La ricerca della Felicità

Costituzioni – DIRITTO ALLA FELICITÀ
garantire le condizioni perché ognuno possa raggiungerla

di Nicola Colaianni

La “ricerca della felicità” (the pursuit of Happiness) è uno dei tre esempi (gli altri due sono niente di meno che la vita e la libertà) di diritti inalienabili che, secondo la Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti del 4 luglio 1776, il Creatore ha dato agli esseri umani e che i governi debbono perciò tutelare. Ma, se ciò non accade (e la storia dimostra che non accade se non nel paese dei balocchi), s’è mai visto un ricorso proposto per veder tutelato il diritto personale al raggiungimento della felicità? E poi: che cos’è la felicità? Che cosa si intendeva per felicità nel 1776? Agli albori della rivoluzione industriale il suo significato era lo stesso di oggi? Tante domande. Ma cominciamo da quest’ultima. Oggi per felicità intendiamo comunemente delle emozioni piacevoli e positive, un piacere derivante dal soddisfacimento di un desiderio o di un bisogno. Anche se estensibile ad una collettività (una famiglia felice, una scuola felice…), la felicità è uno stato d’animo prevalentemente soggettivo, non oggettivo. Come poter sostenere il contrario a fronte delle catastrofi oggettive prodotte dalla fame nel mondo, dalla sete, dalle guerre, dalle bidonville in cui sopravvivono decine di milioni di esseri umani, dagli homeless e dagli immigrati delle nostre città opulente, dalle morti per denutrizione di bambini e adulti che tentano l’avventura della migrazione? Per non parlare del razzismo, dello sfruttamento del lavoro, delle tante offese strutturali, prima ancora che private, alla dignità umana. Si può dare in queste condizioni una felicità oggettiva disgiunta dal tessuto storico-sociale circostante? Assolutamente no, tanto più perché, per difendersi dalle minacce del pericoloso ambiente circostante, per ottenere sicurezza si accetta una restrizione della propria libertà e, quindi, di felicità.

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