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RAGIONANDO CON MARTINI DI PECCATO E RESURREZIONE
di Eugenio Scalfari
in “la Repubblica” del 13 maggio 2010
Quando fissammo la data del nostro incontro
il cardinale Carlo Maria Martini mi disse che il tema sul quale
desiderava si svolgesse la conversazione era la Resurrezione. Ne
rimasi un po' stupito e anche preoccupato; gli feci osservare che
su quell'argomento avremmo avuto assai poco da dirci. Se c'è un
punto sul quale il non credente non ha alcuna possibilità di contatto
con un cristiano doc come Martini è proprio quello. Ma il cardinale
insistette. «Vedrà - mi disse - avremo tutti e due molte idee da
scambiarci su quell'argomento. Del resto la Resurrezione è da tempo
il fulcro della mia vita e ho molta voglia di discuterne con lei».
Ci siamo incontrati il 10 maggio scorso a Gallarate, nella casa
di riposo della Compagnia di Gesù dove Martini alloggia da qualche
anno dopo i mesi passati a Gerusalemme. In due anni questa è la
terza volta che vado a trovarlo. Nel frattempo ci siamo scritti
e sentiti, ormai siamo in confidenza. Io gli voglio bene e credo
che me ne voglia anche lui. Il tempo, è vero, passa con grande rapidità,
ma lui non mi è parso cambiato. La voce si è affievolita, quella
sì, è meno sonora o io son più duro d'orecchio; abbiamo avvicinato
di più le poltrone sulle quali eravamo seduti. «Lei ha scritto un
libro di recente». «Sì, un viaggio nella modernità. Temo che, se
avrà voglia di leggerlo, non sarà d'accordo su molte cose». «Non
ne sia così sicuro: tra un credente come me e un non credente come
lei i punti d'incontro sono molti, l'abbiamo già verificato». «È
vero – ho risposto – lei però me ne ha proposto uno, la Resurrezione,
che ha più l'aria d'una sfida che di un terreno d'incontro. Chi
come me non crede nell'oltremondo, tantomeno crede nella Resurrezione
di Gesù e nella nostra. Lei però vede nel Resurrecturis il fulcro
della sua vita spirituale. Può spiegarmene la ragione? In fondo
si tratta di un miracolo. Pensavo che lei fosse piuttosto scettico
sui miracoli». «La Resurrezione del Cristo non è un miracolo. Il
Dio che attraverso il Figlio ha assunto natura umana, dopo la morte
sulla croce riassume la sua natura divina e immortale». «Capisco.
Ma la Resurrezione dei morti? Quello è un miracolo». «È un mistero,
un mistero della fede. Lei mi ha chiesto perché rappresenta, per
me e per tutta la comunità dei fedeli, il fulcro della nostra vita.
Cercherò di spiegarlo. La Resurrezione dei morti è un fatto storicamente
positivo. Lo Spirito risorge in tutti noi. Risorge ogni giorno,
risorge quando preghiamo, quando ci comunichiamo mangiando il pane
e bevendo il vino del Signore, quando risorgono in noi la carità
e la speranza del futuro, quello terreno e quello extraterreno.
La storia del mondo non sarebbe quella che è se la speranza non
alimentasse i nostri sforzi e la carità non illuminasse la nostra
vita quotidiana. La Resurrezione dello Spirito è la fiamma che spinge
le ruote del mondo. Lei può immaginare un mondo senza carità e senza
speranza?». «Non lo immagino infatti. Ma speranza e carità illuminano
anche la vita dei non credenti o almeno di molti di essi. Noi non
abbiamo bisogno della fede, l'amore del prossimo, secondo me, deriva
da un istinto che opera in ciascuno di noi. È l'istinto della vita,
l'istinto della socievolezza, l'istinto della sopravvivenza della
specie». «Lei pensa che quell'istinto sia sempre presente in ogni
individuo?». «Penso che sia sempre latente, ma sempre in contrasto
con l'amore di sé. La vita non è che un eterno contrasto tra questi
due elementi. La natura umana poggia sulla dinamica di questi due
elementi». «Ogni volta che l'amore del prossimo vince sull'egoismo
dell'amore di sé, quello è il momento in cui lo Spirito risorge.
Il fatto che lei lo chiami istinto non cambia la tessitura della
vita: per me è la Resurrezione». «Ma non la Resurrezione dei morti».
«Quello è un mistero della fede, un di più che ci aiuta. Io non
lo chiamo miracolo, lo chiamo necessità. La necessità di vivere
con carità e speranza». «Cardinal Martini lei ha conosciuto il teologo
Hans Küng? Conosce la sua teologia?». «Eravamo tutti e due nel Concilio
Vaticano II. Abbiamo la stessa età, eravamo molto giovani allora,
della stessa età di papa Wojtyla. Poi l'ho incontrato varie volte,
abbiamo discusso spesso, abbiamo un buon rapporto». «Küng fa un'affermazione
molto netta nel suo ultimo libro. Dice che la fede illumina la vita
ma che per raggiungere la fede occorre una condizione preliminare:
bisogna innanzitutto amare la vita. Amarla d'un amore profondo.
L'amore per la vita è una condizione non sufficiente ma necessaria
per la maturazione della coscienza. Lei è d'accordo con questa posizione?».
«Sì, sono d'accordo con Küng. Penso anch'io che bisogna amare profondamente
la vita per essere poi illuminati dalla grazia e dalla fede». «Tutto
sta nel capire che cosa s'intenda quando si dice "amare profondamente
la vita"». «Lei che cosa ne pensa? Che cosa vuol dire?». «Penso
a un amore responsabile. Penso a una vita che non umilii la vita
degli altri, non le rechi danno ma anzi l'arricchisca di sentimenti
e maturi l'umanità che è in ciascuno di noi». «Questo è anche il
mio pensiero di cristiano. L'amore per la vita concepito in questo
modo è appunto la condizione necessaria anche se insufficiente che
può condurre alla fede. Oppure fermarsi a quella tappa iniziale».
«Una tappa imperfetta? Non perfettamente matura»? Capii che gli
costava molto rispondere a questa mia domanda. Poi disse con un
soffio di voce: «Una stilla di divino c'è in ogni uomo. Siamo le
foglie dissimili di un unico albero. Non spetta a me distinguere
le foglie meglio riuscite. Cristo ha detto: non giudicate». Pioveva
a scroscio fuori dalla finestra. Portarono le pillole per il cardinale
e una tazza di tè per me. Le tendine sui vetri erano orlate con
un ricamo che mi ricordò la mia casa di bambino e l'immagine di
mia madre. Le preghiere che mi faceva recitare la sera prima del
sonno. Pensai che i credenti, quelli veri, erano rimasti un po'
bambini, ma poi scacciai subito quel pensiero. Ti senti superiore?
Mi dissi. Sei polvere e polvere tornerai, perciò lui ha ragione:
non giudicare. Gli dissi: «Alla Resurrezione non credo, ma credo
nel Golgota». «Stavo appunto per domandarglielo. Mi dica». «Credo
nel Golgota perché lì fu celebrato il sacrificio di un giusto, di
un debole, di un povero. Quel sacrificio si ripete ogni giorno ed
è il vero ed unico peccato del mondo: il sacrificio, la sopraffazione,
l'umiliazione del povero, del debole, del giusto. Il Golgota raffigura
il peccato del mondo». Il cardinale mi guardò come si guarda un
catecumeno, uno sguardo che mi parve una carezza. Notai che aveva
un tic frequente all'occhio sinistro, spesso lo chiudeva ma quando
lo riapriva era ancor più espressivo dell'altro. Credo fosse l'effetto
della sua sindrome parkinsoniana, la stessa malattia di papa Wojtyla.
Poi mi disse: «Sì, il Golgota rappresenta il peccato del mondo.
A volte la Chiesa si occupa di troppi peccati e non tutti nella
Chiesa sanno e sentono che quello è il solo, vero peccato: la sopraffazione,
l'umiliazione, il disconoscimento del proprio simile tanto più se
è debole se è povero se è escluso. E se è un giusto. Uno che non
farebbe mai cose che umiliano la dignità della persona. Il Golgota
dovrebbe essere l'inizio di un percorso penitenziale che dura tutta
la vita». Questa frase mi colpì; non avevo pensato ad un percorso
penitenziale. Chi era coinvolto in quel percorso di penitenza? Glielo
chiesi. Rispose: «Tutto il mondo». «Ma il vostro Cristo non era
venuto per annunciare la salvezza? Un patto rinnovato tra il Signore
e gli uomini?». «Appunto. Portò la consapevolezza del peccato che
era stato commesso e la necessità di espiarlo attraverso la penitenza».
«In un altro nostro incontro lei mi parlò della necessità per la
Chiesa di rivisitare il sacramento della confessione. C'è un nesso
fra quel suo desiderio e quanto mi ha appena detto?». «La confessione
dev'essere per i cristiani l'inizio di un percorso penitenziale
che dura tutta la vita. Se il peccato è quello che abbiamo definito
come il vero peccato del mondo, l'espiazione non richiede soltanto
il risarcimento materiale del danno; l'espiazione comporta molto
di più: comporta la rieducazione del peccatore, la scoperta da parte
sua di una vita diversa. È la scoperta della gioia e del gaudio
che quella vita nuova e diversa si effonde nella sua anima». «Cardinale,
ha presente il romanzo Resurrezione di Tolstoj?». «Ha ragione di
richiamarlo. Quel romanzo racconta esattamente questo percorso.
Il protagonista era un ricco e giovine signore che approfitta e
stupra una minorenne. Passano gli anni e alla fine il protagonista
ha perso tutto il suo patrimonio ed è condannato e deportato in
Siberia, ma nella sua coscienza si è fatta strada la sofferenza
per quanto ha commesso e la necessità di espiarlo. Quando l'espiazione
tocca il culmine la sua anima si apre alla consolazione e alla gioia».
«Lei ha richiamato Tolstoj; anche Manzoni racconta un processo analogo
e la gioia che viene dall'espiazione». «L'Innominato, il suo pentimento,
l'affanno di espiare e la pace dell'anima che provoca l'espiazione».
«La pedofilia è uno di quei peccati?». Non avevo ancora introdotto
quel tema, mi pareva che fosse imbarazzante per un porporato affrontarlo
in un colloquio con chi fa professione di giornalismo. Ma in un
certo senso era lui che mi ci aveva portato. Infatti rispose senza
esitazione. «La pedofilia è il più grave dei peccati, non umilia
soltanto la persona e il debole, ma viola addirittura l'innocente.
Aggiungo: nei casi che si sono verificati nella Chiesa i colpevoli
sono addirittura sacerdoti e vescovi che hanno come primo compito
quello di educare i giovani e i giovanissimi e quindi debbono frequentarli
per adempiere il loro magistero. Ci può essere peccato più grave
di questo?». «La Chiesa però condanna il peccato ma perdona il peccatore.
Non c'è contraddizione? Il Papa ha assunto un atteggiamento assai
rigoroso in questi ultimi mesi e ha anche imposto un criterio di
trasparenza invitando i vescovi e i parroci a informare l'autorità
giudiziaria distinguendo il reato dal peccato. Vorrei capire se
tutto ciò rappresenta un'innovazione del diritto canonico». «Non
mi occupo di diritto canonico perché in questo caso ha ben poco
rilievo. Quanto alla denuncia del reato all'autorità giudiziaria,
direi che si tratta di un atto assolutamente dovuto, la pedofilia
è un grave reato in tutti i codici del mondo e va perseguito. Ma,
trattandosi di solito di persone avanti negli anni, è lecito prevedere
che la pena inflitta dall'autorità giudiziaria avrebbe un'esecuzione
relativamente breve. Comunque non è quello il punto. Ritorno al
tema della penitenza e dell'espiazione. Si perdona il peccatore
che compia un percorso penitenziale che durerà quanto dura la sua
vita terrena. L'espiazione dev'essere così intensa da colmare quell'anima
e da farle assumere il compito di risarcire chi ha subito il sopruso.
Dico risarcire ma non mi riferisco a risarcimenti materiali che
pure sono dovuti. Mi riferisco a un rapporto di anime. L'anima del
peccatore non avrà altro fine che redimersi, risarcire i sentimenti
violati, risorgere. Solo in quel modo ritroverà la pace e la gioia».
Aveva parlato tutto d'un fiato gesticolando e agitandosi sulla sua
poltrona; anche la voce era salita di tono, tanto che poi si abbandonò
affannato e socchiuse per un momento gli occhi. Il suo assistente,
un giovane prete con un volto intelligente e modi pieni di premura,
fece capolino per la seconda volta: quella pausa nella nostra conversazione
lo aveva forse allarmato. «Forse è stanco», dissi, ma a quel punto
il cardinale fece un gesto per dire che non era affatto stanco e
voleva continuare. Gli chiesi se c'erano stati nella storia della
Chiesa dei santi che prima erano stati peccatori. «Molti» rispose.
«Il fatto più significativo della loro vita è stata appunto la loro
conversione dal peccato alla grazia della fede insieme all'inizio
di quel percorso penitenziale che li ha accompagnati fino alla morte».
Gli chiesi qualche nome. «Gliene dico uno per tutti, il fondatore
della nostra Compagnia, Sant'Ignazio. Lo ha raccontato lui stesso,
peccò a lungo e fortemente, per dirla con Lutero; la sua conversione
fu totale, la sua espiazione lunghissima, accompagnata da un amore
per la vita e per le opere tra le quali appunto la fondazione d'una
Compagnia che dopo quattrocent'anni è ancora uno dei pilastri della
nostra Chiesa». Era passata più di un'ora e capii che il nostro
incontro si avviava alla fine ma avevo ancora molte cose da chiedere.
In particolare c'era un tema che mi stava a cuore: il rapporto tra
la missione pastorale della Chiesa e la sua organizzazione istituzionale
e gerarchica. Insomma la Chiesa come missione e la Chiesa come centro
di potere. «Ricorda, cardinal Martini? Lei mi raccontò, in un nostro
precedente incontro, che all'inizio del Conclave che elesse cinque
anni fa l'attuale Pontefice lei ricordò ai suoi confratelli riuniti
nella Sistina che il Conclave doveva eleggere il Vescovo di Roma.
Il Papa infatti ha quella funzione in quanto Vescovo di Roma e tale
deve sempre rimanere. Lei non mi spiegò allora il senso di quel
suo discorso, vuole dirmelo adesso?». «Il senso può risultare oscuro
per chi non opera nella Chiesa e per la Chiesa, ma per noi è chiarissimo.
I Vescovi sono i successori degli apostoli e ad essi Gesù dettò
una sola missione: andate e predicate alle genti la verità e la
carità, diffondete il Verbo, indicate la via. Questa è la missione
dei Vescovi, pastori di anime. Ma Gesù sapeva anche che quella missione
doveva essere racchiusa entro una guaina che ne proteggesse l'essenza
e la preservasse nel corso dei secoli e dei millenni. Quella che
lei chiama istituzione è appunto la guaina organizzativa, le Congregazioni,
la Curia, la finanza, i tribunali ecclesiastici. Servono a preservare
la missione pastorale che rappresenta l'essenza della Chiesa». «Il
Papa è il Vescovo di Roma ed è il capo della missione pastorale
e dell'istituzione. E così?». «Il Papa è il Vescovo che siede sulla
sedia che fu di Pietro. La missione pastorale è il suo compito prevalente.
Il fatto che sia anche un teologo o un diplomatico o un organizzatore
è secondario. È e dev'essere soprattutto un pastore di anime che
esercita quella vocazione insieme a tutti gli altri Vescovi». «Tuttavia
per gran parte della sua storia la Chiesa è stata soprattutto dominata
dal potere dell'istituzione, i Papi sono stati dei capi di Stato
e perfino dei guerrieri. Il potere temporale ha soverchiato la missione
pastorale». «Non penso che l'abbia soverchiata, ma certo spesso
è accaduto che il potere e la sua conservazione abbiano avuto un'importanza
eccessiva e la missione pastorale ne abbia subito i contraccolpi».
«È ancora così anche oggi?». «Questi difetti sussistono ancora,
il potere temporale, in altre forme, è ancora una tentazione all'interno
della Chiesa. Ma quello che noi chiamiamo il popolo di Dio, i fedeli,
il clero con cura di anime, le associazioni e il volontariato cattolico,
costituiscono la vera guaina di custodia della nostra essenza».
«Le faccio un'ultima domanda perché sto abusando del suo tempo.
La Chiesa per compiere la sua missione deve avere contatti con i
poteri pubblici che incontra nel suo cammino. Talvolta incontra
regimi di dittatura e tirannide, altre volte regimi democratici.
Sono forme politiche indifferenti per la Chiesa oppure essa è chiamata
a fare una scelta tra di loro?». «La Chiesa deve fare una scelta
anche se deve includere sistemi politici estranei alla sua concezione.
Anzi è proprio nei territori dove la libertà e l'eguaglianza sono
negate che la testimonianza della Chiesa diventa preziosa. Ma per
me non c'è dubbio: la Chiesa che rivendica la libertà religiosa,
per ciò stesso condivide principi di libertà, di eguaglianza, di
inclusione, di rispetto della dignità delle persone. Questi principi
valgono, debbono valere, anche all'interno della Chiesa dove il
Papa esercita la sua missione insieme all'Episcopato e al popolo
di Dio, nelle varie forme conciliari che la nostra organizzazione
prevede». L'incontro era finito. Il giovane sacerdote era rientrato
per aiutare il cardinale ad alzarsi. Io gli dissi: «La prossima
volta voglio vederla saltare alla corda». Mi guardò sorridendo e
disse: «Torni presto». Poi mi accarezzò il viso con un tocco leggero.
Feci altrettanto con lui. Eravamo tutti e due un po' commossi. Fuori
continuava a piovere.
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