Coltivare la vita

A prima vista la vita umana è complessa: il nostro corpo ha molti organi e funzioni divergenti; il nostro spirito ha una pluralità di facoltà e molteplici funzioni. Noi siamo attratti da molte cose e il nostro stesso essere è il risultato di diversi fattori che ne fanno un essere complesso. Prendiamo coscienza della realtà quando cominciamo a distinguere e cominciamo a conoscere quando discriminiamo.
La persona umana non è una entità singola, ma una rete di relazioni. Tutto quello che è in noi e intorno a noi sembra avere molti aspetti. Viviamo all’insegna della molteplicità e la civiltà umana tende a moltiplicare ulteriormente le conoscenze, le distinzioni e i metodi.
La vita stessa sembra essere dotata di un dinamismo naturale che tende alla complessità. Inoltre, le molte parti dell’universo e del nostro essere sembrano in lotta l’una con l’altra: la mente contro il cuore, le parti del corpo tra loro e con lo spirito; e poi il disaccordo che regna nelle famiglie e nelle nazioni, la legge della giungla tra gli animali, i cataclismi della natura…
E questo non è tutto. Ogni cosa sembra essere effimera, inconsistente, fugace. La temporalità è insoddisfacente; avvertiamo il disagio della proliferazione. Sofferenza ovunque. Tutto è vanità. La pluralità è un fatto. Il mondo è complicato e noi siamo spesso troppo angustiati e perplessi perché ci sentiamo incapaci di gestire le molte cose che ci interessano e, al contempo, ci affliggono.
Il monachesimo è una reazione radicale contro tale stato di cose. Se l’uomo è stato definito come l’unico animale che sa dire di no, il monachesimo potrebbe analogamente essere descritto come l’articolazione radicale di questo no alla sconvolgente molteplicità di tutto quello che sembra essere. Il monaco è il non conformista. Egli è stato visto, attraverso i tempi, come il solo che veleggia contro il vento che tutto sospinge, alla ricerca della semplicità della sorgente. Il monaco è colui che tenta di nuotare contro corrente, risalendo le acque verso l’origine che si ritiene essere semplice. Dio è semplice. Brahman è massima semplicità. Il monaco crede che l’Assoluto sia semplice e che il fine della sua vita sia la conquista di quella tessa semplicità.
La via può essere ardua e, alla fine, potrebbe anche non esistere, ma tutto è semplice. Nessuna cosa, niente può estinguere la sua sete. Il monaco non sarà soddisfatto fino a quando quella stessa sete non sarà scomparsa, non tanto perché ha trovato l’oggetto capace di acquietare i suoi desideri (cercherebbe subito un altro oggetto), ma perché è scomparsa la causa stessa di quella sete.
La semplicità che connota la dimensione monastica non è la semplicità senza discriminazione. Richiede una qualificazione essenziale. Deve essere una beata semplicità, vale a dire una benedetta semplicità conquistata con il sangue (blood e blessed sono etimologicamente legati) e poi resa santa, santificata (sanctus significa anche messo a parte), isolata entro quella unicità esperienziale che ha ridotto tutto alla quintessenza e ha raggiunto la trasparenza ultima della verità. In altre parole, il monaco non cerca la semplicità facendo violenza al reale, recidendo i valori reali, abusando di alcuni dei suoi ambiti e sfruttandone altri. Al contrario, egli aspira alla semplicità rispettando i ritmi e la natura delle cose, proprio perché è convinto, in ultima analisi, che la verità della verità, il nocciolo dell’essere, è semplice. […]
Ogni persona avrà il suo modo particolare di realizzare la “perfezione” dell’umanità. La parola “perfezione” deve significare una vita umana piena di significato, di gioia, o semplicemente piena, comunque e dovunque noi possiamo credere che questa pienezza, questo significato e questa gioia si trovino. Chiamerò humanum il nucleo di umanità che può essere realizzato in tanti modi quanti sono gli esseri umani. L’umanità è una; l’humanum esiste nella forma particolare di ogni e di ciascuna persona che realizzi la pienezza dell’essere.
Ogni essere umano deve conquistare l’humanum in un modo unico e personale. Il compito di ogni religione è quello di offrire un campo concreto e una possibilità attraverso la quale l’essere umano (in modo individuale o collettivo) possa pervenire all’humanum. Si possono percorrere varie vie nello sforzo di acquisire una piena umanità o l’humanum.
Il nome tradizionale per la varietà di queste vie è quello di religione. La religione è una via verso l’humanum, sia che si chiami salvezza, liberazione o prenda qualsiasi altro nome generico. […]
Ma non ho ancora detto con esattezza in che cosa consista questa dimensione dell’humanum. È presto detto: nella ricerca della perfezione l’uomo ha sovente cercato l’unità, lo hen, il monos, l’ekam, l’unum necessarium. Qui posso usare una metafora che, nonostante le diverse accentuazioni, è tradizionale sia in Oriente che in Occidente: il centro. Se cerchiamo l’unità alla periferia non possiamo raggiungere quella equanimità, quella pace peculiare del monaco; non si può avere quella santa indifferenza verso tutto perché non siamo equidistanti da tutto. Esser monaco è cercare questo centro.
Nella misura in cui cerchiamo di unificare le nostre vite attorno al centro, tutti abbiamo in noi qualcosa del monaco. Questo centro, per il fatto stesso di essere un centro, è immanente all’essere umano; ma nello stesso tempo, per il fatto di non essere ancora raggiunto, è trascendente. […]
In breve dobbiamo recuperare la dimensione monastica dell’uomo come dimensione umana costitutiva. Se questo è vero, allora il monachesimo non è monopolio di pochi, ma una sorgente umana che viene o incanalata a diversi livelli di coscienza e di purezza da gente diversa, oppure del tutto deviata. […] Il monachesimo nelle sue forme storiche non sarebbe allora altro che un tentativo di coltivare questo primordium in un modo particolare, ma anche un impegno pubblico a sviluppare, in modo esemplare e secondo l’ambiente culturale, la più profonda esigenza della nostra umanità.