L'EDITORIALE
DI MARIO DE MAIO
Cari
amici,
la democrazia prima di essere un sistema politico
è uno stile di vita che richiede maturità umana e può essere
considerato anche una virtù cristiana. Tutte le pagine del
vangelo sono una scuola di democrazia. “Non vi chiamo servi
ma amici”, “il primo tra voi sia l’ultimo”, “quello che
farete al più piccolo tra di voi lo avrete fatto a me”:
sono alcune espressioni che delineano gli elementi fondamentali
di uno stile di vita improntato alla democrazia. L’attenzione
all’altro asimmetrico, la disponibilità al confronto, l’accoglienza
del modo di essere e di pensare del nostro prossimo, il
credere nel valore che il gruppo può esprimere nelle scelte
e nel progettare creativamente soluzioni ai problemi sono
i mattoni su cui si fondano la spiritualità cristiana e
il sistema democratico. Sono consapevole come nella nostra
quotidianità di cristiani prevalga la ricerca non dell’impegno
responsabile e adulto ma l’esigenza di figure carismatiche
e autorevoli che indichino la strada da percorrere. Questo
è il grande limite che ci viene dall’essere uomini strutturalmente
fragili e desiderosi di sicurezza e protezione. È una dimensione
chiaramente immatura e rinunciataria che alimenta strutture
“di peccato” e di morte. Talora d’altra parte appellandosi
a Dio si fanno passare forme sottili di violenza e di ingiustizia.
La sofferenza che quotidianamente tutti viviamo può trovare
“salvezza” nell’utopia cristiana che capovolge l’andazzo
a cui le diverse istituzioni sociali e politiche condizionano
il nostro vivere quotidiano. Come cristiani dobbiamo riscoprire
questa antica vocazione e sognare e volare alto. L’utopia
di un mondo diverso, di città, villaggi e famiglie organizzate
a misura d’uomo, di donna, di bambino, di debole, di anziano,
di sofferente, di giovane deve riprendere vita nelle nostre
piccole comunità. Dobbiamo sperimentare insieme tutti questi
ideali con la pazienza e la costanza che merita un così
grande progetto. Dobbiamo uscire dalla contrapposizione
di cattolici conservatori o progressisti, per sentirci gruppi
impegnati nello sperimentare forme nuove di relazioni radicate
nel vangelo. Le strutture ecclesiastiche debbono diventare
il luogo del confronto, dove chi sperimenta modalità nuove
non viene condannato ma accolto e incoraggiato. Noi e il
mondo nel quale viviamo abbiamo bisogno di una ventata di
novità. “Dove due o tre si troveranno insieme, io sarò in
mezzo a loro”. Il pessimismo e la fatica possono essere
allontanati se prevalgono la fiducia e la speranza in queste
parole.
don Mario