Inquietudine

I vocabolari indicano il significato di “inquietudine” come: condizione spiacevole di confusione che un individuo vive per insicurezza, incertezza esistenziale e paura, talvolta per superstizioni, perdite economiche, stato depressivo, “vuoto mentale” (wiktionary); stato d’animo turbato, senso di apprensione, di ansia provocato soprattutto da incertezza, timore, preoccupazione (treccani.it).

Non dà maggiore sollievo una frase di Alberto moravia: «un male incerto provoca inquietudine, perché, in fondo, si spera fino all’ultimo che non sia vero; ma un male sicuro, invece, infonde per qualche tempo una squallida tranquillità». Se poi si pensa al Libro dell’inquietudine, opera incompiuta di Fernando Pessoa composta da una quantità innumerevole di pagine scritte, «frammenti, tutto frammento», come le definì l’autore, si rimane in un contesto di faticosa e soffusa sofferenza.

Eppure, ognuno ha sperimentato nel corso della sua vita il sentimento dell’inquietudine: quando ci sentiamo incompleti, quando ci sembra di essere in cerca di qualcosa ma non sappiamo cosa, quando ci sentiamo tesi ma non sappiamo capire il perchè… in tutti questi momenti ci abita l’inquietudine, emozione da sempre insita nella natura umana, energia che la persona accumula e, quando esplode, conduce a grandi cambiamenti di vita. «non parliamo, ovviamente, dell’inquietudine legata a circostanze contingenti e travagliate, per esempio al senso di colpa per una cattiva azione commessa, o all’incertezza per un evento minaccioso che ci viene incontro, o – ancora – alla difficoltà di prendere una decisione difficile, penosa, che ci vede obbligati a scegliere tra due mali» (Francesco Lamendola, Elogio dell’inquietudine). non parliamo neppure del costante malessere dominato da un “rimuginìo” continuo che divora pensieri, energie, immaginazione in un vortice negativo e paralizzante, di fronte al quale è bene fermarsi e trovarne le ragioni profonde.

Parliamo invece dell’inquietudine esistenziale, «segno di una intensa vitalità dell’anima, che non si accontenta della banalità del quotidiano e aspira a una meta degna dei suoi sforzi e dei suoi ardori (Giordano Bruno parlava di “heroici furori”). Grazie ad essa, la coscienza si pone di fronte al mondo e a se stessa in un atteggiamento di stupore, ma anche di insoddisfazione per i limiti di ciò che è abitudinario, per i sentieri ormai ben noti, per gli orizzonti ristretti e ormai troppo familiari; e avverte una pungente nostalgia di ciò che sta oltre: non oltre questo o quell’oggetto particolare della nostra esperienza, ma oltre la nostra stessa condizione di persone inautentiche, spente, ingrigite. essa è come un pungolo nella carne, che ci sprona a non sederci sulle comodità di quanto già riteniamo acquisito e ci sfida a osare, a buttarci, a lasciarci andare nella grande corrente dell’essere, dalla quale proveniamo e alla quale aneliamo a fare ritorno» (Lamendola).

E se ancora l’inquietudine non ci attrae, ricordiamo che molti dei grandi personaggi della storia sono stati inquieti: san Francesco, Che Guevara, martin Luther King, Gandhi…