| Povera
Chiesa. Si sente ingiustamente attaccata, diffamata, umiliata per
comportamenti che essa stessa considera orribili peccati. Si sente
colpevolizzata per aver cercato di arginare in silenzio il male
commesso da alcuni suoi rappresentanti, per aver tentato di contenerne
gli effetti nefasti. Per aver tentato di isolare i responsabili
senza infierire su di essi. In breve, si sente vittima di un inatteso
rigurgito antireligioso. È questo ciò che pensano le autorità ecclesiastiche,
che prendono la parola pubblicamente in queste settimane, di fronte
all’inarrestabile torrente di rivelazioni sugli abusi e le violenze
contro i minori, in tutte le parti del mondo. È sorprendente però
che in questo contesto non sia emerso che cosa la Chiesa abbia fatto
per risarcire (spiritualmente!) le vittime. Ma supponiamo che lo
abbia fatto con umiltà e generosità. In silenzio. Eppure c’è un
terribile equivoco in questo comprensibile atteggiamento. Il silenzio
non è più una virtù. Gli uomini di Chiesa non capiscono che hanno
a che fare con un profondo mutamento della sensibilità pubblica.
Con un’etica pubblica che essi - convinti di essere esperti di comunicazione
sociale - non hanno saputo cogliere né tanto meno interpretare.
È penoso sentir dire che i comportamenti patologici denunciati sono
gli effetti del «relativismo» e del «permissivismo amorale», alludendo
in particolare all’apertura verso l’omosessualità. Nei casi di pedofilia
si tratta invece di fenomeni radicati antropologicamente, che sono
esaltati, se non prodotti, da particolari condizioni ambientali
e istituzionali (di istituzioni più o meno chiuse) ma sono presenti
nello stesso ambito familiare. Povera Chiesa, se per reagire a tutto
questo - oltre ad assicurare per il futuro assoluta inflessibilità,
e chiedere scusa per lo scandalo dato ai fedeli - continuerà ad
avere come criterio primario di orientamento la difesa ad oltranza
delle istituzioni coinvolte. E come strumento di giudizio il codice
di diritto canonico. In altre parole se continuerà a considerare
la problematica che è esplosa come una questione trattabile con
gli strumenti della legislazione ecclesiastica interna. In questi
mesi i non esperti di diritto canonico hanno appreso con stupore
l’assoluta inadeguatezza di tale codice nella definizione del crimine
(o se vogliamo, del peccato) della pedofilia e della fenomenologia
connessa. Come si può punire un crimine (o un peccato) anzi individuarne
l’eccezionale gravità morale, se mancano gli strumenti della sua
definizione? Senza contare la posizione di insindacabile potere
discrezionale e decisionale della massima autorità della Chiesa
su questa tematica. Ma - ripeto - la questione non è giuridica bensì
di sensibilità morale. E qui tocchiamo un punto cruciale. A una
malriposta, anche se soggettivamente benintenzionata disponibilità
a non infierire (uso questo termine soltanto per capire le autorità
ecclesiastiche giudicanti) contro i preti pedofili, corrisponde
un atteggiamento assolutamente inadeguato verso la sessualità come
tale. L’associazione che è stata fatta nelle settimane scorse -
anche a livelli alti della gerarchia - tra la questione della pedofilia,
il celibato dei preti e la posizione della donna è un’associazione
impropria. Ma in modo improprio appunto segnala l’enorme rilevanza
della problematica della sessualità che la Chiesa cattolica non
sa ancora affrontare in modo maturo. Si tratta invece di una questione
di importanza pedagogica, pubblica e civile di prima grandezza.
Anche in Italia dove, più che altrove, alla Chiesa è di fatto demandato
informalmente (ma quotidianamente confermato dalla classe politica
al governo) il ruolo di garante ed espressione dell’etica pubblica.
Dove la Chiesa con la sua rete di istituzioni di ogni ordine e grado
si presenta come il modello educativo per eccellenza. Il fatto che
sinora in Italia non si sia verificato (nei fatti o nelle denunce
- poco importa) nulla di paragonabile a quanto è accaduto in Irlanda,
negli Stati Uniti o nelle vicine Germania e Austria, non è un buon
motivo per assumere un atteggiamento tra il vittimistico e il risentito.
In Germania il governo ha preso la coraggiosa iniziativa di riconoscere
l’esistenza di un’emergenza pedagogica il cui decorso non può essere
lasciato agli scoop mediatici, alle contestazioni contro il Papa
o alle transazioni private tra vittime, avvocati e istituzioni coinvolte.
Si è davanti a una situazione che esige la piena e leale collaborazione
dell’istituzione ecclesiale con la magistratura e con le autorità
scolastiche. Il governo ha incaricato collegialmente tre delle sue
ministre (Educazione, Famiglia, Giustizia) a gestire l’operazione.
Non oso pensare a un’iniziativa analoga nel nostro Paese. Eppure
è anche così che si misura la maturità o l’immaturità di una società
civile. Non so come la gerarchia della Chiesa si comporterà nelle
prossime settimane soprattutto se l’ondata delle denunce non dovesse
diminuire. Il coinvolgimento diretto di alcune alte personalità
in alcuni episodi passati, a motivo del loro ruolo d’autorità allora
svolto, solleva la questione della insindacabilità e della discrezionalità
assoluta dell’autorità ecclesiastica, ricordata sopra parlando del
codice di diritto canonico. Invece soltanto la piena trasparenza
dei processi decisionali e l’approfondimento radicale della tematica
della sessualità sarebbero la risposta adeguata - almeno per il
futuro - a molte obiezioni. Ma una Chiesa che ha paura del fantasma
del Concilio Vaticano II ha la forza di fare questa piccola rivoluzione?
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