurità,
è così doloroso che mi verrebbe voglia di…
di… di non so. Una volta, una suora mi chiedeva che
mi piacerebbe fare dopo un ritiro e io le risposi: "ubriacarmi".
Non fu molto edificante per lei" (lettera da São
Leopoldo, Itaciè, Brasile, 24 febbraio 1987).
14. "Conosco questi baratri del vuoto
e del nulla, e quindi so, per esperienza, che non c'è
conforto che possa venire dal di fuori […]. Sono ora
15 anni che vivo così e so quanto è duro: soave
e durissimo. Sono alla porta del cielo o dell'inferno, della
resurrezione o del nulla? Me lo sono domandato forse troppi
anni, ora non me lo domando più: sono alla porta del
Cristo e questo mi basta" (lettera da Fortin Olmos, Argentina,
19 dicembre 1968).
15. Così Arturo Paoli rievoca questo
momento nell'intervista concessa a Francesco Piva: "Mi
chiamarono o mi chiamò Urbani nella residenza del cardinale
Piazza. Tutti e due prima parlottarono fra loro, poi il cardinale
Piazza mi disse: 'Sai, abbiamo deciso che tu vai come cappellano
di navi' - perché il cardinale Piazza era il superiore
dei cappellani delle navi - e aggiunse: 'Sai, è una
cosa bella, eccetera'. Io risposi che andavo e lì ci
furono le mie dimissioni". Cfr. F. PIVA, "La gioventù
cattolica in cammino...". Memoria e storia del gruppo
dirigente (1946-1954), Angeli, Milano, 2003, p. 390. A Genova,
all'imbarco sul piroscafo Corrientes, lo accompagnarono due
amici lucchesi: don Sirio Valoriani e un giovane ventiquattrenne.
16. In una lettera si definisce "razionalista
incorreggibile" (da Santiago, Cile, 28 settembre 1962).
17. "Come sempre mi sento oggetto di
mille attenzioni da parte dell'Amico, che sa perfettamente
che sono un eterno disorientato incapace di organizzarmi ecc.
ecc. Non so come ringraziarlo pubblicamente, perché
mi accorgo che quando si parla di queste attenzioni o ti stimano
un bigotto (il che oggi è interpretato malissimo anche
e soprattutto negli ambienti religiosi) o accolgono la notizia
in maniera superficiale" (lettera da Città del
Messico, 27 novembre 1981).
18. "Negare l'esistenza dell'Amico che
mi accompagna sarebbe per me impossibile; lo vedo nei minimi
dettagli delicatissimi" (lettera da Miracema do Norte,
Brasile, 25 luglio 1981).
19. "Per me, oggi, la Trasfigurazione,
è un giorno molto importante, perché il Signore
mi fece la grazia della vita liberandomi miracolosamente dalle
mani dei tedeschi" (Barquisimeto, Venezuela, 6 agosto
1973). Durante l'occupazione Arturo, che faceva parte della
Resistenza, era stato arrestato e poi liberato improvvisamente
da un ufficiale tedesco. Sulla vicenda rimando al profilo
biografico in appendice.
20. "Sempre più mi sento inondato
di pace, e sento spegnere in me i desideri. Sia fatta la santa
volontà del Signore. Spero di morire nell'atto di abbandono:
non posso contare sui meriti: veramente non ci posso contare;
ma conto sull'atto di amore finale" (lettera da Santiago,
Cile, 28 settembre 1962). "Adele ha le sue gioie, quella
di riposarsi in quella sua estrema povertà , in quel
vuoto che le ha fatto il Signore. Sono sicuro che, sia pure
a sprazzi, il Signore le farà assaggiare la gioia dell'abbandono"
(lettera da Fortin Olmos, Argentina, 25 settembre 1962).
21. "Mi hanno invitato […] a un
incontro di teologi, filosofi, protestanti e cattolici, della
' teologia della liberazione'. Mi sono sentito piccolo piccolo,
nonostante le prove di affetto e di accoglienza, di stima
che mi hanno dimostrato tutti, specialmente Gustavo Gutiérrez,
il tedesco Hinkelammert, frei Betto ecc. ecc. Che peccato
che Roma non capisce che tesori intellettuali e che valori
umani portino questa gente. In tutti è molto chiara
la volontà di obbedire al Papa (per i protestanti è
rispettare) e ai poveri" (lettera da Rio de Janeiro,
27-28 luglio 1984). Una delle migliori ricostruzioni del dibattito
è data dal lavoro di L. Ceci, La teologia della liberazione
in America Latina. L'opera di Gustavo Gutiérrez, Angeli,
Milano 1999.
22. Lettera da São Leopoldo, 14 settembre
1984.
23. Si può ricordare a questo proposito
la nota lettera di don Milani a Pipetta.
24. Lettera da Bojò, Venezuela, 6
giugno 1976. Vedi anche la lettera inviata da Monte Carmelo,
Venezuela, il 10 luglio 1976.
25. Particolarmente dura e sofferta è
la lettera da Cali dell'11 ottobre 1981.
26. "Un vescovo di Argentina mi ha lanciato
addosso una persecuzione, e fa una propaganda… più
convincente di Carosello. Ma anche questa è una grazia
e vorrei prenderla. Non è per questo che le ho chiesto
sopra di pregare; questi sono i segni evidenti di una vera
elezione da parte di Dio" (lettera da Roçao Novas,
Brasile, 28 febbraio 1969).
27. Lettera da Caracas, 21 settembre 1974.
28. "Ieri ho ricevuto una lettera in
cui mi si dice che il vescovo della diocesi dove è
Monte Carmelo non mi vuole: non è d'accordo col cardinale
di São Paulo e, siccome io sono suo amico, niente da
fare" (lettera da Uberlândia, Brasile, 16 ottobre
1982).
29. "Il Brasile mi affascina sempre
di più […]. E' la sola Chiesa che io conosco
che si è fatta popolo e che in questa comunione assume
la sofferenza dei poveri" (lettera precedente).
30. "Mi hanno invitato a concelebrare
la messa in cattedrale con il cardinale Arns che io ammiro
molto. Quando mi ha visto in sagrestia mi ha abbracciato lungamente
e mi ha detto in (sic) voce alta (io morivo di vergogna):
'Continua, continua a lavorare con coraggio per la giustizia
e la verità, non ci abbandonare!' " (lettera da
Lins, S. Paolo, 27 gennaio 1981). Nell'ultima lettera inviata
ad Adele si accenna alla collaborazione richiesta dalla Conferenza
dei vescovi del Brasile (lettera da Foz de Iguaçu,
2 febbraio 1988).
31. Lettera del 3 ottobre 1979 (senza luogo
di spedizione).
32. Il contrasto tra i dirigenti nazionali
della Gioventù di Azione cattolica (GIAC) e Luigi Gedda
aveva cominciato a profilarsi da tempo e si era manifestato
apertamente nel 1952 in occasione della cosiddetta operazione
Sturzo, osteggiata dalla GIAC. Carlo Carretto in questa occasione
aveva espresso, in opposizione a Gedda, la piena solidarietà
della sua organizzazione con De Gasperi; poco dopo era stato
"dimissionato" da presidente. I contrasti erano
proseguiti anche sotto la nuova presidenza di Mario Rossi
e riguardavano soprattutto l'eccessiva esposizione politica
dell'Azione cattolica voluta da Gedda (Comitati civici) e
i suoi tentativi di accentramento (Base missionaria). Più
in generale i giovani si mostravano sensibili alla nuova teologia
che avrebbe ispirato il rinnovamento conciliare. Di questo
Arturo Paoli era considerato il principale responsabile. Mario
Rossi nell'aprile del 1954 sarebbe stato costretto alle dimissioni
poco dopo l'allontanamento di Arturo Paoli. La ricostruzione
più completa di queste vicende è stata fatta,
anche sulla base di numerose testimonianze, da F. PIVA, "La
gioventù cattolica in cammino…", cit.; in
particolare pp. 360-427.
33. L'allontanamento da Roma è avvenuto
quando l'arcivescovo di Lucca era Antonio Torrini (1928-1973).
Questi aveva resistito a lungo alle richieste da parte di
Montini di avere a Roma Arturo Paoli, perché riteneva
che la sua presenza in diocesi fosse preziosa. Quando però
la fortuna romana del sacerdote era tramontata non aveva fatto
nulla per richiamarlo a Lucca, perché riteneva che
la decisione non fosse gradita. Formato ad una devozione totale
verso la Santa Sede, che estendeva ad ogni emanazione dell'autorità
pontificia, e quindi anche alla presidenza dell'Azione cattolica,
si sottomise alla richiesta che fratel Arturo limitasse al
massimo i suoi incontri lucchesi, soprattutto coi giovani.
Così nel 1958 invita padre Voillaume, priore dei Piccoli
Fratelli, di consigliargli di "volersi astenere da altri
impegni di predicazione e di tenere adunanze della gioventù
durante la sua permanenza in questa diocesi" (lettera
di Torrini a René Voillaume del 29 agosto 1958; cfr.
L. LENZI, Concilio e post-Concilio in Italia. Mons. Enrico
Bartoletti arcivescovo a Lucca, EDB, Bologna, 2005, p. 201).
Nel periodo in cui è stato vescovo Bartoletti, i rapporti
con Arturo Paoli sono stati sinceramente amichevoli, ma senza
riflessi pratici, anche perché il presule fiorentino
a lungo a Lucca non ha avuto alcun potere canonico. Arriva
nel 1958 come vescovo ausiliare, diventa amministratore apostolico
nel 1966 e arcivescovo solo nel 1973, alla morte di Torrini.
Con questo titolo resta a Lucca pochi mesi, dopo che nel 1972
era stato chiamato da Paolo VI alla carica di segretario generale
della CEI. Il successore, Giuliano Agresti (1973-1990), compare
in queste lettere per una vicenda singolare. Nel 1978 Arturo
Paoli scrive ad Agresti pieno di speranza, una speranza alimentata
dagli incontri privati, chiedendogli di accoglierlo nella
diocesi in una parrocchia abbandonata durante l'anno sabbatico
di cui doveva fruire. L'arcivescovo non trova soluzione migliore
di quella di non rispondergli. Arturo commenta la vicenda
con molta amarezza (lettere dal 15 maggio al 9 dicembre 1978).
La svolta si è avuta con l'episcopato di Bruno Tommasi
(1990-2005), che ha "riabilitato" pubblicamente
agli occhi della diocesi Arturo Paoli, facendolo concelebrare
con lui nella cattedrale e invitandolo a prender parte insieme
al clero lucchese alla processione del 13 settembre in onore
del Volto Santo, che per Lucca è una solennità
molto importante. La riabilitazione prosegue con l'attuale
arcivescovo, Italo Castellani.
34. Da una intervista che Arturo Paoli mi
ha concesso del 1984. Non mi è stato possibile ricostruire
la data dell'udienza; presumibilmente è avvenuta nella
seconda metà degli anni Sessanta. Tra le lettere è
stata trovata una fotografia dell'incontro.
35. Lettera da Roçao Novas, Brasile,
28 febbraio 1969.
36. Lettera da S. Miguel, Argentina, 29 giugno
1970.
37. Lettera da Monte Carmelo, Venezuela,
10 luglio 1976.
38. Lettera da Salvador, 19 novembre 1976.
39. La lettera prosegue: "Sta tranquilla
che se non impazzisco non abbandonerò mai la Chiesa,
mi parrebbe assurdo il solo pensarlo, ma mi riesce sempre
più difficile l'accettare tante cose della Chiesa.
E' la nostra famiglia, come dovremmo lasciarla?" (lettera
da Bojò, Venezuela, !6 luglio 1975).
40. Lettera da São Leopoldo, 12 agosto
1986. Dieci anni prima fratel Arturo era stato sollecitato
da padre Voillaume, priore dei Piccoli Fratelli, a stendere
un articolo su Angelelli. Ad Adele aveva scritto: "E'
stata una enorme perdita per la Chiesa argentina e per la
Chiesa in generale. Difficilmente si trova un uomo così
dedicato ai poveri veramente come lui. Dio sa perché
succedono queste cose. E' certo che il martirio è sempre
stata l'arma di Dio per trionfare sul male; questo mi consola
moltissimo" (lettera da Monte Carmelo, Venezuela, 25
settembre 1976). Sulla vicenda vedi Nunca más in appendice.
41. E' allegata alla lettera inviata ad Adele
da São Leopoldo il 14 settembre 1984. Il vescovo ha
parole di grande stima per Arturo e lo invita a collaborare
con la Chiesa di Rio Negro, "da dove lei con alcuni altri
fratelli de Foucauld potrebbero essere una luce e un fuoco
dell'Alto, per questa nostra Patagonia".
42. Lettere da Acarigua, Venezuela, 11 giugno
1974; da Barranquilla, Colombia, 15 agosto 1975 (vedi i nomi
in nota); da Vitoria, Brasile, 20 ottobre 1976. Sulle vicende
di Arturo rinvio alla nota biografica e a Nunca más
in appendice.
43. Lettera da Monterrey, Messico, 30 gennaio
1975. Nel 1970, a proposito dei Piccoli Fratelli che seguiva
in Argentina e che sarebbero stati colpiti dalla repressione
dei militari, Arturo aveva scritto: "Qua la Fraternità
va bene, con tutti i limiti umani siamo uniti e i fratelli
dimostrano buona volontà, ma oggi è difficile
vivere la vita religiosa perché c'è da ripensarla
di nuovo. A diritto o a rovescio la Chiesa si va rinnovando
profondamente, e questo mi convince sempre di più che
è lo Spirito Santo che la conduce e la anima"
(lettera da S. Miguel, Argentina, 29 giugno 1970).
44. Lettera da Monte Carmelo, 2 luglio 1977.
45. Allegata alla lettera inviata ad Adele
da Caracas il 26 febbraio 1985.
46. "Ti do del tu perché mi pare
strano date del tu con tanta facilità qua a persone
appena conosciute e non darlo a te che sei così dentro
la mia vita" (lettera da S. Miguel, Argentina, 16 settembre
1970).
47. "Il Signore Gesù ha voluto
la nostra fraternità. Non siamo noi a scegliere queste
parentele strette nella comunione dei santi. In Paradiso vedremo
[…]. Sono certo che molti frutti del mio sacerdozio
andranno a lei" (lettera da Fortin Olmos, Argentina,
16 agosto 1960). "Penso che il Signore sempre mette la
sua potenza in vasi di terracotta che si possono rompere da
un momento all'altro. Confido moltissimo sul patto che c'era
fra noi due e spesso lo ricordo per ricorrervi specialmente
nei momenti di bassa marea" (lettera da S. Miguel, Argentina,
29 giugno 1970).
48. "Il Signore vuol farsi vedere nella
sua vita, non solo farsi vedere a lei, ma farsi vedere al
mondo, agli uomini. E' venuto per manifestarsi al mondo e
lo fa sempre attraverso l'umanità, dalla incarnazione
in poi. E ha sempre, costantemente pensato che l'umanità
capace di manifestarlo al mondo è una umanità
povera, debole, inesistente, perché gli uomini dicano:
qui c'è Dio, perché umanamente questa cosa non
si spiega. Quindi mai come ora lei è portatrice di
Cristo" (lettera da Fortin Olmos, Argentina, 25 settembre
1962).
49. Una testimonianza rivelatrice è
offerta dalle lettere di Adele Toscano ad Arturo Paoli pubblicate
in appendice.
50. "Mi vanterò quindi ben volentieri
delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza
di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità,
negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni,
nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è
allora che sono forte" (2 Cor. 12, 9-10). Il richiamo
è fatto esplicitamente nella lettera del 3 ottobre
1979.
51. Vale la pena di ricordare, tra le altre,
due lettere che narrano rispettivamente l'incontro con bambini
indios sulle Ande della Bolivia e la messa celebrata tra le
prostitute di un quartiere di Lins in cui erano confinate
(cfr., rispettivamente, la lettera da Titicachi del 12 luglio
1982 e quella da Lins, Stato di S. Paolo, del 12 maggio 1984).
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