Elie Wiesel dice: “Io non sapevo che si potesse morire
di silenzio, come si muore di dolore, di fatica, di fame, di stanchezza,
di malattia, d’amore”. È la prima volta che sento questa espressione
e credo che essa spieghi perché oggi tanti uomini, nel secolo dell’anarchia
dei rumori, vivono con la nostalgia del silenzio e nel contempo
con la paura di esso. “L’uomo moderno non sa più stare solo, né
sopporta il silenzio. Nell’immensa solitudine a cui la vita frenetica,
il progresso e anche l’architettura contemporanea lo costringono,
egli cerca nervosamente la folla e tenta di affogare il proprio
sgomento immergendosi in rumori di ogni sorta” aggiunge Raimon Panikkar.
Sono tante le dimensioni del silenzio. Con esso esprimiamo sentimenti,
desideri, stati d’animo. Il silenzio, come la parola, può assumere
molteplici significati, e come la parola va compreso per essere
colto nel suo significato. Ci aiuta in questo l’analisi degli effetti
che produce. Ill silenzio tra due persone può indicare una situazione
di accordo o di disaccordo, di rabbia o di pacifica accoglienza.
Può essere segno di disprezzo, di presunzione, di minaccia, di invidia,
di rancore. In positivo può invece esprimere attesa, benevolenza,
riflessione, attenzione, umiltà. Vi è un silenzio vuoto, dissipato,
e un silenzio pieno, operoso, fonte di creatività. Vi è il silenzio
di chi non ha nulla da dire e quello di chi è giunto al confine
del dicibile, dell’ineffabile. Come la parola può essere parlante
oppure diventare strumento di tortura, di potere, di morte. Un colloquio
può non avere bisogno di molte parole e gesti, ma di presenza silenziosa.
Spesso le parole, per essere colte nel loro senso, hanno bisogno
di essere avvolte nel silenzio. Quando è circondata da mille rumori,
da mille stimoli comunicativi, inevitabilmente rischia di morire.
SILENZIO E ASCOLTO
La nostra è una società in cui tutti parlano e nessuno ascolta.
I genitori spesso ossessionano con molte parole i loro figli ma
difficilmente si domandano “dove essi sono” e come possono essere
raggiunti dalle loro parole. Non parliamo poi dello spettacolo che
ci offrono i politici, i sindacalisti e anche gli educatori, che
spesso recitano un copione fisso privo di qualunque efficacia e
incisività. Quello che manca è l’ascolto, eppure esso è fondamentale
nella nostra quotidianità perché ci consente un confronto costante
con gli altri e la realtà. Un ascolto che non sia routinario e distratto
è il presupposto di qualunque dialogo e apprendimento. Soprattutto
ci consentirebbe una comunione piena con il prossimo e con il mondo.
“Se fossimo artigiani dell’ascolto, anziché maestri del dire” scrive
la psicoanalista romana Gemma Corradi Fiumara, “potremmo forse promuovere
una diversa convivenza degli umani”. Chi si apre all’umile ascolto,
non può essere né arrogante né pretenzioso. L’ascolto infatti inserisce
sempre una dimensione di fiducia e di accoglienza dell’altro. La
capacità di ascolto nasce da un mondo interiore armonioso e integrato,
da uno stile di vita riflessivo e meditativo. Silenzio e ascolto
si rinforzano reciprocamente, in modo da trasformare il silenzio
in colloquio e messaggio profondo.
ASCOLTARE LA VITA
Vi è una dimensione del tutto speciale del silenzio e dell’ascolto,
che riguarda la vita. Già nel ventre della madre, il bambino fa
esperienza del silenzio, che è cosa diversa dal vuoto. Il silenzio
ha un suo rumore che è il fruscìo della vita. Nel bambino tutto
è proteso a rispondere e a cogliere gli stimoli della vita. Questa
tensione iniziale purtroppo si attutisce nel tempo e qualche volta
si perde. Per chi si propone di scoprire e attuare uno stile di
vita autentico, rispondente alla natura più profonda e genuina del
proprio essere, diventa importante ritornare a questa antica esperienza.
È necessaria un’attitudine raffinata e continua all’ascolto, frutto
di un lungo e difficile impegno. Ne va del valore e del significato
della propria esistenza. Le tappe di questo cammino sono tante.
Il primo ascolto va prestato al senso di insoddisfazione del proprio
vivere che si manifesta con tanti segni. Il corpo, amico e servo
fedele della nostra esistenza, è il primo a ribellarsi con tanti
sintomi somatici che ci dicono, in modo pre-mentale, la sofferenza
che stiamo attraversando. L’insofferenza, l’inquietudine, il bisogno
di cambiare, lo stordirsi attraverso esperienze forti ma insoddisfacenti,
sono altri segnali importanti. La nevrosi fu definita “rabbia di
Dio” dallo scomparso psicoanalista junghiano Tedeschi, per indicare
che il piano divino di armonia per l’esistenza dell’uomo, era tradita
e calpestata. Non dobbiamo aspettare di essere schiacciati dalla
malattia fisica o mentale per interrompere il nostro “rotolare”
da un impegno all’altro e decidere di ascoltare o riascoltare il
“fruscìo della vita”, quel fruscìo che da tanto tempo aspetta di
essere accolto. Questo cammino naturalmente va nutrito da una intensa
interiorità e spiritualità. I processi vitali, dentro e fuori di
noi, potranno allora esprimere quella “volontà di Dio” a cui l’educazione
religiosa ci ha indirizzati. Diventeremo persone che, come Gesù,
cercano di “incarnare” su questa terra la presenza di Dio.