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La biografia

PER APPROFONDIRE:
"Tra bisogni e desiderio"
"Custoditi da una regola di vita personale"
"Tra vecchie e nuove sofferenze nella Chiesa" (file Word)
Il fruscìo della vita

Per contattare don Mario

MARIO DE MAIO



Amarsi amando - il ruolo delle comunità monastiche

 



Tutto nel mondo sta cambiando velocemente e profondamente. E d’altra parte “la marginalità della vita monastica nella Chiesa di oggi, la fragilità della sua proposta, il suo essere stanca custode del passato”, secondo le parole di don Giorgio Scatto della Comunità di Marango, sottolineano lo iato che separa il mondo contemporaneo dal monachesimo.
Che cosa avrebbe ancora da dire una tradizione imbalsamata in regole, riti, orari che nulla hanno in comune con la vita quotidiana delle persone del nostro tempo? Come si può pensare che quello stile di vita possa farsi compagno dei cammini difficili e complessi degli uomini e delle donne del XXI secolo, presi nella morsa della fretta, dei consumi, della solitudine? L’eco di senso che chiunque avverte entrando in certi luoghi silenziosi, che paiono preservati dal superfluo e dalla vanità, resisterebbe ad una verifica più approfondita che si misuri con i gesti del quotidiano e con la quotidianità delle relazioni?
Da cinque anni la comunità di Marango, ispirata alla memoria e allo stile di don Dossetti, riunisce realtà monastiche, eremitiche e laiche per cercare risposte a queste domande, nella consapevolezza che molta parte della tradizione che viene dal passato è inadeguata di fronte alle problematiche del mondo moderno e secolarizzato. La vita fraterna, inizio di resurrezione è il titolo dell’incontro svoltosi dal 5 al 7 ottobre scorso, durante il quale sono intervenuti don Mario De Maio, sacerdote psicoanalista, padre Cesare Falletti, monaco cistercense, fondatore dell’Abbazia di Prà d’mill in provincia di Cuneo, e padre Bruno Secondin, carmelitano, docente di Teologia spirituale all’Università Gregoriana di Roma.
Eppure, ha detto don Mario De Maio, il nocciolo di senso è eterno ed è custodito proprio nel modello del monos.
“Quando entrate in una parrocchia, in una chiesa, in una comunità la prima domanda da farvi per capire dove siete è: qual è il modello che sta dietro ai comportamenti?” ha detto don Mario introducendo il suo intervento. “Per esempio, la regola di san Benedetto è il modello di riferimento per le comunità benedettine. Ma ogni comunità e ogni comportamento sono ispirati a modelli che servono per rispondere ai bisogni della vita, personali e comunitari. Se in passato erano le norme a guidare i comportamenti e di conseguenza la vita delle persone, oggi è la vita stessa che determina le norme del vivere. Rispetto alle regole che orientano il monachesimo allora dovremmo chiederci: che cosa dobbiamo salvare e che cosa dobbiamo cambiare per servire la vita?”.

Il modello proposto da don Mario per ripensare le problematiche e le prospettive della vita monastica e religiosa non attinge nella modernità, ma si richiama a quello antico del monaco: “Raimon Panikkar, nel libro La sfida di scoprirsi monaco, ha definito con estrema chiarezza questo concetto: il monaco è l’espressione di un archetipo, cioè indica una dimensione costitutiva della vita umana. Ogni uomo, anche non credente, porta dentro di sé l’archetipo del monaco. La stessa convinzione è stata ribadita da William Johnston secondo il quale la dimensione mistica appartiene all’esperienza di ogni uomo. Che cosa intendevano dire? Certamente non parlavano di regole di vita o di forme esteriori. L’etimologia del termine monaco, riconducibile appunto a monos, indica non soltanto la ricerca esclusiva di Dio che diventa l’Unico nella vita della persona, ma anche l’unicità dell’esistenza, della propria esperienza vitale che è unica e differente rispetto ad ogni altra”.
Tutta l’esperienza umana e spirituale, non soltanto dei monaci ma di ogni persona, dunque dovrebbe andare nella direzione di scoprire e realizzare il proprio monos. “Per cercare di compiere questo percorso ci sono due parole che considero importanti: i bisogni e il desiderio” ha proseguito don Mario. “Il termine bisogno è abbastanza semplice, tutti viviamo immersi nei bisogni, quelli reali e quelli indotti. Due teorici hanno approfondito questa dimensione: Maslow, di cultura occidentale, ha individuato la cosiddetta “scala dei bisogni”, che parte dalla soddisfazione dei bisogni essenziali alla sopravvivenza e si eleva fino ai bisogni legati alla socialità e alla realizzazione. La Heller, che appartiene all’area marxista, ha invece suddiviso i bisogni in radicali e alienati: questi ultimi sarebbero riconducibili al denaro, al potere e al possesso, mentre i primi sono autentici e comprendono il bisogno di convivialità e di meditazione, che noi riconosciamo come tipicamente cristiani”.
Più complesso è il discorso sul desiderio: “Con il termine desiderio indichiamo la parte più profonda di noi, quella che muove la nostra esistenza perché esprime ciò che ci manca. Questa parte è legata all’individualità di ognuno, ne esprime la dimensione unica, personale, esclusiva. È chiaro dunque che posizionarsi sul proprio desiderio è la scelta fondamentale per ognuno. Infelicemente però spesso siamo posizionati sul desiderio degli altri! Nella nostra crescita abbiamo imparato a realizzare i disegni degli altri significativi, per rispondere ai nostri bisogni fisiologici e psicologici. La ricerca di soddisfare il desiderio dei genitori, degli insegnanti, dei padri spirituali eccetera, per catturarne l’attenzione, ha profondamente condizionato i comportamenti di ciascuno di noi. Il grande lavoro da fare è ritrovare il proprio desiderio, che giace sotto cumuli di impegni, di pesi, di condizionamenti che altri hanno messo sulle nostre spalle. Qualche volta la sofferenza e il peso sono tali che si arriva all’alienazione, all’incapacità di essere profondamente se stessi”.

Come avvicinarsi allora al proprio desiderio? “Di solito il desiderio si incontra nell’inquietudine, perché è il segno che dentro di noi c’è un contrasto tra le cose che facciamo e la spinta vitale della nostra esistenza. I momenti di sofferenza, di crisi, di depressione sono preziosi per liberarci dai detriti che impediscono al nostro desiderio di emergere e di fluire. Tutte le volte in cui scopriamo che un piccolo tassello del mosaico del nostro desiderio trova il suo spazio, ci accorgiamo che siamo abitati da una spinta vitale forte, avvertiamo che la vita ha una musicalità diversa, che è propriamente nostra. E quando tutti gli uomini sapranno suonare la propria personale melodia, il mondo diventerà una splendida orchestra”.
In questa logica, parlare della “volontà di Dio” assume un significato diverso da quello appreso con il catechismo e alimentato da tutta la formazione religiosa. “La grande domanda è: dove posso conoscere la volontà di Dio? Quanti padri spirituali ci hanno indicato quale fosse la volontà di Dio, quante persone hanno utilizzato Dio per farci passare quello che volevano loro, quante volte abbiamo trasferito su Dio la nostra volontà per poter fare quello che ritenevamo giusto... Io penso che la volontà di Dio non stia nel primato della coscienza, quanto nel desiderio unico e vitale che muove tutta la nostra esistenza e che noi cristiani non possiamo pensare che non venga da Dio. È molto bello pensare che Dio ami il mio
desiderio!”.

Il compito delle comunità monastiche dovrebbe essere quello di permettere ad ogni persona di incontrare e accogliere il proprio desiderio.
“Le comunità dovrebbero essere il luogo della ricerca, il laboratorio dove si sperimenta la possibilità della rinascita, sia umana che spirituale, esattamente come in passato quando rappresentavano una risorsa ricchissima per la Chiesa e per la società. Il sogno è che il monachesimo torni ad essere luogo di rinascita. Per fare questo, quali strade dovremo percorrere? Credo vadano rivisitati tutti i fondamenti della tradizione, dalle regole agli orari, dagli spazi alle liturgie, per verificare quali trascurano il desiderio e quali lo sostengono. Voglio sottolineare che stiamo parlando di un impegno che attraversa tutta l’esistenza, i percorsi sono lunghi e difficili ma solo così, io credo, anche un giovane può esserne attratto, quando sente che vi sono persone, spazi, ambienti dove la vita è presente in modo abbondante, già su questa terra. E naturalmente la dimensione che rivela la presenza della vita è l’amore. Le comunità dovrebbero essere la scuola dove imparare ad amare semplicemente e a semplicemente vivere”.

A cura di Silvia Pettiti

(pubblicato sulla rivista di Oreundici - novembre 2009)

 


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