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Caro don Mario,
nella giovinezza la mia grande passione era la musica. Passavo le serate
a fare il disk jockey e come molti miei amici frequentavo l’università.
Un giorno mio fratello mi invitò a partecipare a una liturgia che un suo
amico monaco avrebbe celebrato. Le volte di quell’antico monastero, il
suono dell’organo nella chiesa gotica che accompagnava il canto gregoriano
dei monaci, fece emergere in me il desiderio di una pienezza di vita che
la musica non riusciva più a darmi. Scelsi di fare il percorso tradizionale
per entrare in quella comunità. Sono passati quindici anni e mi accorgo
che nonostante mi sia molto arricchito culturalmente e spiritualmente,
il mio “desiderio” come direbbe lei, non è ancora soddisfatto. Il modello
di vita comunitario nato in un altro periodo storico non favorisce la
comunicazione tra di noi; il silenzio e le liturgie spesso le sento lontane
dalla mia interiorità. In poche parole non ritrovo la radicalità evangelica
fatta di rapporti semplici, fraterni. Il mondo esterno è lontano, irraggiungibile
dalla nostra cultura che parla un linguaggio di altri tempi. Mi chiedo
e le chiedo: sono io che ho sbagliato la mia strada e la mia scelta o
forse ho necessità di una comunità diversa? Esistono delle comunità che
incarnino la ricchezza dell’antico monachesimo in strutture che facciano
sentire un giovane a casa propria?
Francesco, in ricerca
Caro Francesco,
mi complimento per il coraggio che esprimi nel manifestare il tuo stato
d’animo e il desiderio di essere fedele alla “tua” vocazione. La fedeltà
credo consista nel non rimanere bloccato in una realtà, ma nel seguire
la spinta della vita dove essa ci chiama. La fedeltà non è mai un cammino
concluso ma è sempre in divenire. L’esperienza che tu hai fatto è molto
importante e ti ha preparato ad andare oltre. Arriva un momento in cui
le istituzioni, le regole non sono sufficienti non perché non abbiano
avuto un valore educativo per la nostra vita, ma perché a un certo punto
della nostra maturità possono diventare un limite alla crescita. Il monachesimo
e la vita religiosa hanno avuto storicamente una grande importanza per
la vita della Chiesa. Padre MarKo Ivan Rupnik dice: “Sono sempre più convinto
che una certa inculturazione della nostra fede è arrivata al capolinea,
si è esaurita, e con essa uno stile, un modo d’essere della vita religiosa”.
Credo che oggi il valore fondante dell’essere monaco, monos, unico e autentico
vada portato fuori dai conventi e diffuso nella vita di tutti i giorni.
La “sfida di scoprirsi monaco” intuita da Raimundo Panikkar oggi trova
conferma negli studi scientifici che dicono che nel cuore di ogni uomo,
qualunque sia il suo credo religioso, alberga il desiderio di essere “monos”.
La sfida per noi è quella di uscire dalle sicurezze di un ambiente, di
una regola, di un tetto per affrontare l’avventura di una fede personale
vissuta profondamente, fino alle estreme conseguenze. Un esempio è Charles
de Foucauld, che ha percorso questa strada passando attraverso le istituzioni
ma la sua priorità era quella di coltivare fino in fondo il rapporto profondo
e intimo con Dio. Così facendo non si è chiamato fuori dal mondo, anzi
ha fatto l’esatto contrario. La radice stessa del termine ci dice che
monos è un concetto di unicità e autenticità che deve caratterizzare ogni
uomo e ogni credente. Chiunque voglia seguire Gesù, sia celibe che sposato,
deve essere un “monaco” che vive la dimensione contemplativa con una grande
profondità. Poi si può essere operai o professionisti, politici o genitori,
seguendo la propria vocazione per le vie tortuose della nostra epoca,
ma rimanendo nel proprio cuore monaci o monache. La volontà di Dio a cui
siamo stati educati si esprime nel “desiderio” a cui accenni nella tua
lettera. Desiderio ricorda una mancanza e la mancanza esprime una inquietudine
che traspare dal tuo scritto. Per desiderio intendiamo la forza vitale
che è consegnata ad ogni uomo nel venire all’esistenza, una forza unica
e diversa che tende a realizzarsi dinamicamente nel corso della vita.
È molto difficile cogliere la voce del desiderio che spesso si confonde
con i nostri bisogni, però l’impegno quotidiano è decodificare tra le
molte cose che diciamo e facciamo quel filo d’oro che esprime la nostra
ricchezza più grande, la nostra unicità, il senso unico e profondo della
nostra vita. Ci vogliono occhi allenati per ricollegare, ripensando le
nostre giornate e la nostra esistenza, i segni del nostro desiderio. La
prova che siamo sul nostro desiderio ci viene dalla sensazione profonda
che proviamo quando in certi momenti ne prendiamo consapevolezza. Ci sentiamo
bene nei nostri panni e nella nostra vita. Il rischio nel percorso della
nostra maturità è fermarci a un bene raggiunto e assolutizzarlo. È l’inquietudine
che ci avverte che c’è ancora un bene maggiore che ci aspetta e che ci
perderemmo se ci fermassimo alla tappa in cui siamo arrivati. È un po’
realizzare la preghiera di Winnicott: “Signore fa che quando arriva la
morte, mi trovi vivo”. Quanto ti dico penso che non sia soltanto da riferirsi
ai religiosi ma a tutti e in particolare a chi vive una vita coniugale.
Quante crisi e quante difficoltà possono essere rilette nella logica che
ho tentato di esprimere. Ma su questo tema avremo modo di ritornare nei
prossimi numeri. Paolo Ricca, pastore valdese, parlando di Dalmazio Mongillo
che fu un vero monaco, dice: “Ho sperimentato con lui il fatto che quello
che ci unisce è più di quello che ci divide. E questo di più non è solo
un dato quantitativo, ma qualitativo. È un di più che riguarda la qualità
di ciò che ci unisce. E questa esperienza mi ha convinto che esista una
specie di Chiesa trasversale, o almeno una sorta di partito cristiano
trasversale, una vera comunità di fede, una affinità profonda nel vivere
il cristianesimo che attraversi i confini delle Chiese confessionali e
si apra in uno spazio che ha i confini di tutta l’umanità con al centro
la figura di Cristo Signore. (...) Esiste questa trasversalità, che non
è solo la trasversalità dello Spirito Santo che soffia dove vuole, ma
è fatta di donne e uomini concreti in carne e ossa una comunità, se posso
citare Lutero, abscondita (nascosta, ndr.), questa comunità ecumenica
e trasversale è latente ma è vera, esiste!” (Adista Segni Nuovi, n. 4
del 16-1-2010).
Don Mario De Maio
(da “Oreundici” di marzo 2010)
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