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Adesso ci si deve giustificare di essere
laici. È straordinaria la rapidità con cui è mutato il clima culturale
nel nostro paese. Sino a ieri tutti si dichiaravano laici, con zelo,
sia pure con l’aggiunta di «sani» o «positivi». Adesso è diverso:
se critichi la Conferenza episcopale italiana o approvi la sentenza
di Strasburgo sul crocifisso nella scuola pubblica devi offrire
le credenziali che non sei nemico della religione, della Chiesa,
anzi di Dio. Ci si mettono anche i laici pentiti con le loro raccomandazioni.
Quando rivendicano con enfasi la religione come componente costitutiva
del pluralismo democratico (salvo smentirsi immediatamente parlando
del cattolicesimo come irrinunciabile indicatore di identità storica
nazionale) citano Rawls e Habermas. Credono di essere nell’America
di Barack Obama o nella civile Germania multiconfessionale. Siamo
invece in un paese dove la semplice proposta del pluralismo nell’insegnamento
della storia delle religioni nelle scuole e la loro analisi comparata
viene respinta come l’equivalente del famigerato relativismo. Come
tradimento della tradizione cattolica del popolo italiano. A questo
punto, anche il più disponibile dei laici perde la pazienza. È finito
il tempo del «dialogo tra laici e cattolici» inteso nel modo tradizionale.
È opportuno prenderci una pausa di silenzio e rimettere a fuoco
parametri e argomenti su cui rimisurare le distanze. Per cominciare,
si fa un gran parlare della religione nello spazio pubblico, dimenticando
che la dimensione pubblica è definita proprio dalla laicità. L’essere
laico non è un fatto privato, riconducibile alle categorie soggettive
del «credere/non credere» - come si pensa comunemente - ma è una
dimensione pubblica che prescinde dalle credenze. È l’istituzionalizzazione
del principio del pluralismo dei convincimenti. La laicità è parte
dello statuto della cittadinanza. In questo è il fondamento dell’etica
pubblica. Laico è il cittadino che esercita il diritto di decidere
autonomamente della propria condotta morale di vita. In questo senso
tutti sono o dovrebbero essere laici. Ma allora nasce il grave problema
di coerenza per i cattolici-clericali che si riservano di condizionare
la loro lealtà allo Stato democratico quando legifera in modo contrario
ai loro convincimenti. Si badi: non contro la loro libertà di fede
e di comportamento, ma contro la loro opinione su come gli altri
cittadini devono comportarsi. Qui nasce il contrasto con la dottrina
e la strategia della gerarchia della Chiesa quando mira a determinare
in modo autoritativo l’etica pubblica del paese, in particolare
nelle «questioni che fanno riferimento all’area della soggettività
personale». (Faccio notare che questa sintetica e esplicita espressione
è stata coniata dal card. Ruini per qualificare il Progetto culturale
cattolico da lui messo in moto). Detto questo, va chiarito un punto
molto importante. Il concetto di etica pubblica è ampio. Chi è laico,
nel senso che stiamo illustrando, può avere larghi spazi di convergenza
con le posizioni della gerarchia ecclesiastica su altri temi sociali
e culturali. Penso alla difesa dei diritti degli immigrati, o all’azione
di contrasto di ogni forma di razzismo. Su queste e altre questioni
ci può e ci deve essere convergenza. In questa situazione il laico
deve assumersi i seguenti compiti:
(a) Sostenere con fermezza la legittimità del contrasto di visioni
etiche e la illegittimità della prevaricazione autoritativa, tramite
norme di legge, da parte di una maggioranza che non riconosce la
pari dignità etica di chi non la pensa come lei. In questo modo
si concretizza il principio della laicità come statuto della cittadinanza
e non come questione di convincimenti personali e di stili di vita,
da regolamentare secondo i criteri delle convinzioni della maggioranza.
(b) Contestare gli equivoci che esistono a proposito dello «spazio
e del discorso pubblico», distinguendo nettamente tra l’accesso
alla sfera pubblica, aperto e praticato senza restrizioni dalla
Chiesa, e l’azione strategicamente mirata a influenzare con ogni
mezzo la deliberazione politica.
(c) Combattere le confusioni tra scienza e teologia a proposito
dei concetti di natura e di vita che sono diventati cruciali per
l’etica pubblica. Da anni nel mondo cattolico si discute di biotecnologie,
di testamento biologico, di famiglia «naturale» mescolando in modo
arbitrario argomenti che si pretendono razionali e scientifici,
«puramente umani», con assunti di fede. Il punto culminante è l’idea
di vita (anzi di Vita), potente veicolo di una visione religiosa
che diventa ostinato rifiuto di altre visioni della vita umana,
interpretata in modo diverso nella sua concreta storicità, con quel
che segue per i rapporti procreativi, sessuali, familiari - giù
giù sino alla contraccezione.
(d) Aprire un dibattito culturale qualificato di carattere storico-critico
sulla formazione della dottrina e della dogmatica cristiano-cattolica
(anche in risposta ai discorsi del Pontefice sulla razionalità della
fede, sul logos, l’illuminismo, l’ellenizzazione del cristianesimo
ecc.). In questo senso parlo della necessità che i laici siano competenti
di teologia e della sua storia. Il disinteresse del pensiero laico
per la riflessione teologica ha portato alla clericalizzazione della
teologia stessa diventata strumento per tenere in minorità intellettuale
i credenti. Naturalmente conosco le seccate repliche dei teologi
professionali che mi accusano di ignorare la loro produzione. Ma
il punto non è il professionismo degli esperti bensì la «teologia
pubblica», per così dire. In questo contesto vorrei sollevare alcuni
punti problematici. L’approccio etico-religioso oggi dominante mantiene
sfocati (o semplicemente non detti) i riferimenti ai grandi dogmi
teologici della colpa originale, della redenzione, della salvezza
che storicamente sono (stati) tutt’uno con la dottrina morale della
Chiesa. Oggi questi temi teologici sono diventati incomunicabili
a un pubblico religiosamente de-culturalizzato. La teologia morale
è interamente assorbita dalla tematica della «vita» e della «natura»
con modalità che rischiano di farla cadere in forme di bio-teologismo
o di risacralizzazione naturalistica carica di risentimento verso
le scienze biologiche e le teorie dell’evoluzione. La teologia diventa
sacra biologia. Nel frattempo però si è verificata una straordinaria
mutazione silenziosa: la Chiesa, nella sua comunicazione pubblica
odierna, trasmette un’idea tutta positiva di natura/naturalità originaria
- rimuovendo d’un colpo tutti gli aspetti tremendi che per secoli
hanno prodotto e accompagnato l’idea della natura decaduta con il
peccato. E le connesse paure di punizione. Gran parte della dottrina
morale sessuale cattolica è stata costruita sull’assunto della natura
corrotta e sulla minaccia della punizione. Ma oggi i teologi morali
fanno finta di niente.
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