Quale formazione per i preti di oggi?

di Mario De Maio

1. Un invito difficile

“Le vostre facce sono state per la vostra fede più dannose delle vostre ragioni. Se il lieto messaggio della bibbia vi stesse scritto in viso, non avreste bisogno di esigere così costantemente fede nell’autorità di questo libro”.

Questa affermazione di Friedrich  Nietzsche che si legge in Umano troppo umano trova puntuale riscontro in papa Francesco nell’esortazione Evangelii gaudium che inizia proprio così: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo, sempre nasce e rinasce la gioia”. [EG.1]

Mario de Maio – Sacerdote psicoanalista

 

L’esortazione  apostolica Evangelii gaudium e tutto lo stile di papa Francesco sono un ribaltamento degli schemi e dei modelli pastorali a cui siamo da anni abituati. Con la sua passione che si esprime in continui gesti creativi, egli ci sorprende e ci stupisce.

Debbo sinceramente confessare che questo papa mette ogni giorno in crisi le nostre “abitudini” e le verità che riteniamo consolidate.  Ci obbliga a interrogarci sulla qualità e validità del nostro operare e a pensare come, il nostro comportamento, possa mettersi in sintonia con i suoi orientamenti.

Vorrei in questo scritto individuare i punti focali che papa Francesco segnala come negativi per una vera efficace evangelizzazione e provare ad indicare percorsi innovativi per acquisire uno stile pastorale evangelico.

Userò un modo schietto e diretto nel dire le cose.

2. Le tentazioni e le malattie degli operatori pastorali

Nella E.G. papa Francesco, dopo avere elencato alcune sfide del mondo attuale, parla delle tentazioni degli operatori pastorali. Non è la prima volta che fa l’elenco dei “mali” che affliggono i sacerdoti. E’ sorprendente notare come, nel secondo semestre del 2014, vi fa riferimento per tre volte. Nel discorso alla curia romana in occasione del Natale (22/12/2014) fa un catalogo di 14 malattie, ma già prima, era entrato in merito in due messaggi alla Conferenza Episcopale Italiana (19/05 e 11/11/2014).

I toni che usa sono forti e i punti che ritornano quasi sempre riguardano il clericalismo, l’ambizione che genera correnti, settarismo, eccesso di attività , il “grigio”pragmatismo, pessimismo sterile, la “desertificazione” spirituale, la mondanità dello spirito, la rivalità e la vana gloria, “l’impietrimento” del cuore e altri ancora.  La mondanità spirituale, che si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa, se la  invadesse , «sarebbe infinitamente più disastrosa di qualunque altra mondanità semplicemente morale». [93]

Nello scorrere questi elenchi ci è facile con il pensiero classificare confratelli e vescovi che conosciamo. Ci viene spontaneo dire: “Questa affermazione calza bene per il nostro vicino di parrocchia”. Se però abbiamo il coraggio di domandarci quale di queste malattie ci appartiene, il discorso allora diventa difficile.

3. Alla ricerca delle cause

Senza scomodare troppo la psicologia e l’area “dei meccanismi di difesa”, sappiamo bene che siamo soliti costruire un modo di raccontarci, che è funzionale alle nostre ansie e paure e che  in realtà corrisponde solo in parte a quello che  realmente siamo. Questo meccanismo, anche se è drammatico, fa purtroppo parte dell’organizzazione della nostra mente, che costruisce delle immagini di noi stessi e delle giustificazioni alle nostre scelte, che ci permettono di sopravvivere alle ansie quotidiane della vita.

Le parole del papa, le sue esortazioni, la franchezza del suo modo di esprimersi, fanno nascere spontaneamente il desiderio di capire un po’ di più su come siamo organizzati interiormente e di interrogarci su che cosa può migliorare nella nostra vita e nello stile della nostra pastorale. Senza un confronto ed un serio approfondimento rischiamo però di collezionare dei buoni propositi.  Difficilmente riusciremo a dipanare le difficoltà che quotidianamente ci avvolgono e soprattutto a capire perché nella nostra vita non vi è quella gioia e serenità che il papa considera fondamentale premessa ad ogni coinvolgimento pastorale.

Egli acutamente ci dice: “Il problema non sempre è l’eccesso di attività ma soprattutto sono le attività vissute male, senza una motivazione adeguata, senza una vera spiritualità che permei l’azione e la renda desiderabile. Da qui deriva che i doveri stanchino più di quanto sia ragionevole e a volte ci facciano ammalare. Non si tratta di una fatica serena, ma tesa e pesante, insoddisfatta e in definitiva non accettata. Questa accidia pastorale può avere diverse origini. Alcuni vi cadono perché portano avanti progetti irrealizzabili e non vivono volentieri quello che con tranquillità potrebbero fare. Altri, perché non accettano la difficile evoluzione dei processi e vogliono che tutto cada dal cielo. Altri, perché si attaccano ad alcuni progetti o a sogni di successo coltivati dalla loro vanità. Altri, per aver perso il contatto reale con la gente, in una spersonalizzazione della pastorale che porta a prestare maggiore attenzione all’organizzazione che alle persone, così che li entusiasma più la “tabella di marcia” che la marcia stessa. Altri cadono nell’accidia perché non sanno aspettare, vogliono dominare il ritmo della vita. L’ansia odierna di arrivare a risultati immediati fa sì che gli operatori pastorali non tollerino facilmente il senso di qualche contraddizione, un apparente fallimento, una critica, una croce.

Così prende forma la più grande minaccia, che «è il grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa, nel quale tutto apparentemente procede nella normalità, mentre in realtà la fede si va logorando e degenerando nella meschinità». Si sviluppa la psicologia della tomba, che poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo”. [82] [83]

4. L’umiltà di farsi accompagnare

Tenterò di proporre una strada che in un qualche modo ci può aiutare a fare chiarezza nella nostra esperienza di vita. Il vangelo della 23° domenica del tempo ordinario anno B da poco trascorsa, parla di un sordomuto che viene accompagnato da Gesù per essere guarito dalla sua malattia. (Mc.7,31-37). Questo sordomuto ci rappresenta molto bene. Anche lui è ingarbugliato e bloccato nell’intimo della sua sofferenza. Non è capace di ascoltare, di parlare e dunque tantomeno di mettersi in relazione con gli altri. Ha bisogno di qualcuno che lo accompagni a incontrare Gesù.

Anche noi tanto spesso siamo in difficoltà, ma non sappiamo come uscirne.

Se sinceramente vogliamo dare una svolta alla nostra vita abbiamo assolutamente bisogno di qualcuno che, vedendoci dal di fuori, ci aiuti a guardare con franchezza, ciò che realmente siamo al di là dei ruoli, delle maschere, delle difese …

Questa persona, che dobbiamo percepire sinceramente amica deve però avere il coraggio e le competenze per aiutarci a divenire consapevoli e a scoprire per quali meccanismi e per quali ragioni abbiamo costruito una nostra immagine, a volte anche il personaggio che traspare dalle nostre attività.

Una buona diagnosi ha bisogno di mettere insieme i diversi aspetti che formano l’equilibrio delle varie componenti che ci strutturano (fisica, psichica, relazionale e spirituale) e poter esprimere una valutazione dei sintomi con una sintesi finale.

È più evidente accorgersi di una sofferenza  disequilibrante, di fronte a problemi eclatanti quali la pedofilia, l’ alcoolismo, le forti chiusure o autoritarismi, ma è più difficile interrogarci sui mali silenziosi, che ci portiamo dentro e che riusciamo a mascherare e velare non solo agli occhi degli altri, ma anche a noi stessi.

5. Le motivazioni al nostro agire

La radice delle motivazioni principali del nostro essere le possiamo trovare ben rappresentate nel complesso delle attività che noi svolgiamo. Da come abbiamo organizzato le nostre attività pastorali è possibile scorgere gli aspetti significativi di ciò che noi siamo.

Per spiegare meglio questo pensiero vi riporto una esperienza che ho vissuto recentemente e che mi ha permesso poi di poterla ritrovare nell’esistenza di altri presbiteri.

Ho incontrato ultimamente un anziano sacerdote che durante tutta la sua vita ha dato inizio a numerose istituzioni. Guardandole oggi, tutte insieme, a distanza di tempo e con uno sguardo d’insieme che le abbraccia tutte , esse appaiono  senza coordinamento, senza un principio unificatore e frantumate in mille rivoli. Naturalmente sono motivate da tutto un insieme di ragioni spirituali e sociali che coprono però una mancanza di aderenza alla concretezza della realtà.

Mi sono apparse come un quadro sufficientemente chiaro dell’identità di questo confratello, molto frantumata dentro e senza un principio unico che orienti i suoi comportamenti.

Ho percepito in lui tanta ansia e tanta sofferenza che involontariamente trasmette ai suoi collaboratori. Anche loro affascinati da una grande idealità, che però copre e maschera l’incapacità di vivere serenamente e semplicemente la normale quotidianità.

Mi sono chiesto come sarebbe stata l’esistenza di questo fratello se nella sua gioventù avesse incontrato qualcuno che lo avesse aiutato a conoscere le motivazioni inconsce al ministero sacerdotale. Sarebbe stata la strada per trovare un principio aggregante alle forti tensioni e passioni che attraversavano il suo animo. Forse oggi nella chiesa avremmo meno istituzioni che fanno fatica a realizzare i propri obiettivi, ma avremmo certamente un prete più sereno, consapevole dei limiti e delle difficoltà relazionali che porta dentro, che cerca giorno per giorno un’ espressione semplice della vita. Spesso siamo affascinati da grandi iniziative e quando conosciamo di più chi le anima ci svelano il limite e la sofferenza di chi le ha istituite. Sono nate talora dal tentativo di superare difficoltà interiori, agendo nell’esterno  la sofferenza interiore che non si era in grado di elaborare.

6. La gioia del Vangelo

Una volta papa Francesco dice di avere letto che i sacerdoti sono come gli aerei, fanno notizia solo quando cadono, ma ce ne sono tanti che volano.

E’ una frase molto simpatica e molto vera, perché delinea la delicatezza del nostro servizio sacerdotale. E’ anche molto incoraggiante per tutti noi il pensiero che se qualche volta cadiamo, sono molti, moltissimi i confratelli che volano intorno a noi.

Il richiamo insistente ad essere diffusori di gioia, a non essere “cristiani della quaresima senza la Pasqua”, [6]  ci obbliga a una riflessione sul tema della gioia.

Tutte le volte che noi soddisfiamo i nostri bisogni, nel nostro animo, sentiamo piacere.  Se ci fermiamo ad essi entreremo in una spirale di ricerca di un avere sempre più. Riguardano l’area dell’avere: avere sicurezza, avere oggetti, avere persone che ci vogliono bene, avere la verità, … Se abbiamo il coraggio di trasferirci  nell’area dell’essere, tutte le volte che sperimentiamo una crescita del nostro essere e della nostra identità, solo allora facciamo una esperienza di profonda gioia.

La domanda che viene spontanea porci è se la nostra vita, la nostra scelta vocazionale è stata spinta più o meno consapevolmente dalla necessità di soddisfare alcuni nostri bisogni: avere un ruolo, essere riconosciuti …, oppure il nostro impegno è stato determinato da un evento, da una persona che ci ha fatto intravvedere la realizzazione profonda del nostro essere? “Giungiamo ad essere pienamente umani quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di la di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero. ” [8]  E’papa Francesco che a chiare lettere ci dice questo.

7. L’ urgenza di ripensare la formazione al sacerdozio

Il papa fa ripetutamente l’elenco delle malattie dei sacerdoti con uno sguardo attento che privilegia gli aspetti spirituali e i comportamenti esterni. La maggior parte di queste “malattie” hanno una base e una radice nella struttura psicologica e umana dei sacerdoti.

Sono convinto che la “vocazione” al ministero sacerdotale è anche una ricerca di “salvezza” prima umana che spirituale.

Dopo la tempesta sui gravi fatti della pedofilia, non si parla più della selezione e della formazione ai candidati al sacerdozio. Si è ritornati a uno spiritualismo che rischia di coprire tante difficoltà profonde, insite nell’animo dei giovani seminaristi, che nel futuro non mancheranno di sorprendere e di essere fonte di sofferenza prima di tutto per loro e poi per le comunità in cui vivono.

E’ un errore molto grave non utilizzare a pieno l’enorme bagaglio di competenze che le scienze umane offrono per analizzare e rendere consapevoli le motivazioni alla vita sacerdotale.

Credo che alla base ci sia la paura che i seminari, già non molto affollati, finiscano per svuotarsi.  Ma in questo modo non si costruiscono le premesse che possano ridurre ed eliminare i mali e le malattie che papa Francesco così bene descrive.

Non è più possibile accomodarsi nell’illusione che la sola spiritualità o gli studi puramente intellettuali possano bastare per formare persone sufficientemente mature per guidare comunità di credenti nella complessità e nei cambiamenti della società attuale. Soltanto giovani consapevoli dei loro limiti,  capaci di utilizzare strumenti che possono permettere di aggregare su basi profonde personalità insicure,  sono coloro su cui le comunità possono sperare nel futuro.

La ricchezza spirituale deve integrarsi e non coprire le immancabili fragilità della persona, deve sostenere e non negare, attraverso idealizzazioni, la difficoltà del vivere.

Porto in cuore le parole di un amico ateo che alcuni anni fa così esprimeva la sua sete di confronto e di dialogo: “A voi credenti chiediamo profezia e testimonianza dell’esperienza di Colui che chiamate il Dio dell’Amore”.

Quest’appello sincero mi pare sintetizzi in un modo semplice e chiaro il cuore delle attese del mondo moderno, appello alla responsabilità di cammini di fede  cui siamo chiamati nell’oggi.

Cammini che non possono essere sottovalutati né tanto meno improvvisati e che richiedono tempo, energie, sensibilità, onestà, ricerca, confronto.

8. Il coraggio di sperimentare il nuovo

Leggendo e rileggendo le malattie elencate da papa Francesco, il mio pensiero è andato spesso a paragonare la formazione dei sacerdoti a quella degli psicoanalisti, avendone fatto una personale esperienza di tutti e due gli ambiti. A parte il tempo e la durata della formazione attuale dei sacerdoti, ridotta poco più agli anni della teologia, la formazione di un buon psicoanalista dura un minimo di quindici anni.

Vi è una scuola psicoanalitica che, per ammettere alla professione, chiede al candidato di raccontare e testimoniare il proprio percorso di cura alla comunità scientifica. Deve descrivere quale itinerario ha percorso per diagnosticare la sua sofferenza e attraverso quali passaggi è riuscito a sintetizzare le strade per convivere con le proprie difficoltà.

Tale conoscenza gli impedisce di portare nel lavoro quotidiano il peso delle sue difficoltà, e a  relazionarsi all’altro sofferente, in una modalità ben differente che quello delle etichette e dei protocolli. In poche parole viene privilegiata non tanto la teoria, ma l’esperienza della sofferenza della mente e dei possibili percorsi di cura e riequilibrio.

Mi viene di sognare dei seminari aperti sulla vita del mondo, in cui i giovani attraverso percorsi personalizzati e non scanditi dagli esami delle facoltà teologiche, abbiano coscienza della loro esperienza religiosa, della spiritualità e accompagnati a fare una vera e autentica esperienza di Dio.

I giovani che sanno riappropriarsi del senso da dare alla propria vita sapranno poi trasmettere agli altri ciò che hanno lungamente meditato e approfondito nel lento e progressivo impegno di accoglienza della forza creatrice dello Spirito di Dio nella propria vita. Giovani “viandanti della fede” felici di portare Gesù in ogni strada, in ogni piazza, in ogni angolo della terra”! [106]

Questi percorsi che, sia pur brevemente, ho cercato di tratteggiare sono vie necessarie e imprescindibili per raggiungere gli obiettivi che papa Francesco prospetta ripetutamente nei suo documenti e nei suoi interventi. Non si improvvisano, richiedono la forza di tanta riflessione, impegno, confronto e il coraggio di sperimentare il nuovo.

9. Credere nell’azione creatrice dello Spirito

Papa Francesco non manca di indicarci le strade per guarire ogni infermità,  ma soprattutto con il suo stile e nel modo di comportarsi, ci fa intravedere un modello pastorale che orienta il suo essere sacerdote, vescovo e papa.

Nel discorso alla curia il 22/12/2014 dice espressamente “la guarigione è anche frutto della consapevolezza della malattia e della decisione personale e comunitaria di curarsi sopportando pazientemente e con perseveranza la cura”. Ha prima premesso che è solo “lo Spirito Santo, Signore e vivificatore, a guarire ogni infermità (…) Lui il promotore dell’armonia”.

Quali sono le strade per incontrare la “forza creatrice della vita”, come abitualmente l’amico don Carlo Molari ama definite lo Spirito Santo?

La vera guarigione sta nel modo di relazionarci con gli altri che può risanarci invece di farci ammalare. Papa Francesco parla di una fraternità mistica, contemplativa, che sa guardare alla grandezza sacra del prossimo, che sa scoprire Dio in ogni essere umano che sa aprire il cuore all’amore divino per cercare la felicità degli altri come la cerca il loro Padre buono. (…) Non lasciamoci rubare la comunità!” [92]