
IL PRETE DI
DOMANI
Intervista a don Mario de Maio di Alberto Laggia
Otto anni fa, intervenendo in merito allo scandalo
dei preti pedofili scoppiato negli Usa e in Canada proponeva una
specie di «dicastero vaticano» ad hoc, capace di guardare in faccia
la realtà, «con scientificità e senza paura». Oggi afferma che i
nuovi scandali legati alla pedofilia che hanno sconvolto le Chiese
cattoliche del Vecchio continente potrebbero servire da catalizzatore
di una riforma ormai improcrastinabile: quella dei modelli di formazione
dei nuovi sacerdoti. E provocare una necessaria, salutare, rivisitazione
della stessa figura del presbitero. A pensarlo è don Mario De Maio,
sacerdote e psicoanalista siciliano che vive e lavora a Roma, apprezzato
psicoterapeuta che da anni segue i sacerdoti in difficoltà, nonché
fondatore negli anni ’80 dell’associazione Oreundici, un gruppo
di credenti che si occupa di spiritualità, scienze umane e promozione
sociale (www.oreundici.org).
Otto anni fa, in un’intervista a "Jesus",
lei affermava: «La pedofilia tra i sacerdoti è meno diffusa che
altrove ed è sicuramente in diminuzione». Confermerebbe oggi quella
sua valutazione?
«Certamente. Perché i casi che fanno tanto rumore oggi si rifanno
quasi tutti a 20-30 anni fa. Nel frattempo il clima, il modo di
formare i sacerdoti è molto cambiato. E poi sui grandi numeri valgono
le statistiche note. Ed esse dicono che la percentuale dei pedofili
tra i sacerdoti è molto bassa. Purtroppo gli abusi sessuali si consumano
molto di più dentro le famiglie, il 90% avvengono tra le mura domestiche,
tra consanguinei e parenti. Sembra un paradosso, ma per certi versi
quest’ultimo scandalo pedofilia in seno alla Chiesa potrebbe rivelarsi
provvidenziale».
Si può spiegare meglio?
«Nel senso che da questa vicenda la Chiesa dovrebbe saper cogliere
la necessità di rinnovamento e favorire le esperienze più coraggiose
di formazione dei sacerdoti già avviate qua e là in alcune diocesi.
E poi perché la bufera sui preti molestatori ha messo in crisi l’impalcatura
che si è creata per contrastare gli effetti del Concilio».
Addirittura?
«Ci faccia caso: più d’un vescovo coinvolto nelle coperture dei
casi di pedofilia tra il clero era anche tra i paladini del ritorno
al pre-Concilio. Insomma, adesso siamo costretti a decidere: quali
sacerdoti vogliamo per il domani? Ovvero: qual è il nuovo modello
di sacerdote che dovrà nascere in seno alla Chiesa?».
Lei vuole dire che lo scandalo pedofilia
costringerà ad accelerare la trasformazione della figura del sacerdote,
adeguandola alle nuove sfide pastorali?
«Sì. Da questa vicenda, forse, abbiamo compreso che non possiamo
essere assillati solo dal numero sempre più ridotto dei sacerdoti
che i seminari sanno sfornare. Resta la preoccupazione per il calo
delle vocazioni e la necessità di farvi fronte adeguatamente, ma
è emersa finalmente una nuova attenzione alla formazione dei candidati
al presbiterato. E in alcuni seminari si sta operando in modo coerente.
Ma non solo. I recenti scandali ci hanno finalmente costretto a
porci un altro problema: quello della formazione e dell’accompagnamento
dei giovani sacerdoti, usciti da quella campana di vetro che è ancora
il seminario. Quale accompagnamento viene fatto alla vita pastorale?
Spesso un giovane prete viene lasciato solo, magari già con la responsabilità
di una parrocchia. Servirebbe, per il primo quinquennio almeno,
un tutoraggio pastorale e spirituale discreto, amichevole, non certo
ispettivo».
Questo vale per i preti diocesani...
«Sì, ma per i religiosi vale ancor di più. Nelle congregazioni si
caricano subito sulle spalle dei nuovi consacrati delle responsabilità
enormi, che richiedono competenze diverse e complesse».
Si parlava del ruolo dei seminari. Quelli
italiani sono meno «adeguati ai tempi» rispetto a quelli all’estero?
«No, non è che lontano da qui la situazione sia migliore. Prima
dei seminari, comunque, osserverei che nelle stesse Facoltà teologiche
da diversi anni vi è anche la Facoltà di psicologia, come quella
della Gregoriana per esempio, il cui preside divenne pure rettore,
a dimostrazione di una grande attenzione nei confronti delle scienze
umane».
E la situazione nei seminari?
«Soprattutto subito dopo il Concilio tutti i seminari sentirono
l’esigenza di dotarsi di una figura che potesse aiutare gli studenti
con competenze nelle scienze umane. Nei grandi seminari non c’è
solo uno psicologo ma un’intera équipe con queste competenze. Sono
convinto che oggi in queste strutture ci siano ottimi psicologi
laici. Ma ancor meglio sarebbe se vi fossero psicologi religiosi:
conoscendo dall’interno la realtà e le problematiche del clero,
potrebbero essere ancor più utili in certe situazioni di disagio
esistenziale. Però...».
Però?
«I vescovi sono assillati dalla crisi delle vocazioni. Ciò, in alcune
circostanze, ha portato e porta a una minor accuratezza nella selezione
delle persone da ammettere ai seminari».
Parliamo allora degli aspiranti sacerdoti.
Quale selezione prima, e quale formazione poi?
«Bisogna partire con la formazione prima che un giovane entri in
seminario: va fatto un lungo cammino di valutazione di questi ragazzi
sulle motivazioni della vocazione, sulla struttura della personalità
e sulle loro qualità umane».
Intende maggiori attenzioni all’area dell’affettività
e dell’identità sessuale?
«La differenza sostanziale tra i seminaristi d’oggi rispetto a quelli
di ieri è che un tempo si entrava giovanissimi, anche a 8-10 anni.
Oggi la popolazione dei seminari è assai più matura. Quasi sempre
maggiorenni, già strutturati sia come identità di persona che di
genere. Ma il modello formativo, intanto, non s’è adeguato».
E allora che fare?
«Bisogna ripensare a tutto il percorso formativo. A partire dalla
scansione degli esami. Bisogna creare itinerari più personalizzati,
e un ambiente in cui il seminarista adulto si senta accolto e aiutato
anzitutto a capire sé stesso. Oserei dire che si dovrebbe pensare
a un modello di formazione individuale, su misura per ogni giovane.
Ci sono esperienze qua e là che hanno iniziato a considerare questo
cambiamento, ma il modello è rimasto in genere ancora quello legato
al passato».
Quali regole d’oro si darebbe per operare
una selezione oculata dei candidati al sacerdozio?
«Scegliere ragazzi meno bacchettoni e più ricchi d’umanità. A volte
un certo spiritualismo è solo la copertura di una grande fragilità.
Quando un giovane bussa alla porta del seminario, chiedersi bene
perché lo fa, che ne è della sua affettività, e come ha vissuto
fino a oggi la sua sessualità».
E prima del seminario?
«Già in parrocchia il giovane dovrebbe trovare un appoggio per scegliere
quale strada intraprendere nella vita. Le giornate delle vocazioni
non bastano. Un tempo, un ragazzo, prima di entrare in seminario,
era già stato sottoposto a una lunga selezione, nel cosiddetto "pre-seminario",
e ancor prima. Servono meno conferenze e ritiri, e più esperienze
di relazione accompagnati quotidianamente da un tutor integrato
che funga da interfaccia coi superiori e gli insegnanti del seminario,
e che si prenda carico della struttura della personalità dell’aspirante
sacerdote e degli eventuali elementi devianti presenti in essa».
Tali devianze, oggi, sono individuate tempestivamente
nei seminari? E come si interviene?
«Oggi c’è molta più attenzione di trent’anni fa. Tuttavia siamo
lontani dall’optimum. E in Italia non esiste ancora un confronto
tra le esperienze in corso su questa materia delicatissima. Non
mancano lodevoli iniziative locali, come l’attività della Gregoriana
che forma la figura particolare del "consigliere spirituale
psicologico", pensato e voluto da Paolo VI. Ora, però, bisogna
mettere insieme le persone che lavorano in questo campo e far circolare
le esperienze».
Più d’uno ha ipotizzato un collegamento tra
i fenomeni di pedofilia tra preti e l’obbligo del celibato. Lei
che ne pensa?
«Non esiste assolutamente connessione diretta tra pedofilia e celibato
come obbligo. Ma in qualche modo quest’ultimo può creare preoccupazione
nei formatori. Ciò non sempre aiuta il clima di serenità che dovrebbe
caratterizzare questa sfera. Senza volerlo, si favorisce così una
deriva sessuofobica. L’altro aspetto che bisogna riconoscere è che
molte figure di giovani che hanno difficoltà relazionali, col celibato
obbligatorio, in qualche modo sono attirate dal seminario e dalla
possibilità di intraprendere una strada in cui non si è costretti
a fare i conti con una moglie e a preoccuparsi per i figli».
Il seminario sedurrebbe cioè le personalità
deviate?
«No, senza presupporre per forza forme di devianza, diciamo che
personalità fragili si possono sentire rinforzate da una struttura
forte, monolitica e da un ruolo come quello del prete. Penso che
prima o poi si dovrà affrontare la questione del celibato e rivalutarne
l’opportunità o meno dell’obbligo».
Lo stesso discorso vale per l’omosessualità
nel clero?
«C’è lo stesso problema. La questione è come aiutare queste persone
che scoprono in loro un’identità omosessuale, e aiutarle a valutare
le vere motivazioni della vocazione, così come per gli eterosessuali.
Rimane la domanda per tutti sulla capacità di restare fedeli all’impegno
del celibato».
Secondo lei un omosessuale può accedere al
sacerdozio?
«Non sono tra quelli che vogliono precludere il sacerdozio agli
omosessuali. Ma bisognerà fare molta attenzione nel capire le vere
motivazioni che li spingono a consacrarsi al Signore. Oggi queste
persone vivono nell’ombra, dovrebbero uscire allo scoperto nei seminari,
potrebbero essere aiutate al discernimento. Credo che dopo la pedofilia,
quella dell’omosessualità sarà la prossima questione della quale
dovrà occuparsi la Chiesa».
Per i sacerdoti pedofili invece che si deve
fare?
«Purtroppo non molto, perché non hanno la motivazione per dover
cambiare. La personalità deviata da questa perversione è scissa
e i comportamenti sono compulsivi, perciò non controllabili. Il
lavoro di ribaltamento della personalità in persone mature se non
anziane è arduo; più efficace, invece, se i soggetti sono giovani.
È necessaria, comunque, la riduzione allo stato laicale e l’inserimento
in una comunità terapeutica, come quella dei padri Venturini che
opera da molti anni a Trento».
Si accusano i vescovi d’aver taciuto...
«Vent’anni fa non c’era né tra i vescovi, né nella società civile
una vera coscienza di cosa fosse la pedofilia. Questa consapevolezza
è stata conquistata di recente. E poi attenzione: il pedofilo è
una persona capace di camuffarsi assai bene e non basta certo un
laureato in psicologia per scovare una tale personalità così sfuggente.
Ci vuole una lunga esperienza clinica. E sono pochi i professionisti
in Italia che posseggono queste competenze».
(da "Jesus" di giugno 2010) |