Credo nell’Altro

POLITICA

MATURARE IN UMANITÀ

dalla condivisione ristretta alla condivisione universale.

di ROBERTO MANCINI

Mi è stata affidata una parola sgradevole, la parola politica, cha associamo istintivamente a fatti e personaggi non positivi del mondo cosiddetto politico, tanto in Italia quanto in Europa e oltre i suoi confini. Se siamo onesti, però, dobbiamo riconoscere che la politica è qualcosa che sentiamo distante, qualcosa che pensiamo non ci riguardi. Noi facciamo la nostra vita, abbiamo una routine, una normalità, invece i profughi, gli immigrati, i terremotati sanno che avere una normalità è un grandissimo dono. Camminare con le proprie gambe, avere un lavoro, un posto dove andare, occhi che ci vedono e qualcuno che ci accoglie non è affatto normale, non è automatico né scontato. Chiusi nei nostri automatismi, finché non accade qualche trauma che ci colpisce direttamente, in fondo sentiamo che la politica non ci riguarda e conduciamo una vita privatizzata. E questo non dipende dai politici, anzi i politici come “categoria separata” esistono e prosperano proprio perché noi conduciamo una vita privatizzata, lontanissima dall’esercizio della democrazia. Se ho un lavoro, se ho un tenore di vita sufficiente, se non ho problemi materiali, che m’importa della democrazia e quindi della politica? Diventa quasi una parola vuota, non desiderata. Ecco perché la parola “politica” richiede un lavoro di restauro, non per ripristinare uno stato originario, ma per far emergere il potenziale inedito non ancora riconosciuto, cioè elementi di vita ulteriore. Allora proviamo a entrare dentro la parola politica sapendo che essa fa la differenza tra una condivisione ristretta – della quale siamo capaci tutti – e una condivisione universale, che include e si rivolge all’intera comunità umana e a tutte le creature viventi. La politica infatti è quell’esperienza umana, quel dinamismo vitale che orienta le nostre esperienze essenziali alla condivisione con tutti. Una condivisione ristretta per principio, per programma di vita, non è condivisione. Certo ogni comunità umana – famiglia, gruppo religioso, associazione o istituzione che sia – appartiene a un’area storica e geografica ristretta, ma il senso del suo valore, soprattutto in una prospettiva di fede, di riferimento al Dio vivente, è sempre e necessariamente universale.

Allora la politica ha una dignità umana che, se viene compromessa o smarrita, apre la strada a tutte quelle forme di degrado che oggi vediamo e che scambiamo per politica. In realtà il problema è che manca l’esercizio di una politica umana, che è la sola vera politica. Dobbiamo apprendere i criteri di distinzione per orientarci. Innanzitutto occorre molta pazienza nell’aiutare la maturazione di una politica umana, sapendo che la qualità della politica dipende dal grado di maturazione antropologica: cioè la politica matura, si affina, si trasforma in base al grado di maturazione delle persone e delle comunità umane. Siccome sappiamo quanto sia difficile e arduo per ciascuno di noi, singolarmente, diventare veramente umani, immaginate quante difficoltà abbiano le comunità, le collettività a compiere questo cammino. Se formare alla pienezza di umanità una persona è difficile, formare alla pienezza di umanità una società intera è veramente al limite del possibile. Ecco perché noi vediamo un degrado maggiore su scala collettiva, sociale, politica, economica. Non è un caso che conosciamo persone sante, ma non società sante nel senso integro, pieno della parola. La nascita collettiva è molto più difficile della nascita personale. E qui si insinua un rischio: «Io faccio il mio percorso, faccio del mio meglio e in fondo questo mi basta».

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